Libertà totale Ssheena parla di una donna che fa quello che vuole, senza chiedere il permesso

Un brand che si definisce “una donna che se ne frega ma anche un uomo sbadato”. Ssheena, o meglio Sabrina Mandelli (ex design director dell’abbigliamento donna di Off-White), è soprattutto un’idea(le) femminile incline ai cortocircuiti e alla nevrosi

Sabrina Mandelli

Quando si varca la soglia dello show-room di Ssheena, il brand nato nel 2018 dalla mente di Sabrina Mandelli, in uno di quei palazzi di ringhiera milanesi dalle parti di Porta Genova, ci si chiede se non si è sbagliato il Cap, e ci si è ritrovati catapultati in un loft newyorchese, di quelli con un gusto per l’interior minimalista ma d’impatto, tale da meritarsi la presenza su una qualche rivista di design patinata. 

«Mi interessa più comunicare l’idea di un’azienda sana, che mettermi in mostra in prima persona, mi sembra un po’ da sfigati» ammette con qualche nervosismo lei, mentre ci sediamo sul divano Baxter firmato da Vincenzo De Cotiis, in un tenue asparago. Accanto, su un tavolino di Paola Navone in una fantasia grafica bianca e nera, sono poggiate le calzature del brand. Le lampade sono di Fontana Arte «che vengono dalla Brianza, come me», mentre il resto dello spazio, oltre che dalle relle sulle quali sono appesi i capi, in ordine cromatico, è occupato da un mobile e da una scrivania di BBPR, il collettivo milanese responsabile della Torre Velasca. 

Il tempo lo scandisce un orologio Gio Ponti appeso al soffitto, mentre i ragazzi che la aiutano sono seduti su un lungo tavolo bianco al centro della stanza, la testa china su dei fogli, e dalle casse passa un vecchio brano di Madonna. «Abbiamo preso lo spazio nel 2018, quando abbiamo registrato il brand: era un magazzino con un negozio» spiega lei, capelli corti tirati indietro, il fisico minuto evidenziato da un lupetto nero e dei pantaloni dritti. «Io volevo un posto dove realizzare le collezioni a chilometro zero (e infatti sul retro ci sono macchinari di produzione e tavoli da lavoro delle sarte, ndr), e poi è finita che quando viene gente a trovarci, si fa un tour come al fuori Salone».

Un risultato che, a giudicare dalla location, sembra compiuto, di successo, quasi incredibile per un brand di abbigliamento uomo e donna che ha poco più di cinque anni di storia, a meno di non considerare un influsso di denari di un visionario mecenate. E invece, a eccezione del compagno Luca, che le fa da spalla nella gestione economica del progetto – «lui si occupa dei numeri di cui a nessuno di noi qui presenti interessa nulla, ma ci riporta tutti alla realtà, soprattutto me» –, non c’è nessun grande uomo dietro, o davanti, questa donna. Nata figlia di una coppia che gestiva un’impresa di autodemolizioni nella Brianza verace, distante dalle “cene eleganti” di Arcore, Mandelli è però piaciuta persino a Virgil Abloh, che l’ha voluta per otto anni come design director dell’abbigliamento donna di Off-White.

«Ho iniziato da Dolce & Gabbana, appena dopo la Marangoni: mi occupavo di vestire le celebrities» spiega Mandelli. «Un mondo estetico diverso dal mio, ma che da subito mi ha messo in contatto con una struttura organizzativa imponente, dalla quale ho imparato molto». Dopo, è arrivato l’incontro con Claudio Antonioli, genius loci dello stile meneghino, con quel suo concept store in zona Navigli (ma anche poi a Ibiza, Torino e Lugano) dove gli addetti alla vendita sembrano adepti di un culto modaiolo impenetrabile dalle masse che non sanno pronunciare correttamente il nome di Ann Demeulemeester, brand belga acquistato dall’imprenditore nel 2020. 

«Mi ha voluta a disegnare Ring, questo brand di jeanseria da lui prodotto (oggi non più esistente, ndr): è stata l’occasione per capire come confrontarsi con i fornitori, gente della provincia, che devi convincere, niente a che vedere con i formalismi milanesi. Una palestra che, quando lanci un tuo brand, ti torna assai utile» conclude ridendo. Ed è stato proprio Antonioli a proporle un incontro con il compianto designer di Chicago, che necessitava di una consulenza per il suo ufficio stile. «All’epoca quel brand non era certo famoso come è diventato dopo, io non lo conoscevo, tanto che Claudio mise le mani avanti, dicendomi: “sicuro non ti piace”. Mi passò il numero di cellulare di Abloh, e fu abbastanza esilarante all’epoca perché gli domandai se aveva delle indicazioni da darmi in merito e lui mi rispose: “fai quello che ti piace, basta che sia cool”. 

