Il crociato del bluesIl segno indelebile lasciato da John Mayall nella storia della musica

Il chitarrista, morto pochi giorni fa a novant’anni, è stato uno dei più influenti musicisti britannici, un pioniere del suo genere e un grande talent scout

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Un’intera esistenza dedicata alla musica blues, senza mai risparmiarsi, senza un attimo di cedimento. Se ne è andato alcuni giorni fa, a novant’anni, uno dei più importanti e influenti musicisti britannici, John Mayall, per il quale il blues – sin dal 1956, anno in cui formò il primo gruppo – era una crociata (non per nulla il titolo di uno dei suoi primi album è “Crusade”).

Una discografia con pochi eguali (trentacinque album in studio, addirittura trentaquattro dal vivo). Ma soprattutto, una leadership straordinaria e una vocazione allo scouting di talenti senza pari. Basti pensare ai tre chitarristi che si succedettero nei Bluesbreakers di Mayall nella seconda metà degli anni Sessanta: la sacra trimurti costituita in ordine cronologico da Eric Clapton (“Clapton is God” si leggeva sui muri di Londra in quegli anni), Peter Green (poi nei primi, straordinari Fleetwood Mac) e Mick Taylor (chiamato nientepopodimeno che dai Rolling Stones nel 1969 a sostituire Brian Jones, appena passato a miglior vita).

Ma di nomi se ne potrebbero fare tanti altri, a iniziare da Mick Fleetwood e John McVie, la sua impeccabile sezione ritmica in quegli anni, passando per Jon Hiseman e Dick Heckstall Smith (poi nei Colosseum), per finire con Jon Mark e Johnny Almond, con cui pubblicò uno dei suoi migliori album (“Turning Point”) e che successivamente diedero vita ad una interessante formazione dedita alla sperimentazione.

Anni incredibili, in cui Mayall giocò un ruolo decisivo nell’accostare i giovani appassionati di musica, non solo nel Regno Unito, ma anche in Europa e negli stessi Stati Uniti, alla musica dei neri americani. A onor del vero, il blues di Mayall non ha mai raggiunto le vette dei padri del blues nero, né del resto può dirsi che le sue interpretazioni vocali, pur oneste, possano esser messe sullo stesso piano di quelle di un eccezionale bluesman bianco quale fu Paul Butterfield, che con l’album “East West” davvero portò il blues a vette mai raggiunte prima. Inoltre, certi suoi tentativi di unire il blues al jazz (come nei pur pregevoli “Bare Wires” e “Jazz and Blues Fusion”) appaiono oggi almeno in parte sfocati e velleitari, forse perché eccessivamente ambiziosi.

Del resto, le composizioni di Mayall non hanno mai spiccato per originalità o bellezza dei testi. E tuttavia, riascoltando oggi le chitarre elettriche di Clapton, Green e Taylor nei primi album di Mayall, non si può non rimanere colpiti dalla freschezza e dall’inventiva di quei giovani crociati del blues. Alcuni tra i vari talenti scoperti e formati da Mayall nel corso degli anni andarono poi a sviluppare ed innovare gli insegnamenti del maestro; un esempio per tutti, Peter Green, che nei primi Fleetwood Mac – oltre che chitarrista sublime (suggeriamo l’ascolto di “The Supernatural”, dall’album “Hard Road” di Mayall, che tanta influenza ebbe su Carlos Santana) – fu autore di composizioni senza tempo che innovavano il linguaggio del blues (si pensi a capolavori come “Black Magic Woman”, “The Green Mahalishi” e “Man of the World”).

Mayall era anche attento a gestire i propri affari, prima dei concerti si posizionava spesso fuori dal locale per contare il numero degli spettatori al fine di assicurarsi di ottenere il dovuto dal ricavato della vendita dei biglietti. Rigoroso ed esigente nei confronti dei suoi musicisti, Mayall poteva licenziare senza pietà i membri della band che riteneva non fossero all’altezza dei suoi standard.

Dopo i fasti dei secondi anni Sessanta e della prima parte degli anni Settanta, Mayall mantenne una costante e onesta produzione discografica e una intensissima attività concertistica, senza peraltro riuscire a tornare in auge come negli anni in cui nella scelta dei suoi collaboratori sembrava avere la bacchetta magica. I tentativi di proporre altri generi musicali (funk, soul) alla fine degli anni Settanta non ebbero successo. E tuttavia, gli omaggi alla sua memoria piovuti nelle ore immediatamente successive alla morte, tra cui in particolare quelli di Eric Clapton («mi ha salvato dall’oblio, è stato il mio mentore e un padre putativo») e Mick Jagger («un pioniere del blues britannico»), sono la testimonianza del segno indelebile lasciato da John Mayall nella musica blues.

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