ForzalavoroPerché l’occupazione cresce e i salari scendono

I bassi stipendi spingerebbero le aziende italiane, anche piccole, ad aumentare le assunzioni, perché è più economico del fare investimenti. Ma non per tutti cala il potere d’acquisto. Dipende molto dal settore e dal contratto nazionale: l’industria segue l’inflazione, servizi e pubblica amministrazione arrancano. Iscriviti alla newsletter di Lidia Baratta!

(Unsplash)

L’Ocse lo ha scritto per il secondo anno di fila nel suo Employment Outlook 2024: l’Italia è il Paese in cui gli stipendi dei lavoratori, di fronte all’inflazione, hanno perso maggiore potere d’acquisto. Nei primi tre mesi dell’anno, i salari reali erano ancora più bassi del 6,9 per cento rispetto a prima della pandemia.

Ma l’Ocse ha scritto anche un’altra cosa nella nota riferita all’Italia: «Il mercato del lavoro italiano ha raggiunto livelli record di occupazione e livelli minimi di disoccupazione e inattività».

Come fanno a stare insieme le due cose?

I dati in crescita sull’occupazione e i salari reali più bassi tra i Paesi Ocse, in realtà, sembrano due aspetti collegati. I bassi salari spingerebbero le aziende italiane, anche piccole, ad aumentare le assunzioni, perché è più economico del fare investimenti in macchinari, tecnologie, ricerca e sviluppo.

Ma i salari non sono bassi per tutti

Finora abbiamo parlato della media. Se si guarda nei dettagli, si scopre ovviamente che non è così per tutti. Ci sono stipendi che sono cresciuti, tenendo più o meno il passo con l’inflazione. E altri che sono rimasti fermi, con i lavoratori che si sono quindi via via impoveriti.

Molto dipende dal settore in cui si lavora. Come ha scritto Marco Leonardi sul Foglio, quando si parla di salari bassi in Italia bisogna fare una distinzione: si tratta dei salari dei servizi e del pubblico impiego e non dei salari dell’industria. Dal 2001, gli stipendi sono aumentati del 75 per cento nell’industria, mentre nella pubblica amministrazione e nei servizi solo del 45 per cento. Trenta punti in meno.

Se paragoniamo gli ultimi tre anni, l’aumento dei salari nell’industria tedesca e francese è infatti simile a quello dell’industria italiana. Mentre nella pubblica amministrazione e nei servizi è molto maggiore.

Guardiamo ad esempio agli insegnanti. Secondo l’ultimo rapporto Eurydice, la retribuzione annuale lorda di un docente italiano è di circa 24mila euro, contro i 28mila dei francesi e i 54mila dei tedeschi.

I bassi salari italiani quindi sono legati soprattutto alla crescita dei servizi con attività poco qualificate e alla dinamica stagnante dei salari del settore pubblico, che abbassano la media.

Perché?

Il primo problema – spiega Leonardi – sono i contratti nazionali, che in molti casi non adeguano i salari all’inflazione realizzata (ex post) ma stabiliscono già prima l’aumento dei salari nei tre anni seguenti (ex ante). Il dato a cui guardano sindacati e associazioni datoriali per fissare l’aumento è l’inflazione prevista dall’Istat per i tre anni successivi (indice Ipca, depurato dai beni energetici). Ma, soprattutto con l’impennata inflazionistica degli ultimi anni, questo meccanismo non ha retto. Le retribuzioni in media nel periodo 2020-2023 sono salite dell’8 per cento mentre l’inflazione cresceva del 17 per cento. Certo, questo sistema ha contribuito a contenere l’inflazione, ma con conseguenze dolorose sui salari.

Molto dipende però anche da quando il contratto nazionale è stato rinnovato e cosa c’è scritto. Come scrive Michele Tiraboschi, la questione salariale in Italia si sviluppa, dal punto di vista della contrattazione collettiva, non tanto e non solo sul piano degli importi orari quanto piuttosto su quello dei tempi di reazione e di allineamento tra le buste paga e gli andamenti inflazionistici.

