ForzalavoroLa «tassa» del lavoro ibrido e la necessità di nuovi leader

La chiamano «Coordination Tax», ovvero tutto il tempo sprecato per capire come entrare in contatto con i colleghi che lavorano da remoto o in presenza. Negli Stati Uniti, il 40 per cento delle aziende adotta modelli di lavoro misto, ma solo l’8 per cento ha stabilito giorni specifici. Iscriviti alla newsletter di Lidia Baratta

(Unsplash)

Entrare in contatto con i colleghi, a volte, sembra quasi una «caccia al tesoro», ha scritto il Wall Street Journal.

Ci sono giorni in cui si arriva davanti alla scrivania di qualcuno per scoprire poi che lavora da remoto. Altri colleghi puoi contattarli solo via email o Slack, c’è chi risponde al telefono e chi no. Chi per una riunione si collega su Zoom – magari a tre fusi orari di distanza – e chi parla dalla stanza accanto.

Da quando il lavoro ibrido ha preso piede, nelle aziende spesso si spreca molto tempo a cercare di coordinarsi sugli orari in presenza e a distanza. Il Wsj la chiama «Coordination Tax», la tassa che stiamo pagando per tenere insieme organizzazioni che alternano il lavoro da casa con quello dall’ufficio.

«Magari un giorno ti presenti in ufficio e non c’è nessun altro della tua squadra. E finisci per partecipare tutto il giorno a riunioni Zoom consecutive, cosa che avresti potuto fare benissimo da casa», dice Brian Elliott, consulente ed ex dirigente di Slack, che per primo ha fatto riferimento alla «Coordination Tax» in un post su LinkedIn.

Ovviamente, è un problema di organizzazione. Negli Stati Uniti, ad esempio, il 40 per cento delle aziende adotta modelli di lavoro ibrido, ma solo l’8 per cento ha stabilito giorni specifici per il lavoro in presenza e a distanza. Spesso sono i dipendenti che decidono quanti e quali giorni lavorare da remoto. Quindi capita che si scopre all’ultimo momento in che modo poter incrociare un collega. E ognuno, lavorando da casa, adotta modalità e tempi di comunicazione differenti.

Il costo della disorganizzazione C’è chi sta provando a valutare i costi in termini di produttività dei team che si coordinano su più canali di comunicazione. Tra i 37mila lavoratori intervistati dalla società di software Qualtrics, la percentuale di coloro che hanno affermato di aver collaborato in modo efficace con altri team è scesa dal 73 al 69 per cento.

In un sondaggio condotto da Microsoft su 31mila lavoratori, la metà ha dichiarato di andare spesso in ufficio solo per scoprire che il proprio manager o i propri membri del team non sono lì. E i lavoratori ibridi che hanno ammesso di avere difficoltà a connettersi con i propri team avevano anche maggiori probabilità di segnalare difficoltà nell’avanzamento di carriera e il doppio di probabilità di prendere in considerazione la possibilità di cambiare azienda.

Le aziende si stanno ingegnando per eliminare la «Coordination Tax» o almeno ridurne l’impatto. Alcune stabiliscono in anticipo i giorni in presenza in coincidenza di determinate fasi di lavoro. Altre chiedono ai dipendenti di comunicare prima i propri orari in ufficio. Altre ancora stanno implementando la tecnologia per facilitare il coordinamento. Microsoft, ad esempio, ha lanciato un’app di intelligenza artificiale per i datori di lavoro che consente ai lavoratori di condividere gli orari delle posizioni.

Falsi miti Il tutto, ovviamente, senza mitizzare il lavoro in presenza o demonizzare quello a distanza. La soluzione di tanti, davanti a queste difficoltà, è stato il ritorno obbligatorio in ufficio. Il che denota solo l’incapacità dei leader di gestire questi nuovi team ibridi.

Come fa notare Bbc, le prestazioni e la collaborazione nei team non aumentano all’aumentare dei giorni trascorsi in ufficio.

Secondo un sondaggio condotto dalla società di analisi Leesman, la differenza in termini di livelli di coordinamento e senso di appartenenza aziendale tra chi trascorre quattro o cinque giorni in ufficio e chi no è solo dell’1 per cento in favore dei primi. Non sembrano esserci grandi vantaggi nel trascorrere tante ore in ufficio. Quello che conta è la qualità, non la quantità, del tempo. E i dati dicono che, ad esempio, una combinazione di lavoro a distanza più due o tre giorni di presenza alla settimana favorisce il coinvolgimento dei dipendenti e le connessioni sul posto di lavoro.

I luoghi di lavoro sono connettori forti, ma non basta esser seduti ogni giorno alla scrivania per farli funzionare. Per evitare di pagare «tasse» perdendo tempo a coordinarsi e organizzarsi, la soluzione non è tornare tutti in ufficio. Serve una nuova cultura organizzativa, oltre che bravi leader.

 

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