
C’è una differenza sostanziale tra il vino di una cantina e il vino di un monastero. Nel primo caso, il vino è l’obiettivo di tutto il lavoro, nel secondo il vino non è il fine o, per lo meno, non è tutto. È piuttosto una parte di un tutto più grande, un insieme di tante attività, di gesti quotidiani e condivisi, che servono attraverso il lavoro a perseguire una meta interiore.
Sparsi lungo la penisola, conventi e monasteri curano i propri vigneti e portano avanti le produzioni, in qualche caso come vere e proprie aziende agricole, in altri sostenuti dall’aiuto di cantine e vignaioli amici.
Per scoprire la particolarità di queste produzioni, ecco una serie di spunti raccolti dalla scorsa edizione di Vini d’Abbazia, da esplorare via via che il clima rinfresca sia attraverso i calici che, perché no, anche di persona, per scoprire una dimensione diversa del fare vino (e non solo vino).
È trappista ma non è birra
Preghiera, lavoro, silenzio e raccoglimento sono la quotidianità del Monastero delle Trappiste di Vitorchiano, in provincia di Viterbo. Fondato nel 1875 dalle sorelle dell’abbazia di Notre Dame de Vaise, questa realtà raccoglie vocazioni dall’Italia e dall’estero e trae gran parte del proprio sostentamento dalla produzione di vino. Qui infatti il lavoro che si alterna alla preghiera prevede la coltivazione di orti e di quattro ettari di vigna, condotti in regime biologico dal 1993, le cui prime viti sono state impiantate negli anni Sessanta. Tra i vitigni coltivati ci sono Trebbiano, Malvasia, Verdicchio, Sangiovese, Ciliegiolo e Merlot, dai quali si producono due vini Lazio Bianco Igp, il Coenobium e il macerato Coenobium Ruscum, ma anche il Benedic Lazio Rosso Igp. Oltre al vino dal lavoro agricolo si ottengono anche marmellate e olio extra vergine d’oliva, acquistabili online e al negozio del monastero, aperto alle visite spirituali. Prodotti che contribuiscono a rendere la comunità autosufficiente e a creare armonia tra spiritualità e lavoro manuale.

Monte Oliveto Maggiore, vino dal Trecento
Ad Asciano, in quella fetta di Toscana che sta tra Siena e la Maremma, l’abbazia di Monte Oliveto Maggiore ospita dal 1313 quanti scelgono la vita monastica, abbracciando la regola benedettina «ora et labora». Il complesso è imponente e al suo interno si trovano un chiostro del quindicesimo secolo, una biblioteca monumentale e un museo e molti altri spazi che sono visitabili in alcune fasce orarie, mentre la cantina e l’erboristeria restano aperte più a lungo. Sì, perché qui è attiva un’azienda agricola fondata nel 1319, oggi certificata biologica, che da sempre produce vino e non solo. La viticoltura diventa centrale nel quindicesimo secolo e negli anni duemila i vigneti vengono rinnovati e ampliati fino agli odierni sette ettari, in cui si coltivano Sangiovese, Merlot, Cabernet Sauvignon, Vermentino, Grechetto e Malvasia. Da queste uve si producono nove diverse etichette, tra cui il 1319 Rosso Toscana Igt, dedicato ai settecento anni di storia dell’abbazia, celebrati cinque anni fa. Nella farmacia monastica, assieme ai vini, si trovano anche i preparati erboristici e un liquore realizzato con un’infusione di ventitré erbe e invecchiato per almeno sei mesi.

La lunga tradizione di Novacella
Impossibile, tra i vini che nascono in monasteri e abbazie, non citare quelli dell’Abbazia di Novacella. Fondata nel 1142 a Vorna (Bolzano), l’abbazia è rimasta per secoli un importante centro religioso e culturale, oltre a ricoprire un ruolo di primaria importanza per il territorio anche dal punto di vista economico. La viticoltura si pratica qui da quasi novecento anni, il che ne fa una delle cantine più antiche d’Italia, oltre che tra le più settentrionali d’Italia. I vigneti coprono circa 86 ettari, gestiti sia direttamente che in collaborazione con i soci conferitori, e si dispongono tra poderi di varie altitudini, dai più bassi a 250 e 420 metri sul livello del mare, fino ai più elevati, arroccati tra i seicento e i novecento metri di altitudine sui pendii terrazzati della Valle d’Isarco. Oggi l’abbazia gestisce due moderne aziende agricole, in cui si producono circa ottocentomila bottiglie ogni anno. Sono oltre trenta le etichette, suddivise tra quattro linee diverse, vendute sia in Italia che in diversi paesi del mondo. La cantina è aperta alle visite con degustazione, prenotabili dal sito, ma si possono visitare anche il Museo e molti altri spazi dell’abbazia, oltre a sostare presso l’Osteria.
