Vite al confineA Ventimiglia l’assenza delle istituzioni è colmata dalle Ong e dai volontari

Tra decreti flussi e promesse di nuovi centri di accoglienza non mantenute, sono tanti gli operatori e le associazioni umanitarie che assistono i migranti in transito nella città

AP

Menton Garavan, classica stazione francese. Ringhiera da poco riverniciata, pensilina ben curata e cespugli di lavanda. Venti chilometri la separano da Ventimiglia, dove c’è tutt’altra atmosfera. Quattro agenti in equipaggiamento antisommossa al suo ingresso. Capita ogni mezz’ora, a ogni stazionamento del treno, di vedere gruppi di cinque-dieci persone migranti fatti scendere dal treno e condotti presso la più vicina stazione della polizia di frontiera francese (Paf), per poi essere rimandati in Italia. La notifica è espulsione dal territorio francese. Questi respingimenti, non raramente, finiscono in tragedia.

È di sabato 1 giugno la notizia di un migrante deceduto nella tendopoli allestita sul letto del fiume Roja, sotto al cavalcavia che collega Ventimiglia alla Francia, unico riparo da vento e pioggia. L’uomo deceduto è un trentaduenne senegalese, malato da tempo ma morto molto probabilmente per le condizioni disagevoli nelle quali viveva e l’assenza di servizi igienico-sanitari adeguati, nonché assistenza medica. L’autopsia è prevista per i prossimi giorni. Analoga è la situazione di molti altri migranti come lui, respinti dalla Francia e costretti a restare in Italia, a Ventimiglia che, con le sue limitate strutture di accoglienza e i suoi precari servizi, diventa luogo di disperazione, borderzone più che borderline.

Dal luglio 2017, in seguito agli attentati terroristici lungo la Promenade des Anglais a Nizza, il governo francese ha introdotto controlli d’identità sempre più stingenti, intensificando i respingimenti e blindando i propri confini, ora sempre più militarizzati, con il pretesto di voler «rafforzare la sicurezza interna e la lotta al terrorismo». Gendarmeria francese e agenti del Crs (compagnies Republicaines de securites), corpo di polizia francese con funzioni antisommossa e di protezione civile, pattugliano la zona ed effettuano gli arresti, a bordo dei treni o lungo i confini via terra. Collabora anche l’esercito italiano, che si occupa principalmente di attività di sorveglianza. E oltre all’inosservanza dell’accordo Schengen, che sancisce l’Ue come zona di libera circolazione senza controlli alle frontiere interne per tutti i cittadini dei paesi firmatari, sono tante le violazioni dei diritti umani commesse dalle autorità francesi durante le procedure di notifica del rifiuto d’ingresso (refus d’entré), quali trascrizioni non accurate di dati anagrafici, l’assenza di mediatori culturali o il respingimento di minori non accompagnati.

A collaborare con esercito e gendarmeria ci sono anche compagnie private di sicurezza, agenti di società concessionarie, come Escota, compagnia autostradale a pedaggio francese, e gli agenti di SNCF, principale operatore ferrioviario francese, che operano a bordo dei treni Ventimiglia-Mentone.

Per quanto capillari i respingimenti e stringenti le misure di controllo, i tentativi di attraversare il confine franco-italiano continuano ininterrottamente, via mare o via terra. Sebbene ultimamente siano sempre di più i migranti che tentano di raggiungere la Francia a nord, passando per le Alpi del Monginevro, punto di raccordo tra Piemonte e il dipartimento francese delle Hautes Alpes, Ventimiglia resta un hotspot.

Per chi viene respinto, non resta altro che Ventimiglia o, meglio, il letto del fiume che la attraversa e la tendopoli che lo occupa. Lo stato italiano non fornisce alcun tipo di servizio alle persone migranti in transito nella città. Nel 2020 ha ordinato la chiusura dell’unico campo rifugiati presente sul territorio, il Campo Roja, gestito dalla Croce Rossa Italiana, a causa delle sue precarie condizioni igienico-sanitarie. Il campo disponeva di settantaquattro container, che potevano ospitare fino a 444 persone. Tuttavia, durante l’estate, grazie all’utilizzo di tende, si stima che più di quattromila persone siano transitate al suo interno. Ci si trova ora a dormire in strada, alla stazione o sotto il Ponte Roja.

«La polizia mi ha fermato a Menton Garavan sul treno. Sono stato costretto a passare la notte nel container, senza cibo né acqua. Parlo la loro lingua, ho studiato la loro storia e ora non mi vogliono. Non riesco a capire», dichiara a Linkiesta B., migrante ventenne proveniente dalla Costa d’Avorio, respinto al confine mentre tentava di raggiungere la Francia. Lo incontriamo durante una lezione di italiano al centro Spes-Auser Onlus di Ventimiglia.

L’estate scorsa, l’attuale sindaco di Ventimiglia, Flavio Di Muro, sostenuto da Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia, ha impedito ai migranti l’accesso al cimitero, uno dei pochi luoghi con servizi igienici e accesso ad acqua corrente ed elettricità.

Grazie a un accordo tra la prefettura di Imperia e il Comune di Ventimiglia, siglato il 28 marzo 2023, le autorità locali avevano poi disposto l’apertura di quattro Pad, punti di assistenza diffusa per l’accoglienza di migranti più fragili. Oggi solo due dei quattro centri  previsti sono operativi. Era stato poi approvato un «centro di sollievo» in prossimità della stazione che avrebbe dovuto accogliere i migranti che volevano farsi identificare e regolarizzare in Italia. Le uniche misure adottate riguardano invece l’aumento delle forze dell’ordine e il divieto di vendere alcolici dopo le ventidue. «Il protocollo di sicurezza prevede l’impiego delle forze dell’ordine con azioni di contenimento, in caso di liti o risse. Il piano B è l’espulsione»,  ha dichiarato il prefetto di Imperia, Valerio Massimo Romeo.

