Cuoricinatori fortiQuella volta di dieci anni fa che Scandal ci spiegò che eravamo rovinati

Olivia Pope, la protagonista della serie tv creata da Shonda Rhimes, è il sintomo dei nostri tempi: lei uccide, tradisce e inganna, ma pensiamo che sia buona solo perché ha il labbro tremante, la lacrima facile e l’infanzia difficile

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La separazione delle carriere tra pubblico e critica non è prerogativa esclusiva delle pagine culturali, che danno spazio a starlette famose per le loro malattie e non per i loro trimetri coriambici più volentieri di quanto lo diano a tizie che scriveranno pure romanzacci d’amore per quindicenni ma sono in cima alle classifiche da mesi (il numero di recensioni di Erin Doom eguaglia il numero di copie vendute da gente con corposissime rassegne stampa).

È una separazione presentissima anche nelle pagine degli spettacoli, dove i critici si dilettano a parlare di Lol assai più di quanto piaccia loro parlare di Don Matteo: perché dovremmo incomodarci a prender sul serio una cosa che guarda uno spettatore su tre, se possiamo farci belli coi prodotti dai numeri minuscoli delle piattaforme?

«Più recensioni che spettatori» è sintesi che si adatta a nove decimi delle produzioni culturali di cui leggiamo, ed è la ragione per cui leggiamo sempre meno recensioni (leggiamo anche sempre meno libri, ma quello dipende dalla frammentazione: se a ognuna di cui cuoriciniamo le dolenze viene pubblicato un libro, occorrerebbe, perché il numero delle copie fosse significativo, che ognuna comprasse decine di libri al mese: siamo una popolazione di cuoricinatori forti, mica di lettori forti).

E quindi, i giornali americani hanno passato le scorse settimane a sdilinquirsi sul decennale di Girls, una serie che non è mai riuscita a racimolare un milione di spettatori sul territorio statunitense, ed è quindi ufficialmente la principessina del regno «più recensioni che spettatori», e nessuno ha scritto un rigo sul decennale di Scandal, che negli stessi anni faceva dodici milioni di spettatori nelle stagioni che andavano bene e sette in quelle che andavano male. (Scandal andava in onda su una rete generalista e Girls su una via cavo, e di questo bisogna tener conto, certo; terrei anche conto del fatto che Il trono di spade era sulla stessa rete di Girls, e moltiplicava per venti il numero di spettatori della serie sulle ventenni petulanti, quindi non è il tasto del telecomando il problema).

Nel 2012 scrissi un libro sull’adulterio in cui Scandal aveva un certo qual peso: la protagonista dello sceneggiato è pur sempre l’amante del presidente degli Stati Uniti. La editor mi suggerì di toglierlo: ma chi lo conosce, ’sto Scandal. Ad attutire i demeriti della editor, Scandal era iniziato in minore, nel 2012, come riempimento di un buco di palinsesto primaverile. Poi diventò una cosa irresistibile come se ne facevano una volta in tv, prima che vincesse il modello-diluizione: quello per cui un’ideuzza che funzionerebbe in un’ora viene dilatata a dieci puntate acciocché la produzione possa fatturare di più a Netflix, e noi possiamo restare più insonni a vedere dieci puntate in cui non succede niente.

In una puntata di Scandal succedevano più cose che in due stagioni d’una serie di quelle che si portano adesso: vicepresidenti che diventavano assassini, amanti che diventavano nemici, figlie che tentavano di uccidere padri, buoni che uccidevano cattivi. Ma, soprattutto, in ogni puntata di Scandal – senza mai dircelo, senza quasi mai farci esplicitamente la predica, senza pressoché mai eccedere in stucchevole militanza – ci spiegavano cosa stavamo diventando.

Verso la fine della serie, conclusa nel 2018, Shonda Rhimes, che se l’era inventata, raccontava come le accadesse di trasecolare ogni volta che quelli che lavoravano con lei le palesavano la loro convinzione che Olivia Pope fosse buona.