Se le suore fanno il Prosecco
Siamo a Vittorio Veneto, in località San Giacomo di Veglia, dove il monastero dei Santi Gervasio e Protasio, fondato nel lontano 1212 e dopo una serie di vicissitudini storiche, ospita una comunità monastica femminile cistercense. Carità, accoglienza, sono l’impegno delle sorelle accanto alla preghiera, seguendo l’insegnamento benedettino di vedere Cristo nei sofferenti. Tra le attività c’è anche la produzione di vino, che il monastero ha avviato a partire dal 2022 a fini di sostentamento, lanciando una collaborazione con La Vigna di Sarah, l’azienda di Sara Dei Tos con cantina e agriturismo. A lei il compito di vinificare le uve provenienti dal vigneto racchiuso tra le barchesse del monastero, per trarne circa cinquemila bottiglie di prosecco, che è stato chiamato Vendemmia Notturna, per la raccolta effettuata durante le notti di luna piena.
A Valvisciolo tra le leggende dei templari
L’abbazia di Valvisciolo si trova ai piedi del monte Corvino in provincia di Latina, tra Sermoneta, l’oasi di Ninfa e Latina Scalo. Fondata intorno all’anno Mille, assume la forma attuale con l’intervento dei monaci cistercensi nel dodicesimo secolo e si lega a una leggenda medioevale secondo cui, quando nel 1314 viene condannato al rogo l’ultimo gran maestro templare Jacques de Molay, gli architravi della chiesa si spezzano. La traccia di questo avvenimento sarebbe testimoniata ancora oggi dalla crepa nell’architrave del portale principale dell’abbazia.
Leggende a parte, Valvisciolo attraversa nei secoli varie fasi, fino al ritorno dei monaci cistercensi nella seconda metà dell’Ottocento, di cui nel 2014 è stato celebrato il centocinquantesimo anniversario. Oggi l’architettura dell’abbazia conserva ancora uno stile semplice e austero, ma oltre a essere un luogo di culto produce anche vini da sei ettari di vigneto circostanti. Tra i vitigni ci sono Merlot, Malvasia, Trebbiano e l’autoctono Cacchione Bianco, da cui si ricava una produzione annua di circa quarantamila litri di vino, che vengono venduti soprattutto sul territorio.
Il vermouth di San Masseo e il concetto di scarto
Situato nei pressi di Assisi e originariamente fondato nell’undicesimo secolo, il Monastero di San Masseo è stato restaurato dalla comunità monastica di Bose circa dieci anni fa. Si tratta di una comunità ecumenica, formata sia da uomini che da donne, che vivono osservando il celibato e seguendo una Regola ispirata alla tradizione monastica d’Oriente e d’Occidente. La quotidianità è caratterizzata dalla semplicità, dalla preghiera, dal lavoro e dall’accoglienza nei confronti di chi vive ai margini della società.
All’interno del monastero c’è un vigneto che in precedenza era coltivato dalle monache benedettine e che oggi, grazie all’aiuto di una cantina amica per le vinificazioni, dà vita a tre vini: l’Assisi Grechetto Dop bio, il Merlot Rubeum Rosso Umbria e un passito chiamato Doron. A questi si aggiunge poi un vermouth a base grechetto, aromatizzato con artemisia e botaniche mediterranee, che racchiude un significato molto profondo per questa comunità. «Il concetto di scarto per noi è importante – ha raccontato Michele, membro della comunità di San Masseo, in occasione di Vini d’Abbazia – perché ha a che fare anche con quelle persone che vengono scartate dalla società ed è lì che sta il monastero, ai margini, per ridare loro un valore. È dal concetto di scarto che nasce il vermouth». All’ingresso, sotto al porticato del monastero c’è una campanella e, accanto, un cartello con su scritto «Suonate, qualcuno vi accoglie».