«Circa un anno fa il ministro Piantedosi in visita a Ventimiglia aveva promesso l’apertura di un Pad, punto di accoglienza diffusa. Nulla è stato fatto» ha dichiarato la Cgil di Imperia in un comunicato rilasciato in seguito alla morte del trentaduenne senegalese. «Questo Governo non dovrebbe utilizzare il termine  “accoglienza” quando tratta delle politiche migratorie, perché utilizzarlo è fuorviante e non risponde alla realtà».

A supplire alla mancanza delle istituzioni, ci sono diverse realtà associative e non governative. Emerge, tra tutte, il collettivo no-border 20K, nato nel 2015 per volontà di persone migranti e attivisti. Oggi, 20K, composto da una ventina di persone, gestisce Upupa, piccolo centro di accoglienza dotato di servizi igienici, accesso a corrente elettrica e servizi di lezioni di italiano.

Oltre a 20K, c’è anche l’Ong No Name Kitchen, presente anche in Bosnia-Erzegovina, in Serbia, e a Ceuta, enclave spagnola in territorio marocchino, teatro negli ultimi anni di numerosi scontri tra polizia e migranti. No Name Kitchen si occupa di gestire la distribuzione di pasti nel weekend, quando Caritas e Croce Rossa non sono presenti, e mette a disposizione docce da campeggio, generatori e assistenza medica, coadiuvando i lavori dell’ambulatorio mobile di Medici senza Frontiere.

Altre realtà quali Scuola di Pace e Spes Auser Onlus offrono invece lezioni settimanali di italiano, surrogato della scuola che sarebbe dovuta essere allestita dal Comune. Gli studenti, principalmente provenienti da Costa d’Avorio, Bangladesh e Marocco, hanno tutti tra i 17 e i 35 anni. Alcuni di loro lavorano già, principalmente come lavapiatti o cuochi nei ristoranti dei comuni limitrofi (Diano, Imperia o Bordighera).

«Sono arrivato a Ventimiglia nell’estate del 2022. Ho subito iniziato a prendere lezioni di italiano, prima alla Caritas e ora alla Spes. Lavoro come lavapiatti a Camporosso, qui vicino. Voglio restare, voglio diventare cittadino italiano, essere regolarizzato. Quando sento parlare di noi in televisione, mi sento un numero, un problema. Ma non lo siamo», dichiara O., ventottenne  bengalese a Ventimiglia da due anni. Frequenta la scuola due volte a settimana, dal suo arrivo in Italia. È uno degli studenti più assidui.

Molti, ancora minorenni e analfabeti, partecipano sporadicamente alle lezioni. Ogni tanto spariscono, se ne aggiungono di nuovi. Si ha un ricircolo costante di persone. Tra coloro che abbandonano, alcuni sono riusciti ad attraversare la frontiera. Sono ora in Francia, alcuni in Germania, altri a Calais, nella cosiddetta «giungla», accampamento di fortuna che ospita oggi 6.901 migranti nella speranza di raggiungere l’Inghilterra. Capita che, arrivati a destinazione, richiamino i loro insegnanti.

«Il legame che si crea con questi ragazzi è qualcosa di diverso da quello che si può creare con normali alunni, qualcosa «di più». Diventi un punto di riferimento, un nuovo padre o una nuova madre. E si inizia a parlare ognuno del proprio vissuto, dei familiari di cui non si sa più nulla, dei compagni morti, del barcone rovesciato… «di cui mi pareva di sentire il dondolio fino al mio arrivo a Ventimiglia», dichiara Franca Tessari, insegnante in pensione ora volontaria presso il Centro Spes Auser Onlus di Camporosso, frazione di Ventimiglia.

«Madame Franca, how are you? I’m Ahmed. Do you remember me? I reached France», dice al telefono. «Frugo nella memoria. Come faccio a ricordarmi di lui? Ce ne sono circa un migliaio al campo improvvisato delle Gianchette, che noi volontari delle varie associazioni cerchiamo di aiutare», replica Tessari. Altri vengono intercettati e rimandati indietro, e qualcuno ci lascia la vita, qualcuno ce la fa. «Temporeggio, rispolvero il mio inglese. Come stai Ahmed? Sono contenta tu sia in Francia! E finalmente ricordo… Un’odissea, la sua: il suo villaggio nel Sudan andato a fuoco in un attacco di una banda armata, lui, undicenne, ferito da un colpo d’arma da fuoco. Vari mesi in ospedale. Non ha ritrovato nessuno della sua famiglia. Tanta nostalgia della mamma».

E vi sono poi Sanremo Rete Solidale, We World, Medici del Mondo e tante altre piccole Ong, presenti sul territorio dall’inizio di quest’ultimo fenomeno migratorio con offerte di aiuto, pasti caldi, vestiti. Non resta altra scelta se non colmare questo vuoto istituzionale. Negli ultimi giorni è stato annunciato uno sgombero della tendopoli allestita sul Roja. Se non il fiume, però, dove si va?

«Al signor sindaco di Ventimiglia rivolgo una piccola provocazione. Da anni le associazioni francesi ogni sera distribuiscono il cibo ai migranti in città. Da anni. Suppliscono le autorità che sono latitanti, e sono mal tollerati e osteggiati. I migranti devono mangiare per terra e completamente al buio. Sarebbe troppo gravoso o indecoroso per la città offrire un lampione, o anche qualche semplice lampadina, magari una panchina?», conclude Tessari.

 

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