ForzalavoroStarmer vorrebbe smettere di lavorare il venerdì sera alle 18 e fa bene

Dopo che il premier britannico ha detto che vuole trascorrere del tempo con la moglie e con i figli, è stato definito dai conservatori «Sir Sleepy», criticato per il fatto di non voler dedicare al suo incarico 24 ore su 24. Ma tanti lo hanno anche difeso dal cosiddetto «flexshaming». È che, in fondo, ci piace dire che non abbiamo tempo, che abbiamo agende piene e che siamo sopraffatti dagli impegni. Eppure gli studi dimostrano che così non siamo più produttivi. Iscriviti alla newsletter di Lidia Baratta!

(AP Photo/Vadim Ghirda)

Il nuovo premier britannico, il laburista Keir Starmer, poco prima di essere eletto ha dichiarato che proverà a non lavorare 24 ore su 24, sette giorni su sette.

In un’intervista a Virgin Radio ha detto una cosa tanto semplice quanto dirompente: anche da premier cercherà di salvaguardare la sera del venerdì dopo le 18 per trascorrere del tempo con la moglie e i suoi due figli.

«Abbiamo una strategia in atto e cercheremo di rispettarla, ovvero ritagliare del tempo protetto per i bambini, quindi il venerdì, lo faccio da anni, non farò nulla di lavorativo dopo le sei», ha spiegato. (Anche perché la moglie Victoria è di religione ebraica e la famiglia mantiene la tradizione della cena del venerdì sera con cui inizia lo Shabbat). Certo, ha detto Starmer, «ci sono alcune eccezioni, ma è quello che cerchiamo di fare. Spesso porto io mio figlio a kickboxing e mia figlia a nuoto e a cheerleading. Sono un papà, li amo, sono il mio orgoglio e la mia gioia e non voglio perdere quel tempo». Insomma, cose normali.

Starmer non si è limitato a difendere il tempo libero dal lavoro, ma ha anche esaltato le ripercussioni positive sulla sfera pubblica: «Non credo nella teoria secondo cui sei un decisore migliore se non ti concedi lo spazio per essere papà e divertirti con i tuoi figli. In realtà, mi aiuta. Mi allontana dalla pressione. Mi rilassa. E penso che non solo è quello che voglio fare come papà, ma è anche un bene per prendere decisioni migliori».

Flexshaming Apriti cielo. La questione è entrata nella campagna elettorale a poche ore dalle elezioni. Startmer è stato definito dai conservatori «Sir Sleepy» e «premier part-time». Anche perché la sua posizione è in netto contrasto con quella dell’ex premier Rishi Sunak, che ha fatto del suo lavoro senza sosta a Downing Street una virtù e un vanto politico. Lo stesso aveva fatto Gordon Brown. Il paragone più discusso sui giornali inglesi è stato quello con Margaret Thatcher, che diceva di dormire solo quattro ore a notte per lavorare.

Ma Thatcher era una donna del 1925, che ha ricoperto la carica di primo ministro dal 1979 al 1990. Nel frattempo, l’approccio al lavoro è cambiato, soprattutto negli ultimi anni. E anche un uomo premier può permettersi di dire di voler fare il papà e voler trascorrere del tempo con la famiglia senza essere considerato «sleepy».

La posizione di Starmer, rispetto a quella di Sunak, tra l’altro è molto più in linea con le esigenze attuali dei lavoratori (ed elettori) che chiedono maggiore flessibilità.

E infatti in tanti lo hanno anche difeso contro quello che viene definito «flexshaming». Elizabeth Willetts, fondatrice di Investing in Women, ha sottolineato il cattivo gusto dei Tory di prendersi gioco di chi lavora part-time o chiede maggiore flessibilità: «Il flexshaming deve finire, il presentismo (presentarsi al lavoro anche quando si è malati, ndr) deve finire. Non è salutare per gli individui, le famiglie e la società».

L’idea che lavorare tanto significhi lavorare meglio ed essere più produttivi non sta più in piedi. Ed è dimostrato da svariati studi. Certo, fare il premier della Gran Bretagna non è un normale lavoro dalle 9 alle 5. Né magari si potrà rivendicare il diritto alla disconnessione. E le «eccezioni» di cui parla Starmer potrebbero essere più di una.

Workaholism Ma la polemica che si è creata rivela anche quella tendenza non troppo velata che porta a provare un certo piacere nel definirsi molto occupati, o addirittura sopraffatti, dal lavoro. Ne aveva parlato la Harvard Business Review, spiegando che sentiamo di dare valore alle nostre giornate solo quando lavoriamo molto o troppo. Lavorare è anche un modo per dimostrare il nostro valore, agli altri e a noi stessi. Insomma, ci piace dire che non abbiamo tempo, che abbiamo agende piene, che siamo sopraffatti dagli impegni.

La cultura dell’«always-on» per una parte del mondo del lavoro è ancora qualcosa di cui andar fieri. Come se la quantità di lavoro determinasse il valore sociale di ciascuno. Anche perché, spiega la Harvard Business Review, avere l’agenda piena a molti serve per tenere a bada i sentimenti di inadeguatezza, ansia, solitudine, tristezza e vuoto che possono sorgere quando abbiamo del tempo libero. Il risultato è che, nonostante ci lamentiamo con amici e familiari, siamo in realtà silenziosamente collusi con i datori di lavoro che ci incoraggiano a lavorare tanto.

La sfida, non solo di Starmer, è riuscire a non rinunciare al tempo libero e ai rapporti privati anche mentre si svolge un ruolo pubblico di primo piano. In tanti non ci riescono.

Nicola Sturgeon, premier scozzese, ha dato le dimissioni all’improvviso dichiarando che «questo lavoro è molto stressante per chi lo fa e per chi gli sta intorno e per farlo bene non lo si può fare per troppo tempo». Anche la premier neozelandese Jacinda Ardern si è dimessa nel 2023. «I politici sono umani», aveva detto. E nel suo discorso alla nazione, poi si era rivolta a sua figlia Neve: «La mamma non vede l’ora di essere presente quando inizierai la scuola quest’anno».

Dall’inizio del 2024, abbiamo assistito anche alle dimissioni di molti volti noti, dallo sport fino allo spietato mondo della finanza. Noel Quinn, amministratore delegato di Hsbc, ha detto chiaramente di avere bisogno di «riposo e relax» dopo una carriera di successo ma stressante. Jürgen Klopp, allenatore del Liverpool per nove anni, si è dimesso dicendo di essere «a corto di energie».

La parola inglese che si sente sempre più frequentemente è “burnout”, stress da lavoro. Per cui si preferisce mettere interessi personali, famiglia e tempo libero davanti alle esigenze del lavoro.

La mentalità sembra essere cambiata. Non è più obbligatorio giocare sempre il ruolo del superuomo o della superdonna. Ma forse si può costruire meglio l’equilibrio tra lavoro e vita prima di arrivare al “burnout” ed essere costretti alle dimissioni.

Lo dicono svariati studi: proprio come gli atleti devono avere periodi regolari di riposo e recupero per dare il meglio di sé ed evitare infortuni, i lavoratori hanno bisogno di periodi di tempo lontani dal lavoro per recuperare energie fisiche e mentali e avere prestazioni e crescita durature.

 

Può valere anche per un premier?

Vedremo come se la caverà Starmer.

 

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