Buco neroI servizi di supporto psicologico nati dopo le alluvioni del 2023

Gli eventi meteorologici estremi hanno stravolto i luoghi e le abitudini di migliaia di persone che, ancora oggi, per riprendersi dallo shock stanno chiedendo aiuto a professionisti della salute mentale, spesso messi a disposizione per l’occasione

LaPresse/Sara Sonnessa

La storia si ripete e con lei la paura. «Quando ho visto cos’è accaduto a Cogne, mi sono tornate in mente le immagini dell’acqua che sale», racconta Fabiola Farneti. Dal pomeriggio del 29 giugno 2024, infatti, un evento meteorologico estremo, con nubifragi, alluvioni, frane e grandine, ha colpito la Valle d’Aosta e il Piemonte. Secondo l’ultimo bollettino del Centro funzionale della Regione autonoma Valle D’Aosta, alla stazione di Cogne-Lillaz sono caduti centododici millimetri di pioggia. 

Ancora oggi, la località montana è isolata a causa dei danni provocati all’unica strada di collegamento dalle esondazioni. Per i dati rilevati da Arpa Piemonte, nelle vallate alpine del Torinese e del Vercellese e nel Verbano si sono registrati diversi picchi di precipitazioni con valori superiori ai cento millimetri in appena dodici ore. Solo a Noasca sono stati raggiunti i centosettantasei millimetri di pioggia.

Farneti non è piemontese, né valdostana. Abita in un appartamento al secondo piano del quartiere Borgotto di Faenza, accanto al fiume Lamone, e nelle immagini dei notiziari ha visto la storia ripetersi. Prima il 2 e il 3 e poi nella notte tra il 16 e il 17 maggio 2023 in Emilia-Romagna sono caduti trecentocinquanta milioni di metri cubi d’acqua, causando l’esondazione di ventitré fiumi e migliaia di eventi franosi. A Faenza l’argine del fiume Lamone ha ceduto, sommergendo metà della città.

La sera del 16 maggio, quando riceve l’ordine di evacuazione obbligatoria a causa delle condizioni di salute del padre novantenne, Farneti decide di restare a casa. «Sono le venti. Alle dieci e mezza salta la luce e due ore dopo inizia tutto – ricorda –. Dai tombini dei cortili inizia a uscire l’acqua». Arrivano le due di notte e l’acqua non si ferma: «Prendo una decisione. Sveglio il mio babbo e gli dico che se non ce ne andiamo rischiamo di morire annegati. Lui si fa forza e riesco ad alzarlo. Il problema sono le scale perché lui non le fa. Ci riesce, dico solo questo». Allora, mentre il Lamone rompe gli argini e l’acqua continua a crescere, prende con sé il “babbo” e insieme ai vicini passa la notte sul pianerottolo del terzo piano. Il giorno dopo, fuori, il fiume arriva fino alla loro terrazza. 

Dopo quella notte, Farneti ha avuto problemi semplicemente a uscire di casa: «Avevo paura di non poter rientrare e di lasciare mio padre da solo». Per Paola Carta, invece, la parte difficile è stata rendersi conto di tutto quello che aveva perso. Abita a Castel Bolognese vicino al fiume Senio, esondato come il Lamone. Durante l’alluvione si è rifugiata con i figli in casa dell’ex marito. Nella notte l’acqua ha scardinato la porta della sua abitazione e trascinato con sé quello che c’era dentro: «In un primo momento realizzi che mancano la cucina o il divano. Poi, però, non ritrovi tante cose che hanno un valore affettivo più che economico».

Farneti e Carta hanno partecipato a un laboratorio teatrale organizzato da Menoventi di Gianni Farina e Consuelo Battiston. L’attività, conclusasi a un anno dall’alluvione con “La cerimonia del fango”, ha permesso a entrambe di rielaborare quanto era accaduto: Farneti ha superato la paura di uscire. Con loro c’era Sofia Banzola. Poco più di trent’anni, vive non molto distante dal quartiere Borgotto. Anche lei la notte dell’alluvione ha deciso di restare a casa e al risveglio ha visto che l’acqua era arrivata al livello del suo balcone. Per lei, l’esperienza può essere considerata un trauma collettivo: «Io me lo ricorderò per sempre così come tutti gli abitanti e chiunque sia passato da queste parti in quei giorni. Faenza era una città completamente diversa. Era uno scenario apocalittico». «Anche chi non è stato colpito direttamente ha vissuto uno shock», aggiunge. 

La crisi climatica, oltre a generare ecoansia (la sensazione di disagio che si prova al pensiero di possibili disastri ambientali), può provocare disturbi, più o meno gravi. Non casualmente, dopo l’alluvione si sono attivati diversi servizi di supporto psicologico per i cittadini più colpiti dal disastro. La Protezione Civile aveva autorizzato a operare sul campo i servizi psicologici delle Aziende USL, delle associazioni Psicologi per i Popoli OdV, SIPEM SOS ER e i servizi dedicati della Croce Rossa.

«Nel giro di sei mesi l’idea dominante è che bisognerebbe tornare alla normalità, ma spesso la normalità ha cessato di esistere», spiega Felice Damiano Torricelli, presidente dell’Ente nazionale di Previdenza ed Assistenza per gli Psicologi (Enpap) che ha realizzato “Vivere Meglio”. È un progetto, avviato nel 2023, che ha coinvolto mille psicologi con l’obiettivo di offrire la possibilità alle persone di accedere gratuitamente a trattamenti psicologici o psicoterapeutici brevi. La prima edizione era rivolta a tutta l’Italia, la seconda è dedicata ai professionisti e ai cittadini di Emilia-Romagna, Marche e Toscana colpiti dall’alluvione. 

«Gli oggetti, le case, il lavoro non ci sono più. Adattarsi a queste nuove circostanze è tutt’altra cosa rispetto a far fronte all’emergenza nell’immediato», continua. Quando dopo un’alluvione o un disastro naturale le persone fanno fatica a riadattarsi alle condizioni mutate, si parla appunto di “disturbi dell’adattamento”. Se non individuata tempestivamente, tale problematica transitoria può aggravarsi. «Più rapidamente interveniamo, più è facile aiutare le persone a uscire dal buco nero», conclude Torricelli. 

Ad aggravare il quadro, secondo Torricelli, il carattere privato del servizio di supporto psicologico, in questo modo non accessibile per tutti: «I motivi di tensione non sono diminuiti, ma anzi si è scoperchiato il vaso di Pandora del bisogno di intervento». Eppure, continua, l’ultimo inserimento di psicologi nel Servizio sanitario nazionale risale agli anni Novanta in un contesto sociale, economico e demografico totalmente diverso da quello attuale: «Con i tagli alla sanità il numero di colleghi è calato e oggi ci troviamo in una condizione in cui l’unica risposta possibile è la libera professione». 

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