Da lì sono iniziati otto anni di profondo cambiamento anche nell’ecosistema della moda. Off-White è esploso: per i primi quattro anni sono stata design director dell’abbigliamento maschile e di quello femminile, poi mi sono occupata esclusivamente del womenswear». Eppure, a guardare il campionario esposto, non c’è ombra di felpe e tute, neanche una Nike customizzata: al loro posto completi formali privi di logo e abbondanti in carattere, lunghe gonne in lana con profondi spacchi laterali da indossare con microtop in seta con scollo all’americana, denim dalla vestibilità morbida con dei cut-out simmetrici sulle ginocchia, micro blazer in principe di Galles che fanno il verso alla borghesia gauche caviar parigina, con un foro sul retro dal quale far passare un foulard in seta, pronto per essere allacciato al collo o lasciato libero sulle spalle. 

«Neanche Off-White era un brand che mi assomigliava, nel mio progetto i bestseller sono i capi formali. Però di certo, la cosa ammirevole di Virgil era la fiducia con la quale si affidava ai suoi collaboratori molto più giovani. All’epoca avevo ventotto anni, ma oggi cerco di fare lo stesso con la gente che lavora per me. E sono consapevole che mai più nessun datore di lavoro mi dirà “se piace a te, piace anche a me” come mi diceva lui, ma so che è necessario un team per far succedere le cose belle. Un team del quale devi fidarti e a cui pure affidarti». In quegli anni di formazione ha coltivato il desiderio di un brand che portasse la sua iniziale, ma non il suo nome, «il designer diva anche no». E quindi a raccontare l’idea di un essere vivente, non necessariamente simile alla sua creatrice, nel genere o nel guardaroba. C’è solo una “S” che torna come dettaglio minimale nei volumi che chiudono i cappotti o nella metalleria sulle maniche. Così è nata Ssheena, erede di quella “Sheena is a punk rocker” dei Ramones «un inno femminista, di libertà totale, che parla di una donna che fa quello che vuole senza chiedere il permesso».

Un progetto nel quale oggi sono assoldate meno di dieci persone, che usano lo show-room per la produzione, per l’atelier, per la vendita e la realizzazione del campionario. E chi arriva qui di passaggio, o per acquistare il brand per il proprio negozio – Ssheena è distribuita in Europa e Turchia, est Europa e tramite e-commerce – e si confronta con la necessità di una tappa alla toilette, si ritrova con sorpresa, in un bagno con i graffiti che ricorda quello del CBGB, il locale del Lower east Side di Manhattan nel quale si esibivano i quattro allampanati punk newyorchesi. 

«Ci sono dei pennarelli disponibili, e puoi scrivere sui muri come in un bagno pubblico», spiega lei divertita, mentre si osservano le pareti sopra le quali abbondano sticker e adesivi, memento della creativa. Foto della nonna e del gatto, ma anche immagini di Grey Gardens, dai film di Pasolini, disegni di Tom of Finland, Sid Vicious, loghi di band come Foo Fighters e Sum 41, le top model scattate da Peter Lindbergh, e poi una sua foto da ragazzina con i genitori. 

«Oggi sono orgogliosi di me e di quello che faccio, non riescono a capire tutte le mie paturnie, ma sono stati abbastanza comprensivi da assecondarmi, come quando nelle estati nelle quali andavo alla Marangoni mi mettevo a lavorare alla pressa dell’autodemolizione, con gli shorts e gli anfibi, garantendo a mio padre che con un’immagine del genere gli avrei portato più clienti, e poi passavo le giornate a ordinare le carcasse delle macchine in ordine cromatico». Oggi, che è madre anche lei del piccolo Aimo di tre anni – il cui nome è «l’anagramma di Miao» e che pare aver già ereditato la riottosità della madre –, è consapevole che essere donna e madre non sono esattamente caratteristiche amate da un sistema che ha ancora molti problemi con il mondo femminile. 

«Non mi sarei immaginata madre, ma poi è stata la cosa più bella che mi sia capitata: mi dà ancora più energia in un mondo abbastanza ostico a chi è (ribelle) come me. Ma poi mi ricordo che sono sempre stata una punk, da ragazzina avevo la cresta e scrivevo sui muri dell’istituto di Ragioneria, dove ero arrivata per fare un dispetto ai miei genitori, che non mi avevano voluto mandare al Liceo artistico. E oggi, voglio rendere Ssheena capace di essere il nuovo nome di riferimento a Milano. Questa rivoluzione femminista la faccio eh. Sta a vedere se non ci riesco».

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