È ovvio a chiunque che la razza umana è sull’orlo dell’estinzione. Non perché non ci riproduciamo abbastanza, come teme Elon Musk, ma perché la normale inettitudine giovanile si è acuita in misura anormale: abbiamo partorito una generazione che, quando finalmente noialtri ci leveremo di torno, si lascerà morire d’inedia perché il frigorifero è fonte d’ansia. (Tra le invenzioni di questo secolo, la stupidità di «ansia» se la batte con quella di «empatia»).
Lo so che pensate d’aver messo al mondo le uniche eccezioni, ma neanche per loro c’è scampo. Una settimana fa l’Atlantic scriveva degli studenti di letteratura stravolti perché si pretende che leggano un intero libro; tre giorni fa il Telegraph c’informava che, senz’altro per colpa della pandemia, ai bambini che quest’anno vanno in prima elementare non è ancora stato tolto il pannolino.
Mio figlio non è così, state sospirando, vi sento; ma ieri, sul Sunday Times, qualcuno che restava anonimo come accade per le denunce davvero coraggiose raccontava di non poter fare il proprio lavoro di docente universitario seguendo quel terzo di studenti ancora normali, perché l’accademia vuole che vengano assecondati e coccolati quelli che ritengono fonte d’ansia dover prendere un appuntamento dal medico, o dover essere puntuali a lezione, o dover fare una telefonata.
Quindi, l’umanità si estinguerà perché anche ai pochi ancora in grado di trovarsi il culo con le mani nessuno avrà insegnato a operare a cuore aperto, dato che i professori di medicina sono impegnati coi sentimenti e le emozioni di quelli che vogliono fare i medici ma gli fa impressione il sangue (o le telefonate dei pazienti).
Cosa possiamo fare, per intrattenerci in attesa di questa meritata estinzione? Direi: occuparci di ciò che conta meno. E, come sappiamo, niente conta meno della reputazione. Eppure, pochissimi sono in grado di non passare il tempo a preoccuparsene.
«La vita di un uomo viene sporcata per sempre se qualcuno ne parla su un settimanale», diceva un Nanni Moretti di quando eravamo tutti giovani e la reputazione passava dall’Espresso e da Panorama; adesso, la reputazione passa dai meme, e pochissimi sono in grado di essere così di spalle larghe da fottersene se diventano meme.
Nel mio rutilante sabato sera di doppi schermi, di eroi del disinteresse per lo spirito di patata dei social ne ho visti ben due. Uno era al comizio di Trump, e una alla trasmissione di Milly Carlucci.
(Breve divagazione: ma quindi il sabato sera di Rai 1 in questo secolo è roba di gente che non sa ballare cui altra gente dice «ma guarda che non sai ballare»? “La corrida di Corrado” ma con tizi teoricamente famosi e vestiti assai peggio degli sconosciuti di Corrado? Meno male che l’umanità sta per estinguersi: se tra cinquant’anni ci fosse qualcuno vivo, quel qualcuno dovrebbe assistere alla chiusura di “Techetechetè” per mancanza di materiali).
Dunque al comizio di Trump, il suo gran ritorno a Butler, dove gli spararono, con davanti degli ostentati vetri antiproiettile che ti fanno pensare tutto il tempo «ma quello gli aveva sparato di lato», c’era Elon Musk. Saltava come uno cui non fotte niente di diventare una gif. Aveva un cappellino “Maga” come uno cui non fotte niente di piacere alla gente che piace. E diceva le solite banalità che si dicono prima delle elezioni americane: iscrivetevi alle liste elettorali (come già ho detto un milione di volte, le civiltà sono fatte di abitudini: nella nostra sarebbe impensabile che il diritto di voto non fosse automatico senza bisogno d’iscriversi a niente, nella loro è impensabile che al seggio ti chiedano un documento).
Se non andate a votare, diceva Elon, queste saranno le ultime elezioni. La sua tesi, uguale a quella di tutte le destre d’occidente, è che la sinistra voglia aprire i confini e, una volta effettuata la sostituzione etnica, tutti gli immigrati grati (mi sono svegliata poeta) voteranno per sempre per i democratici.
Lo guardavo e pensavo: sì, Elon, tutto bene, hai senz’altro ragione, ma come la mettiamo col fatto che sei un sudafricano? Cioè, non mi sembri esattamente il più adatto a rappresentare la tradizione di chi è americano da sette generazioni. (Però certo, hai fatto un sacco di soldi: a nessuno importava dove fosse nato Jay Gatsby, aver accumulato ricchezza ti dà un bonus d’almeno cinque generazione d’americanitudine in purezza).
Nel frattempo, nello studio di “Ballando con le stelle”, tutti ci tenevano a dire che a loro la tv di Barbara D’Urso non piaceva. Perfino Fabio Canino, che evidentemente si percepisce il figlio naturale di Umberto Eco ed Enza Sampò, metteva a verbale la propria disapprovazione per il kitsch (che gli analfabeti chiamano trash). Intanto, sui divani delle italiane, partivano e arrivavano solo messaggi nell’ordine di «Ma quanto è figa?».
E mi dispiace se siete tra quelle e quelli che ora staranno pensando «eh ma è rifatta», perché io non so se Barbara D’Urso sia rifatta, ma so che si rifanno tutte, e che nessuna viene così. So che quelle gambe da trentenne, su una signora di sessantasette anni, non c’è chirurgia plastica che le ottenga. So che il meme della settimana, Barbara D’Urso che dice «io sono figa sopra ogni altra cosa», ci ha viste annuire tutte quante, spettatrici in pigiama con la pinza in testa e una sana ammirazione per la tigna della signora, benedetta dalla genetica ma anche evidentemente disciplinatissima.
Può fregargliene qualcosa, a Barbara D’Urso, se neanche con lei un varietà che non è un varietà con ballerini che non sono ballerini giudicati da giudici che non sono giudici è riuscito a totalizzare più pubblico di Maria De Filippi? Può fregargliene qualcosa se lo spirito di patata social la sbeffeggia? Può fregargliene qualcosa, al di là delle simulazioni d’emotività che ha messo in scena perché conosce il mestiere?
Certo che no. Ha abbastanza ore di volo da non sapere cosa sia l’ansia: al massimo è una cosa che dici di provare sennò il pubblico ti percepisce fredda, un’emozione da poco che mica invalida in qualsivoglia misura la tua capacità di fare ciò che devi.
All’età alla quale gli universitari di questo secolo non riescono ad andare a lezione per l’ansia, Barbara D’Urso faceva le interviste per Moda, il più bel giornale mai esistito in questo paese. Ne ricordo una a Diego Abatantuono (un altro dei migliori a fottersene, finalmente ospite fisso a “Che tempo che fa”: era ora che le produzioni televisive ricominciassero a coprire di dobloni quelli che fanno la differenza, invece di riempirsi di mezze figure che vengon via con poco) in cui l’intervistatrice parlava delle proprie tette in terza persona, «le mitiche tette della D’Urso». Noialtre svergognate di questo secolo abbiamo imparato più mestiere dalla D’Urso di quanto siamo disposte ad ammettere.
Quindi, riepilogando, nessuno dei vostri figli sopravviverà alla propria inettitudine coccolata da questo secolo tenacemente fragile. Ma, forse, se la caveranno quelle dotate di patrimoni eccezionali, siano essi gambe, o dollari, o talenti. Sarà un pianeta popolato solo dalle Barbara e dagli Elon. Peccato che per allora sarò morta, perché mi sa che sarà più divertente di questo.