Autocrati firstSalvini è l’utile idiota perfetto per Trump e Putin

Il leader leghista vuole a tutti i costi rinsaldare l’amicizia con l’ex presidente, e sull’Ucraina fa il gioco del Cremlino mettendo in imbarazzo perfino l’esecutivo italiano

Lapresse

Matteo Salvini mette in mezzo pure Silvio Berlusconi per giustificare la sua amicizia nei confronti di Donald Trump. Anche lui come il Cavaliere sarebbe «perseguitato» dai magistrati politicizzati. È uno dei tanti modi per fregare un po’ di voti a Forza Italia, senza dire che il defunto leader azzurro considerava il tycoon una sciagura per l’Europa e gli stessi Stati Uniti. Ma la vera sciagura è lui, il capo leghista che è l’unico nel Continente a tifare e augurarsi la vittoria di un signore che non ha la consapevolezza dell’importanza storica del rapporto con i Paesi europei, dello stesso concetto di Occidente. L’America First declinato da Trump danneggerebbe i Paesi più deboli, a cominciare dall’Italia, sulle questioni commerciali e di difesa. Se l’Unione si mostrerà divisa, ne subirà tutte le conseguenze negative. Ed è quello che Salvini e i suoi alleati della destra vogliono: più sovranità nazionale, meno Europa, viva Trump e Vladimir Putin.

Si sono scritti mail, ieri Donald e Matteo si sono sentiti al telefono, il leghista ha promesso che farà un salto a New York questa estate «per rinsaldare l’amicizia tra Italia e Stati Uniti». Il vicepremier è entrato nel cuore di Trump da quando gli ha espresso tutta la sua solidarietà per la persecuzione giudiziaria. Il leghista si porta avanti, punta sulla vittoria del candidato Repubblicano, pensa di diventarne la testa di ponte disgregatrice. È convinto che questo gli darà un ruolo centrale dentro il governo italiano e magari un maggiore standing in Europa. Sarà invece isolato ancora di più. È già visto come un cavallo di Troia di Putin e in futuro di Trump, se venisse eletto.

Salvini si muove come un elefante in una cristalleria: sfoggiando la sua estrema vicinanza a Trump, scavalca Giorgia Meloni, la mette in imbarazzo, condiziona la politica estera italiana in rotta di collisione con Antonio Tajani. Ora minaccia di non votare il nuovo decreto per l’invio di armi a Kyjiv se non avrà la matematica certezza che né un proiettile né un missile verrà usato per colpire, bombardare e uccidere in territorio russo. Davanti alla stampa estera ieri ha precisato che vuole «la certezza assoluta, totale, certificata e verificabile» da parte di una fantomatica «comunità». Altrimenti «neanche una fionda» all’Ucraina.

Come se stessimo facendo un favore agli ucraini che si vedono piombare sulla propria testa missili sparati da postazioni a pochi chilometri oltre il confine russo. Neanche una fionda a Davide Zelensky, che dovrebbe difendersi da Golia Putin con un grande e magnifico piano di pace che, aspetta e spera, arriverà con l’ascesa di Trump al trono della Casa Bianca.

Questa è la destra che vuole esportare a Bruxelles il modello di coalizione italiana, che non vuole rimuovere il diritto di veto, che considera pericolosi guerrafondai Emmanuel Macron e Olaf Scholz, che si batte per l’Europa confederale delle Nazioni, come se già non ci fosse (il Consiglio europeo questo è), con il risultato di essere diventati un vaso di coccio. L’eterogenesi dei fini di Trump e Putin, con gli utili idioti attaccati al telefono.

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