Nuova stagioneNeanche West Wing e Scandal potevano prevedere l’attuale follia americana (o forse sì)

Il presidente che si blocca come Andreotti, la first lady dottoressa, lo sfidante coi capelli arancioni, il Kennedy con i vermi in testa e altre prove che anche la tv migliore non ha sceneggiatori all’altezza della realtà

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Nei dodici anni e mezzo che passano dalla prima puntata di “The West Wing” alla prima di “Scandal”, cambia un po’ il mondo e moltissimo la televisione. E infatti, dei due più rilevanti sceneggiati ambientati alla Casa Bianca, solo il secondo osa immaginare Donald Trump.

Ovvero Hollis Doyle, miliardario con lo stesso fare irritante, gli stessi capelli arancioni, la stessa spregiudicatezza immorale, epperò un esito che dimostra che la tv non ha sceneggiatori buoni quanto la realtà: a maggio del 2016, va in onda una puntata in cui Doyle deve ritirare la sua candidatura a presidente perché, ripreso con una telecamera nascosta, ha detto cose terribili; la puntata si chiama “Trump card”; sei mesi dopo, nel mondo reale, Donald Trump verrà eletto nonostante i «Le prendo per la passera» e altre indicibilità registrate da telecamere.

In “West Wing”, il cattivo non era neppure un vero cattivo, solo un repubblicano un po’ scemo e non molto sveglio nei dibattiti, ma non è per quello che ho passato le ultime ventiquattr’ore a chiedermi se per caso queste presidenziali non siano la nuova stagione di “West Wing” che ci meritiamo.

Tutto, dal disastroso dibattito d’una settimana fa in poi, tendeva più a “Scandal”. Innanzitutto Jill Biden, una laureata in lettere che si fa chiamare «dottoressa» proprio come vostra cugina con la triennale, che prima si fa filmare mentre, nei toni della madre d’un cinquenne non sveglissimo che non è riuscito a finire la poesia di Natale, dice al marito «Sei stato bravissimo! Hai risposto a tutto!».

Poi esce sulla copertina di Vogue, e lì non è neppure colpa sua – i tempi di pianificazione dei mensili non sono esattamente istantanei – pettinata da Sally Hershberger, che quindici anni fa prendeva ottocento euro per tagliarti, dieci anni fa mille, e poi l’ho persa di vista ma sono certa che abbia prezzi popolari che non forniscono munizioni ai populisti (how do you spell «sinistra della ZTL»?).

E non poteva mancare RFK jr., che secondo alcuni pensatori avrebbe dovuto beneficiare del disastro, prendere i voti di quelli che Biden è troppo bollito ma Trump proprio non si può, di quelli che sono disposti a ripiegare su uno coi vermi nel cervello (non è un’allegoria, dice che gli hanno trovato un verme morto nel cervello, e converrete che questa realtà qui non è dissimile da “Scandal”).

Ecco, pure lui, rilanciando sull’incredulità à la “Scandal”, si fa fotografare mentre mangia un cane arrosto. E capite bene che tanto valeva rinunciare come Hollis Doyle: uno coi vermi nel cervello questo secolo balzano è capace di votarlo, ma uno che mangia i figli pelosi, beh, questo sì è davvero imperdonabile.

E poi c’è Kamala Harris, che due anni e mezzo dopo la decisione della Corte Suprema di non considerare più Roe vs. Wade un precedente, e quindi di lasciare la libertà ai singoli stati di decidere sull’aborto, pensa bene di dire che ehi, Trump farà una legge federale che vieti l’aborto, mentre noi se ci rieleggete ripristineremo Roe vs. Wade.

Allora, Kamala. Primo, il punto non è se Trump farà una legge contro (lui dice di no, per quel che vale), ma perché diavolo in otto anni Barack Obama non abbia fatto una legge federale a tutela dell’aborto, e perché tu e l’amico Joe pure in due anni e mezzo non abbiate sistemato la questione. Secondo, se nove giudici nominati arbitrariamente e le cui nomine durano a vita neanche fossero monarchi possono disfare le leggi d’una nazione, forse è il caso di cominciare a interrogarsi, per citare il colonnello Jessep in “Codice d’onore”, su come diavolo la fate funzionare, ’sta baracca. E questo è quel che avrebbe risposto Olivia Pope a Kamala, quindi fin qui è tutto “Scandal”.

