Queer o giudeo?L’esclusione delle voci ebraiche dagli spazi progressisti

Kacper Max Lubiewski, attivista cresciuto in Polonia, racconta la sua storia come una testimonianza delle sfide che è costretto ad affrontare chi naviga tra identità multiple, sottolineando l’importanza della solidarietà, della comunità e della lotta continua contro i pregiudizi e l’oppressione

Sofia Tranchina

Essere ebrei oggi rappresenta una sfida che spesso passa inosservata, soprattutto all’interno degli spazi dedicati all’attivismo ambientale e queer. Ce lo racconta Kacper Max Lubiewski. Cresciuto in Polonia dove la chiesa cattolica è stata il fulcro di opposizione al regime comunista e la rete che regge la società odierna, Lubiewski ha scoperto solo all’età di dieci anni di essere ebreo.

La madre – nata a ridosso della Guerra dei Sei Giorni e del conseguente risentimento antisemita, e della campagna di pulizia etnica del 1968 che il governo comunista promosse per distrarre gli studenti polacchi in protesta – crebbe con il precetto di celare la sua identità ebraica al mondo, incluso a suo figlio. La rivelazione arrivò con monito severo: «Sei ebreo, ma nessuno deve saperlo».

Frequentando una scuola cattolica dove gli ebrei erano etichettati come “assassini di Cristo”, e il termine “żydzić” (comportarsi da ebreo) significava “imbrogliare”, il giovane Lubiewski tenne per sé la nuova scoperta.

A quattordici anni, quando ogni adolescente cerca di definirsi e di dare un senso alla propria esperienza, Lubiewski iniziò il suo attivismo, consolidò la sua identità queer e riscoprì le sue radici ebraiche. Non avendo nessuno con cui condividere il suo percorso nella cittadina di Opole, si iscrisse al Centro Comunitario Ebraico di Cracovia (Jcc), dove sua madre lo accompagnava ogni venerdì per le cene di Shabbat.

Sofia Tranchina

In quella piccola comunità, decimata da anni di repressione e purghe, i membri condividono tra loro quel che si ricordano dei riti e delle tradizioni ebraiche, uniti dall’esperienza condivisa di doversi nascondere e dal desiderio di invertire il corso dell’assimilazione imposta dall’alto. «Credo che le storie ebraiche siano altamente rilevanti oggi, e in qualche modo sembrano sempre risuonare con ciò che accade nella mia vita. Non sono sicuro della mia fede in Dio, ma mi sento profondamente legato alla cultura ebraica laica e allo Stato di Israele», racconta Lubiewski.

Nel contesto oppressivo della società polacca, la solidarietà tra gruppi minoritari è esemplificata dalla presenza di una bandiera Lgbtq+, una bandiera ucraina e una bandiera israeliana fuori dall’edificio del Jcc. Tuttavia, nei circoli dell’attivismo sociale e queer, l’accoglienza non è stata la stessa. L’identità ebraica di Lubiewski ha affrontato ostilità quotidiane, aggravate dagli eventi che hanno seguito il 7 ottobre. Questo ha portato alla graduale erosione delle amicizie e alla fine della sua relazione.

«I non ebrei hanno il privilegio di disconnettersi dal dibattito su Israele, ma per noi è una questione di esistenza e sopravvivenza. Quando le persone sono a disagio con l’esistenza di Israele, sono, per estensione, a disagio con la mia stessa esistenza», dice Max Kacper Lubiewski.

Spinto dal desiderio di riconnettersi con le sue origini, Lubiewski ha intrapreso un pellegrinaggio solitario a Łomazy, il villaggio d’origine di suo nonno Jankiel – figura resiliente, che sopravvisse alle purghe antisemite, in particolare al massacro del 1942, e all’internamento ad Auschwitz. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, Łomazy fu occupata dai sovietici e i suoi residenti, incluso Jankiel, furono espulsi e costretti a migrare verso ovest, nei nuovi territori sottratti alla Germania.

Sofia Tranchina

Determinato a difendere la sua identità sfaccettata, Lubiewski ha partecipato al programma Taglit Birthright e successivamente si è trasferito in Israele. Lì, cercando una comunità che condividesse la sua passione per l’attivismo e la giustizia sociale, si è unito alla Solidarity House – un punto di incontro per una nuova generazione di attivisti di sinistra. Gestito da volontari di associazioni no-profit, il centro ospita il cineclub “Resistance Cinema”, che proietta film e documentari offrendo prospettive alternative sui conflitti in corso e le questioni sociali.

«Trovo essenziale confrontarmi con diverse narrazioni – dice Lubiewski –, mettendo in discussione le mie stesse opinioni e ampliando la mia comprensione delle questioni critiche. Mi considero sia pro-palestinese che pro-israeliano, sostenendo il diritto all’autodeterminazione per entrambi i popoli in stati indipendenti e sovrani. In questo momento storico, credo che spetti alla leadership palestinese muoversi verso la deradicalizzazione della loro società e accettare una convivenza pacifica. Tuttavia, riconosco anche che Israele deve smantellare i suoi sentimenti sciovinisti affinché il conflitto possa terminare».

Per mantenere viva la memoria delle sue radici e della sua identità, Lubiewski ha iniziato a decorare il suo corpo con tatuaggi. Lasciando la Polonia, ha tatuato un poema di Miłosz Biedrzycki sul petto: «Ti prometto, ovunque io sia, ricorderò sempre Akslop».

Akslop – Polska, cioè Polonia, scritto al contrario – evoca un luogo immaginario e idilliaco, intriso di profonde connessioni umane e malinconia nostalgica: «Nonostante le notevoli sfide affrontate in Polonia, dall’omofobia pervasiva all’antisemitismo, dalla brutalità della polizia all’erosione delle norme democratiche, rimango fermamente legato alle mie radici. La complessità di essere ebreo nella sinistra polacca mi ha insegnato resilienza e coraggio», aggiunge Lubiewski.

Sofia Tranchina

Un altro tatuaggio sullo stomaco rende omaggio alla Kabbalah, raffigurando tre lettere ebraiche che simboleggiano elementi naturali. «Serve a ricordare – racconta – la nostra interconnessione all’interno di questo vasto ecosistema». Continuando a esplorare e celebrare la sua identità ebraica e queer, Lubiewski mantiene viva la memoria dei suoi antenati e delle loro lotte. Dal primo incontro al Jcc, al viaggio spirituale a Łomazy, fino al trasferimento in Israele, sono tutti passi su un percorso coerente verso la riconquista dell’identità una volta negata alla sua famiglia. «Di recente, mi sono chiesto: il mio taglio di capelli è abbastanza ebraico? Il mio nome è abbastanza ebraico? Poi mi sono risposto: sono ebreo, quindi tutto ciò che faccio è ebraico. Sono queer, quindi tutto ciò che faccio è queer».

La storia di Lubiewski è una testimonianza delle sfide durature affrontate dalle comunità ebraiche e della resilienza necessaria per navigare tra identità multiple in un mondo che spesso richiede conformità e polarizzazione. Il suo percorso sottolinea l’importanza della solidarietà, della comunità e della lotta continua contro i pregiudizi e l’oppressione.

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