Olivia Pope, la protagonista di Scandal, in sette stagioni aveva tra le altre cose: avuto una relazione adultera col presidente degli Stati Uniti mentre lavorava per lui; tradito il proprio amante col di lui migliore amico; imprigionato la propria madre (che comunque era una terrorista); imprigionato il proprio padre (che comunque era il supercapo delle superspie supersegrete); ucciso con una sedia il vicepresidente (che comunque era un organizzatore di stragi e altre amenità) paralizzato, colpendolo così tante volte che alla fine quello non aveva più una faccia; ucciso una vicepresidente (la quale comunque aveva organizzato l’assassinio del marito: a Scandal erano tutti personcine perbene); dato mandato di uccidere non so più quanta gente alle varie superspie che non capivano un supercazzo e lavoravano per lei; truccato il risultato delle elezioni; fatto saltare in aria un capo di Stato straniero e tutti i passeggeri dell’aereo su cui si trovava perché quello flirtava con la nuova presidente americana distraendola; eccetera (l’elenco completo delle sue imperfezioni morali richiederebbe dodici volumi).

Però Olivia Pope aveva il labbro tremante e la lacrima facile e l’infanzia difficile e il sentimentalismo fotogenico e proclamava di stare dalla parte dei buoni: come ti racconti vale più di quel che sei, e Scandal lo capì prima di Instagram. (E infatti fecero la puntata sul ragazzo nero ucciso a freddo dal poliziotto bianco e sulla giustizia che si riesce a ottenere solo perché là intorno è pieno di gente i cui cellulari hanno telecamere cinque anni prima di George Floyd).

Ma il vero ciò-che-siamo svelatoci da Scandal è nella puntata del 7 maggio 2012 (sì, sono giusto dieci anni oggi: ho un debole per gli anniversari di cui mi ricordo solo io). Olivia Pope sta cercando la verità su un incidente aereo: è stata assoldata per risanare la reputazione della pilota morta cui la linea aerea cerca di dare la colpa. Quando si scopre che la revisione meccanica dell’aereo è stata falsificata, i più ingenui di noi pensano sia colpa del plutocrate cattivo proprietario della linea aerea. E invece.

E invece la scena più terrificante e realista del nostro tempo è quella in cui un impiegato della Olivia Pope and Associates trova, alla sua scrivania in un open space, la mite donnina che, invece di prendere i dati della vera revisione, studiarli, controllarli, riempire il suo bravo modulo, ha ricopiato su un foglio i numeri d’una vecchia revisione. L’ha fatto perché è una stragista? Macché: l’ha fatto per il saggio di pianoforte della figlia.

Lavoriamo tantissimo, pigola la tizia che ha fatto morire per sbrigarsi a uscire dall’ufficio centoventi persone. Quella sera la mia bambina aveva il saggio di pianoforte. È proprio brava al piano, sa? E quest’anno ne avevo già perso uno. Avevo un sacco di rapporti meccanici arretrati, e se non li mandi in tempo ti licenziano, e ho pensato ne fotocopio uno, che sarà mai. E adesso non riuscirò più a sentirla suonare il piano senza pensare a quelle persone morte.

Tutta la scena è costruita per farci empatizzare con la povera tizia vessata da gente che, ma tu pensa, pretende faccia il lavoro per cui è pagata. Quel lavoro è, per una volta, questione di vita o morte (la scusa preferita delle madri che piantano a metà giornata l’ufficio perché sai-la-bambina è che il loro lavoro mica è questione di vita o morte), ma quello che ci dovrebbe straziare è che la povera madre ora si sentirà in colpa ogni volta che la bambina suona il piano.

Sì, certo, per i precedenti trentacinque minuti ci hanno detto in lungo e in largo che era molto grave l’aereo fosse caduto e i passeggeri morti e la pilota ingiustamente accusata, ma nessuno ha avuto diritto alla densa dose d’empatia che gli autori si aspettano concediamo alla tizia che doveva andare al saggio di pianoforte, e sì, per farlo non aveva controllato i veri dati della vera revisione al motore dell’aereo, ma mettetevi nei suoi panni: la sua bambina aveva il saggio.

Era il 7 maggio del 2012 quando Shonda Rhimes non ha capito perché tutti sarebbero sempre stati disposti a trovare Olivia Pope buona, e io ho capito che eravamo rovinati.