Labour WeeklyCome se la passa lo smart working in Italia

Il novantaasei per cento delle grandi aziende ha consolidato al suo interno iniziative di lavoro agile per alcuni giorni della settimana. Nelle piccole e medie imprese, invece, è ancora visto come uno strumento occasionale. Nella pubblica amministrazione, se la passano male i piccoli comuni

(Unsplash)

Questa settimana sono stati pubblicati i dati elaborati dall’Osservatorio sullo smart working del Politecnico di Milano che ci aiutano a guardare dall’alto l’evoluzione del lavoro agile in Italia. Dalle fasi più acute della pandemia a oggi, il numero dei lavoratori che svolgono la loro attività almeno parzialmente in smart working si è quasi dimezzato. Mentre nel 2020 oltre sei milioni e mezzo di dipendenti hanno svolto il proprio lavoro in modalità agile, oggi i lavoratori smart sono “appena” tre milioni e mezzo. Se riduciamo il periodo di confronto allo scorso anno, però, notiamo una minima variazione rispetto al 2023 con dei numeri sostanzialmente identici che fanno pensare a una normalizzazione del fenomeno.

Lo smart working nelle organizzazioni più complesse sembra essere un fenomeno irreversibile. Il novantasei per cento delle grandi aziende, infatti, ha consolidato al suo interno delle iniziative per consentire ai propri dipendenti di svolgere la lavoro attività lavorativa in modalità agile per alcuni giorni della settimana. Nelle piccole e medie imprese, invece, lo smart working è ancora visto come uno strumento occasionale per consentire ai dipendenti di conciliare la vita privata con i doveri professionali. Di conseguenza le iniziative di lavoro agile nelle imprese di minori dimensioni si sono ridotte passando dal cinquantasei per cento del 2023 al cinquantatré per cento del 2024.

Un discorso a parte va fatto per la pubblica amministrazione. Accanto allo smart working, nel pubblico è molto diffuso anche il ricorso al telelavoro. Inoltre, la possibilità di lavorare in modalità agile è legata all’ente pubblico di appartenenza. In particolare, molti dipendenti di Università, Ministeri e Regioni hanno la possibilità di lavorare in modalità agile, mentre i lavoratori dei piccoli Comuni sono spesso costretti a recarsi in ufficio per svolgere le loro mansioni.

I modelli organizzativi adottati dai datori di lavoro per disciplinare l’attività lavorativa in modalità agile sono spesso uguali per tutti i dipendenti. Soltanto il ventiquattro per cento degli enti pubblici e il quaranta per cento delle grandi imprese hanno implementato modelli diversi che tengono in considerazione le attività da eseguire in smart working e l’inquadramento del personale. Con riferimento alle giornate di lavoro da remoto concesse dai datori di lavoro, i dipendenti delle grandi imprese hanno in media nove giorni al mese di smart working, i dipendenti pubblici sette e i lavoratori delle piccole aziende sei e mezzo.

Lo stato di salute del lavoro agile nel nostro Paese sembra essere discretamente buono. Nonostante le brusche virate decise da alcuni giganti mondiali, da Amazon in giù, in Italia il fenomeno dello smart working sembra resistere alle intemperie e ai manager ossessionati dal lavoro in presenza. Per il prossimo check up dobbiamo aspettare il 2025.

*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni. Qui per iscriversi

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