A farmi pensare a “West Wing” è stato Carl Bernstein. Se siete pedanti: quello del Watergate. Se siete sentimentali: quello che mise le corna a Nora Ephron. Bernstein lunedì sera va da Anderson Cooper e non voglio mentirvi, sono anch’io una di voi i cui riferimenti stanno innanzitutto nella tv generalista italiana: la prima cosa cui ho pensato non è uno sceneggiato sulla Casa Bianca ma quella volta in cui Andreotti smise di rispondere a Paola Perego, e lei temette fosse morto in diretta, sulla poltroncina dell’ospite, una domenica pomeriggio improvvisamente memorabile.

Dice Bernstein che secondo una ventina di sue fonti non è la prima volta che il presidente si comporta come in quello «spettacolo dell’orrore» che è stato il dibattito. Che in particolare un anno fa c’è stata un’andreottiana volta in cui, al Four Seasons di New York, si è irrigidito mentre teneva un discorso a una raccolta fondi, sembrava in rigor mortis, gli hanno dovuto portare una sedia, e non essendo “Buona domenica” non avevano neanche la pubblicità da mandare (questo Bernstein non lo dice perché impreparato in storia della tv italiana).

Dice Bernstein che da sei mesi il declino di Biden è accelerato, e Cooper non gli dice quel che pensiamo tutti, tanto non c’è bisogno perché lo pensiamo appunto tutti: che non si ritirerà. Perché se ufficializzi che non sta più capendo un cazzo già da un po’ stai dicendo che hai lasciato un incapacitato alla presidenza sapendolo tale, e qui arriva “West Wing”.

In cui il candidato ha la sclerosi multipla, non lo dice, viene eletto, e a un certo punto della presidenza questa notizia viene fuori ed è la versione morale (“West Wing” veniva scritto da un gran moralista) della vicenda Clinton/Lewinsky: ufficialmente lo scandalo non sono i fatti (per Clinton il sesso, per Bartlet la sclerosi multipla) ma la menzogna. Il presidente ha mentito. Scandalo, indagini, minacce d’impeachment.

In “West Wing” c’era già tutto, quindi forse c’era anche l’analisi delle elezioni del 2024, in una puntata andata in onda a maggio del 2001. Non hanno ancora detto al paese che il presidente è malato, vogliono sondare l’opinione pubblica per capire le reazioni, ma hanno paura che faranno brutta figura se si viene a sapere che hanno fatto un sondaggio sulla cartella clinica presidenziale. Josh, uno dei consiglieri politici, lo dice a CJ, la portavoce, e quella gli ride in faccia.

«Voialtri siete come Butch e Sundance, vi sporgete a guardare dalla scogliera la cascata con le rocce che finisce cento metri più giù, e pensate che forse è meglio non saltare, magari una volta in acqua potreste affogare. Il presidente ha questa malattia, e ha mentito, e voi siete preoccupati che siano i sondaggi a farci sfigurare? È lo schianto della caduta, quello che vi ammazzerà».

Dal 2001 di quella puntata è cambiato tutto, figuriamoci poi dal 1969 di “Butch Cassidy”. Se ricordo bene, Newman e Redford uscivano allo scoperto sparando ai cattivi, una scelta suicida ma a volte accadono miracoli, se ci azzardiamo a chiamare miracoli quegli spasmodici trucchi di radianza (certo, la poetessa che scrisse questo verso poi mise la testa nel forno, quindi forse non è un viatico vincente).

Se ricordo bene, il film ci faceva il favore di concludersi prima che potessimo scoprire che fine facevano, quei due. Se non la caduta li ammazzasse ma il numero maggiore di armi altrui. Se ricordo bene, Paul Newman diceva – nella vita, non nel film – che la fortuna è un talento. Che, lo dico per l’eventuale sequel, è una frase che mi pare attagliarsi più a Trump che a Biden.

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