ForzalavoroIl trappolone della maternità

In Italia a una mamma conviene economicamente dimettersi entro il primo anno del bambino, diventare disoccupata e prendere la Naspi, anziché restare al lavoro usufruendo del congedo parentale facoltativo. E le aziende, per controllare il tasso di dimissioni, finiscono per fare contratti sempre più brevi. Iscriviti alla newsletter di Lidia Baratta!

(Unsplash)

«A una mamma o un papà in Italia, economicamente, conviene dimettersi entro il primo anno d’età del bambino/a, diventare disoccupati e prendere la Naspi invece di mantenere il proprio posto di lavoro usufruendo di congedi parentali».

Lo ha fatto notare su Linkedin Bruno Arbanassi, avvocato esperto di lavoro, spiegando il paradosso delle norme italiane che finiscono per disincentivare soprattutto l’occupazione femminile (questo, anche, per ragioni culturali) in un Paese dove già quasi una donna su due non lavora (con il tasso di occupazione femminile più basso d’Europa).

Il problema è che il sussidio preserva il reddito alla nascita di un figlio, ma si ripercuote sulle opportunità di lavoro delle donne, spingendole a uscire dal mercato dopo la maternità.

Ma andiamo per ordine. La scelta è tra la Naspi, quindi licenziandosi, e il congedo parentale facoltativo, quindi mantenendo il lavoro.

Una neomamma che ha già usufruito del congedo obbligatorio, se si dimette volontariamente entro il primo anno d’età del figlio, può ricevere l’indennità di disoccupazione, la Naspi (Nuova assicurazione sociale per l’impiego). Dal 2015, la durata di questa indennità è anche aumentata (è corrisposta mensilmente per un numero di settimane pari alla metà delle settimane di contribuzione degli ultimi quattro anni), inducendo così potenzialmente più madri a dimettersi.

Madri e padri, in alternativa, possono usufruire ciascuno di sei mesi di congedo facoltativo, purché non superino i dieci mesi complessivamente. L’ultima legge di bilancio ha stabilito che nel 2024 i neogenitori lavoratori hanno la possibilità di fruire di un mese in più di congedo parentale retribuito all’ottanta per cento. Per il 2025 l’importo del secondo mese scenderà al sessanta per cento. Mentre i successivi mesi restano al trenta per cento.

Il paradosso però è che la Naspi ha un valore più alto del congedo parentale: il settantacinque per cento delle retribuzioni medie dei precedenti 48 mesi di lavoro, più il venticinque per cento della parte eccedente con un massimale mensile che nel 2024 è di 1.550,42 euro lordi.

Ecco il cortocircuito Le norme esistenti, a conti fatti, spingono le donne a dimettersi e stare in disoccupazione per avere il tempo di prendersi cura dei figli piccoli.

E che si tratti di un “trappolone” ancora peggiore di quel che sembra è confermato anche da uno studio di Francesca Carta, Alessandra Casarico, Marta de Philippis e Salvatore Lattanzio, di cui ha parlato Lavoce.info.

Gli autori hanno analizzato il comportamento delle imprese in cui lavorano madri che, a seguito dell’introduzione della Naspi, hanno mostrato aumenti marcati nei tassi di dimissione dopo la nascita di un figlio.

In queste imprese, il saldo tra assunzioni e cessazioni di posizioni lavorative aumenta significativamente solo tra le donne, soprattutto tra quelle tra i 20 e i 45 anni. Le assunzioni, in pratica, crescono più delle cessazioni, ma con un incremento del turnover femminile. Questo perché per la sostituzione delle dipendenti che si dimettono, le aziende più colpite dalla riforma preferiscono utilizzare contratti temporanei e di breve durata: l’aumento del turnover si associa infatti a una riduzione della quota di lavoratrici assunte con contratti a tempo indeterminato. Per gli uomini non ci sono invece cambiamenti.

Come interpretare questi risultati? Questi dati, spiegano gli economisti, potrebbero rivelare la volontà delle imprese di ottenere nuovamente il controllo sul momento della cessazione del rapporto di lavoro, attraverso l’utilizzo di contratti di durata inferiore. Che significa contratti peggiori offerti alle donne, in particolare a quelle in età fertile.

Risultato? Potrebbe quindi innescarsi un circolo vizioso in cui le donne, avendo meno opportunità di occupazione a tempo indeterminato, sarebbero ancora più propense a uscire dal mercato del lavoro dopo la maternità.

Insomma, nonostante il sussidio di disoccupazione per le madri che si dimettono miri a preservare il loro reddito in prossimità della nascita di un figlio, potrebbe generare ripercussioni collaterali negative sulla qualità delle loro opportunità lavorative.

Specialmente per le donne, dare le dimissioni e ritrovare poi un lavoro quando il figlio entra all’asilo è molto difficile. Stereotipi di genere ancora ben radicati fanno sì che molti addetti al personale guardino ancora con sospetto le candidate che sono madri di figli piccoli. «E se poi si assenta ogni volta che il bimbo ha la febbre?». «E se deve accompagnarlo alla scuola materna?» (domande reali poste ogni giorno in fase di selezione).

E i numeri lo confermano: in Italia una lavoratrice su cinque esce dal mercato del lavoro dopo essere diventata mamma e il 72,8 per cento delle convalide di dimissioni di neogenitori riguarda le donne.

Forse avrebbe senso aumentare ancora il valore dei congedi parentali?

 

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