Gentle touchAndrea Duodo si candida per rilanciare (davvero) il rugby italiano

Il commercialista trevigiano, ed ex giocatore, si candida per il ruolo di presidente della Federazione in un momento di grande difficoltà per lo sport della palla ovale: «Ho la certezza di poter, insieme alla mia squadra, portare un metodo diverso»

Andrea Duodo, candidato per la presidenza della Federazione Italiana Rugby

Il rugby italiano vive un momento di grande confusione, di totale scollamento tra il clamore di alcuni risultati sul campo e le infinite polemiche per una gestione iper-personalistica della Federazione, le cui risorse sono ridotte al lumicino. Senza dimenticare il calo continuo dei tesserati e delle società attive. In questo clima di tensione e grande fatica, domenica quindici settembre si vota per il rinnovo della governance, presidente e consiglieri federali. 

Il rugby è sport di valori o almeno così si è sempre raccontato e venduto, una leva di marketing che l’attuale governance ha messo in un angolo puntando tutto sugli effetti speciali delle Nazionali. Scelta che non è stata sufficiente a portare nuovi giocatori, a convincere le famiglie italiane che la palla ovale con le sue clubhouse e la gente allegra e aperta sia un buon approdo educativo, resti una scuola di vita migliore di molte altre. 

Marzio Innocenti è diventato presidente nel marzo 2021 al terzo tentativo, per ottenere il risultato ha sfruttato un’alleanza elettorale dell’ultimo minuto. Populismo, azzeramento dei vertici, antagonismo senza soluzione di continuità sono stati il lessico quotidiano di una struttura di governo che ha perso di vista la gestione dei costi (il bilancio 2023 perde oltre nove milioni di euro, il preventivo 2024 quasi otto). Sul campo invece la continuità (mascherata e rinnegata) ha portato ottimi risultati, una splendida Nazionale che fino al momento del redde rationem elettorale ha mascherato bene il magma del rugby italiano. 

A contrapporsi a Innocenti ci sono un candidato di lungo corso e grande esperienza come Massimo Giovannelli e un volto nuovo, inedito negli scenari di potere di uno sport troppo abituato a replicare se stesso, Andrea Duodo.

Duodo è un commercialista trevigiano, cinquantenne di bell’aspetto e ottime frequentazioni. Conosce il rugby perché l’ha giocato ai livelli più alti e conosce la Federazione perché ha prestato servizio come team manager delle Nazionali negli anni Novanta e come Revisore, ma non aveva mai manifestato fino a pochi mesi fa alcuna attenzione alla politica sportiva, sembrava uno di quelli troppo risolti e realizzati per sporcarsi le mani con un’impresa come quella di candidarsi presidente in opposizione al “potere costituito”. 

Una domanda facile: perché si è candidato?
Per puro spirito di servizio, perché ora è necessario. Vorrei anche riformulare la domanda, se possibile. La versione più corretta è: perché vi siete candidati? Io non sono solo, ho sempre combattuto l’idea dell’uomo solo al comando, delle grandi imprese solitarie. Con me ci sono duecento persone che vengono da tutta Italia, che hanno esperienze diverse e competenze specialistiche, con cui ho scelto di affrontare questa sfida, una campagna elettorale troppo breve per una partita così importante. Ma qualcuno ha deciso così e noi abbiamo iniziato la partita, con passione, grande impegno ed entusiasmo. La mia idea è che in un momento così complesso sia inutile mascherare i problemi e che esista solo una soluzione: il lavoro.

Su La Repubblica di martedì Massimo Calandri parla di grande momento del rugby italiano, di gestione perfetta, di rielezione scontata. C’è qualcosa che non torna, chi ha ragione?
Non mi piace farne una questione di ragione o torto. Calandri scrive quel che gli dice la sua coscienza, poi certo dipende dal livello di profondità dell’analisi. Nel rugby, così come in tutti gli altri grandi sport di squadra i giocatori non si improvvisano, questa generazione così solida e talentuosa viene da lontano, dal processo di selezione e formazione che altri Presidenti e altre versioni di questa Federazione hanno voluto. Strillare al miracolo del Santo non ci aiuterà a capire cosa bisogna fare per invertire la rotta. La pianificazione ha un valore, i risultati di questa gestione si vedranno tra un quinquennio e purtroppo saranno gestiti da altri. Il vero punto però è la sostenibilità, i conti degli ultimi tre anni sono molto preoccupanti e peggiorano di continuo, a fronte di una dispersione di cinquemila praticanti dal 2019 a oggi e a un calo delle società attive, ovvero quelle che hanno un numero sufficiente di atlete e atleti per fare attività. Sono più di cento. La responsabilità di chi governa una Federazione è quella di permettere a tutti di poter giocare a rugby, tra tre anni così come tra cinque. Ecco, alla luce di questi numeri la continuità aziendale, se così vogliamo chiamarla, non è garantita. Né quella economica, né quella sportiva. 

