Asfaltare l’inasfaltabile Le nostre città devono togliersi di dosso il visone

Nei centri urbani del futuro le piante si riprenderanno lo spazio tra le case e ci saranno giardini di ghiaia, boschetti e aree umide

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Non riesco a non pensare a lei, quando penso alle città di oggi. A quella sciura milanese che nei suoi weekend al Forte si ostina a passeggiare in spiaggia in pelliccia, pur soffrendo il caldo e combattendo con il trucco in colata libera. Le piace ancora così tanto sfoggiare il suo visone da non capire che presto la porterà al collasso. Viene guardata con grande sospetto, appare a tutti fuori moda, di una bellezza ormai sfiorita, fuori dal tempo, ma lei non demorde. Mi fa la stessa impressione decadente e stanca la città di asfalto, o di pietra, una volta bella ma oggi sempre più fuori tono. Intorno a lei, un accanimento privo di senso.

Con quale ridicola ostinazione si insiste ad asfaltare l’inasfaltabile? Come si fa a lastricare di pietra le piazze, storiche e moderne, e a compiacersi di spazi privi di alberi e con le panchine anche queste di pietra (o di metallo) sotto il sole? Come è possibile che si costruiscano ancora così tante case in cemento armato?

Queste città ri-vestite di pietra, nate per resistere e per durare, per proteggersi paradossalmente dalla natura, tenuta lontana come un pericolo e relegandone lo sporco della polvere e delle foglie a qualche parco o striminzito giardinetto, appaiono sempre più anacronistiche. Le città a prova di cambiamenti climatici, quelle che dovremmo affrettarci a risistemare per poterle ancora vivere, sono città “sostanzialmente” diverse. Perché non è questione di stile, ma di sostanza urbanistica, architettonica, tecnologica che solo per conseguenza diventa nuova forma, nuova pelle, nuovo stile.

Andare in spiaggia in pelliccia non è né sensato, né desiderabile, non coincide più con alcun canone di eleganza e di stile contemporaneo: è solo una follia. Parimenti lo è continuare a costruire i nostri spazi di vita con materiali inadatti al nostro benessere e alla nostra salute, alla ricerca di quel bello pulito, decoroso, asettico che tanto ha ispirato il passaggio culturale di massa dalla campagna alla città nel corso del Novecento. Nuove sintesi sono possibili, come a Singapore o in certe città coreane, città di grandi finanze e di grande creatività, che coniugano per la prima volta – meravigliosamente – natura e artificio, materia vivente ed elettronica, terra e digitale. O nella Tokyo che da anni scoraggia il mezzo privato, che ha investito sul miglior sistema di trasporto pubblico al mondo, e dove quasi tutte le strade non hanno parcheggi lungo i lati.

La città del futuro sarà fatta di piante a clima mediterraneo, piante abituate a climi siccitosi che si riprendono lo spazio tra le case, perché le città sono più calde degli ambienti naturali e degli sterri. Avrà giardini di ghiaia e suoli liberi, avrà alberi ragionevolmente organizzati in boschetti e non sparsi a caso (o peggio, a marcare geometrie puramente decorative). Sarà anche città d’acqua, con aree umide e giardini inondabili dove i bambini potranno giocare tra le rane e le farfalle e, forse, non sarà molto diversa dalle nostre stesse città che all’inizio del secolo scorso erano ancora piene di navigli e canali, di orti e fazzoletti di campagna, la città delle oasi e delle acque balneabili, come già hanno iniziato a fare in Svizzera e in Francia. Sarà ri-vestita da pareti verdi e ornata da cordoli stradali assorbenti a prato, sarà piena di cespugli e giardini terapeutici dove impareremo a curarci dai mali fisici e da quelli psicologici. Una città punteggiata da zone d’ombra, dove ripararci d’estate, ma anche di penombra dove camminare di sera senza essere accecati dai lampioni.

Ci saranno piazze morbide, dal pavimento di sabbia oppure di legno, dove giocare da piccoli senza scottarsi i piedi, come già avviene in alcuni lungomari di città evolute. E non dovremo pensare a curare il disturbo da deficit di natura (nature deficit disorder) dei nostri bambini, perché la città del futuro saprà bene che facendo scuola nella natura si impara e si cresce meglio e in tutte le scuole ci saranno gli animali com’era già nel sogno di Loris Malaguzzi – che negli anni Sessanta a Reggio Emilia inventò gli asili più belli del mondo – e nel sogno di Franco Basaglia – che apriva le porte dei manicomi all’arte e alla natura.

Torneremo a dare molti nomi alla natura, che è orto o campagna o bosco o foresta, vite e risaia, corsi d’acqua, vento, campo di rinaturalizzazione o di produzione energetica. Sarà una città che somiglia un po’ di più alla nostra campagna? No. Sarà un ibrido mai visto e mai scritto, un’inedita riformulazione di natura e artificio, di humus e di tecnologia. Un habitat che diventerà il nostro nuovo habitus.

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