La linea del governo sull’immigrazione e la sfida ai giudici che hanno bocciato il rimpatrio per gli immigrati trasferiti in Albania alla fine hanno prodotto un nuovo decreto legge contenente la lista di diciannove «Paesi sicuri» per il rimpatrio. Lunedì 21 ottobre, il consiglio dei ministri ha approvato il decreto che rende fonte primaria l’elenco dei Paesi sicuri per il rimpatrio, per i quali si prevede quindi che le richieste di asilo avanzate dai loro cittadini vengono analizzate attraverso una procedura accelerata, mentre il richiedente asilo si trova in uno stato di detenzione. Anche nei nuovi centri costruiti in Albania.
I «Paesi sicuri» diventano diciannove, meno dei ventidue definiti tali in un decreto interministeriale di maggio, con l’esclusione di Camerun, Colombia e Nigeria. Sono: Albania, Algeria, Bangladesh, Bosnia-Erzegovina, Capo Verde, Costa d’Avorio, Egitto, Gambia, Georgia, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Marocco, Montenegro, Perù, Senegal, Serbia, Sri Lanka e Tunisia.
E saranno sottoposti ogni anno a una revisione del Parlamento. Ma soprattutto, diventano «Paesi sicuri» con norma primaria e non più secondaria, il che permetterebbe di superare nella gerarchia delle norme le indicazioni della Corte di giustizia dell’Ue.
Per il ministro della Giustizia Carlo Nordio, in questo modo la magistratura non potrà più disapplicare il provvedimento, ma solo procedere a «un rinvio alla Corte costituzionale se individuerà profili di criticità». «È una legge, i giudici non potranno disapplicarla». «Abbiamo rispetto per i giudici, ma ci sono competenze della politica», ha detto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
Una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 4 ottobre, in realtà, permetterebbe comunque all’autorità giudiziaria di valutare d’ufficio caso per caso, Paese per Paese, anche in contrasto con quanto affermato dallo Stato membro. La sentenza dice che i Paesi di origine sicuri devono essere sicuri in tutto il loro territorio e per tutte le persone che ci vivono, basandosi sulla definizione contenuta in una direttiva europea del 2013.
Come spiega a Repubblica Gianfranco Schiavone dell’Associazione Studi Giuridici sull’immigrazione, «il diritto europeo in materia di asilo continua a essere sovraordinato. Anche se la lista dei Paesi sicuri è approvata per decreto, che è norma primaria, i giudici potranno continuare a decidere di non convalidare i trattenimenti alla luce della sentenza della Corte di giustizia europea».
Il governo ha eliminato tre Paesi – Camerun, Colombia e Nigeria – dalla lista perché, come spiegato dal ministro Piantedosi, «presentavano in alcune parti del territorio qualche problema che non li faceva considerare complessivamente e totalmente sicuri». Ma la sentenza della Corte Ue non si riferisce solo a zone geografiche, ma anche a Paesi che, per esempio, perseguitano i dissidenti politici o le persone omosessuali. Cose che avvengono in diversi Paesi ancora presenti nell’elenco tra cui Egitto, Bangladesh e Tunisia.
Rispetto alle intenzioni iniziali, il provvedimento è stato limato e ridotto dopo il confronto con il Quirinale. La seconda parte, sui ricorsi contro i tribunali che non convalidano il trattenimento dei migranti, è sparita come chiesto del Colle.
In assenza di una lista comune dei Paesi sicuri, in questi anni, gli Stati europei si sono mossi in ordine sparso, pur nel rispetto della direttiva del 2013. Ma dal 2026 entrerà in vigore un documento comune per tutta l’Ue.