Il contratto dei metalmeccanici, ad esempio, che pure è stato rinnovato nel 2021, quindi in un periodo sfavorevole per l’aumento del caro vita, prevede il recupero dell’inflazione ogni giugno dell’anno. Alla fine recupererà tutta l’inflazione. Gli aumenti di giugno scorso infatti erano superiori al previsto.

Il contratto dei chimici non ha un meccanismo automatico, ma ibrido: alla fine del triennio negozia il recupero complessivo.

La situazione è molto diversa invece per il contratto del pubblico impiego, che non prende in considerazione l’indice Ipca ma segue un altro tipo di contrattazione. All’inizio dell’anno, il settore pubblico ha rinnovato con grande ritardo i contratti 2022-2024 al 5,78%, e ovviamente ora i sindacati dicono che non basta. Lo stesso è successo ai contratti dei servizi, che si stanno rinnovando con grandi ritardi senza recuperare l’aumento del costo della vita.

La contrattazione collettiva finisce così per diventare anche un generatore di disuguaglianze. Certo, dirà qualcuno, un aiuto può arrivare dai contratti aziendali (che sono quasi raddoppiati negli ultimi anni). Ma anche questi sono presenti quasi esclusivamente nell’industria e nelle grandi aziende.

 

Chi guadagna di più?

Secondo l’Osservatorio JobPricing, a fronte di una media nazionale di 30.838 euro di Ral, le buste paga più pesanti sono quelle degli addetti dei servizi finanziari (45.906 euro lordi/anno), a seguire le utility (con 33.459 euro), l’industria di processo (32.259) e l’industria manifatturiera (31.475). Sotto la media: i servizi (29.564), il commercio (29.926), l’edilizia (27.896) e l’agricoltura (25.198 euro).

Come spiegavamo qualche newsletter fa, dipende tanto anche dalla “ricchezza” del settore. Il metalmeccanico e il chimico sono settori ad alta intensità di capitale, con margini maggiori, nei quali il costo del lavoro ha un peso minore, per cui possono permettersi di seguire l’inflazione. Nei servizi, invece, si trova la parte più fragile del tessuto produttivo italiano, con bassi margini, che non riesce a compensare gli aumenti del costo del lavoro con aumenti della produttività.

 

Il problema della produttività

Ecco la parola magica. Quante volte avete sentito che l’aumento dei salari è legato all’aumento della produttività? Il problema è che la terziarizzazione dell’economia italiana è avvenuta soprattutto con servizi poco qualificati e di conseguenza poco pagati. Di qui la media in discesa.

Come ha spiegato Andrea Garnero, mentre negli altri Paesi il reddito da lavoro annuo – a parità di potere d’acquisto – è aumentato, in Italia è diminuito dell’1 per cento tra il 1990 e il 2020. E questo dato è legato alla lenta crescita della produttività italiana a partire da metà anni Novanta, che si ripercuote a sua volta sulla crescita bassa del Paese.

Secondo Tommaso Monacelli, che ha messo a confronto Italia e Francia, un fattore determinante per la bassa produttività italiana è la dimensione più piccola delle nostre imprese. Che poi sono quelle che fanno scarsi investimenti in tecnologia e ricerca e sviluppo, sottoscrivono raramente contratti aziendali migliorativi e hanno bassi salari.

Tra una micro-impresa, con meno di dieci dipendenti, e una grande, con più di mille dipendenti, c’è una differenza di oltre diecimila euro all’anno sulla Ral.

Ma è un cane che si morde la coda. Perché i bassi salari contengono pure i consumi interni, determinando una crescita bassa. Non a caso, anche per l’Ocse la produttività stagnante è la principale palla al piede dell’economia italiana. Un Paese che non cresce crea lavoro di minore qualità e salari più bassi.

Più lavoro, meno soldi.

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