Lei è un uomo di numeri, non le sfuggirà però che anche altre federazioni (gallese, francese su tutte) versano in pessime condizioni?
Non mi piace definirmi uomo di numeri, certo li conosco e sono per me strumento di lavoro quotidiano ma non è l’unica forma del mio approccio e della mia professionalità. Ho vissuto il rugby sin da bambino, mi sono emozionato in partita e fuori dal campo. Amo l’atmosfera che con gli amici viviamo ogni volta in clubhouse nel terzo tempo. Ho la certezza di poter, insieme alla mia squadra, portare un metodo diverso. Non voglio entrare in questioni troppo specifiche e difficilmente verificabili da chi ci legge, ma sottolineo solo che esiste un’enorme differenza tra investimenti, che sono in larga parte il motivo delle passività di quelle federazioni che hanno destinato risorse al movimento, e gestione poco oculata delle spese correnti. L’Italia del rugby, in questo momento, annega tra spese ormai difficilmente controllabili e un’erosione inarrestabile del patrimonio. So che sarebbe molto più affascinante parlare degli schemi di Quesada [l’allenatore dell’Italia] e giocare a fare il Presidente/Padrone della Nazionale, ma c’è una questione emergenziale da affrontare e bisogna essere seri.

Le grandi squadre, i club storici del rugby italiano (Petrarca e Rovigo in primis) si sono schierati con lei, la Benetton Treviso ha rotto gli indugi con un endorsement molto chiaro. Lei vuole cambiare il movimento ma sembra accompagnato dai poteri più forti e consolidati.
Questa campagna elettorale è stata molto breve, intensa e nervosa. Fissare le elezioni così a ridosso dell’estate ci ha lasciato poco tempo e costretti a lavorare ventre a terra. Non entro nella polemica sul perché di tutta questa fretta da parte del Presidente uscente, mi limito a dire che sono molto grato a chi si è speso per me e la mia squadra e ha accettato di appoggiarmi pubblicamente.  Lei cita alcuni club di nome e blasone, ma posso assicurarle che tantissimi club piccoli ci sono vicini e hanno testimoniato pubblicamente il loro supporto, non ne faccio una questione di elitarismo e poteri forti, francamente molto mal posta. Nel rugby non esistono poteri forti, esiste la forza del collettivo, dal professionismo al rugby amatoriale che a me piace chiamare rugby comunità. Noi siamo quello, il resto va bene per la propaganda.

Cosa pensa di fare per invertire questa tendenza?
Serve entusiasmo, serve lavoro di squadra e serve trasparenza. Non c’è bacchetta magica che possa risolvere tutto e non ci sono ricette miracolose, le lascio agli altri. Sono perfettamente consapevole che chi vince erediterà una situazione terribile e che esiste il rischio concreto di un commissariamento, ma lasciare che tutto crolli inesorabilmente non è un’opzione. C’è da fare un lavoro durissimo sulla razionalizzazione delle risorse, c’è da intervenire sull’area dei ricavi restituendo al rugby la sua immagine pulita e unificatrice ma soprattutto bisogna recuperare persone, convincerle che non siamo cambiati, che siamo una comunità di valori. Questi anni di veleni non devono farci deragliare. Posso promettere che noi non saremo la squadra delle epurazioni e dell’austerity, ma coloro che lavoreranno duramente per l’efficienza e la trasparenza nella gestione del bene comune: il rugby italiano. 

Prometterà anche lei di vincere un Sei Nazioni?
No, prometto di fare del mio meglio per tenere l’Italia tra le migliori Nazionali del mondo, per portare al nostro gioco sempre più famiglie e bambini e prometto che tra loro ci saranno i campioni del futuro. Le vittorie in campo non si promettono, si disegna il percorso per raggiungerle.

 

X