Il mito oltre la realtàBerlinguer è stato centrale nella storia italiana, ma non era amato da tutti

Chi parla del film di Andrea Segre sull’ex leader del Pci, “La grande ambizione”, descrive “Enrico” come una sorta di Gandhi, dimenticando che fu anche molto odiato

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Ma non è poi vero che Enrico Berlinguer fosse così amato da tutti. Questa è solo una parte della verità storica. Il passato gioca brutti scherzi a chi all’epoca non c’era e la memoria addolcisce il ricordo di chi invece c’era. Berlinguer, un grande uomo la cui centralità nella storia della Repubblica è indiscutibile, fu certamente “amato” (ma poi questo termine è un pochino scivoloso, almeno nell’indagine storica) da un pezzo veramente rilevante della società italiana, quella che considerava il Partito comunista italiano come lo strumento per cambiare le cose, verso una peraltro non chiarissima direzione: il socialismo era una bella parola ma non un obiettivo realistico, e la socialdemocrazia era poco meno di una parolaccia sicché l’impianto, diciamo cisì, ideologico del berlinguerismo restò sempre un’incompiuta.

I famosi “elementi di socialismo” da inoculare nello Stato non si è mai capito bene cosa fossero: la programmazione? Ma quella la volevano già i socialisti negli anni Sessanta. Gli asili nido dell’Emilia? Ma quello è un welfare funzionante. L’incontro tra le masse di sinistra e quelle cattoliche? Ma quella è un’aspirazione storica, non un progetto politico.

A leggere gli articoli sul film di Andrea Segre sugli ultimi anni di Berlinguer, “La grande ambizione” (qui non stiamo parlando del film) sembra che quest’ultimo fosse una sorta di Gandhi, un apostolo il cui carisma dilagasse per ogni dove. E invece il segretario del Pci fu molto odiato.

In primo luogo, certo, fuori dal Pci. Sorsero negli anni Settanta imponenti movimenti di massa esattamente contro il berlinguerismo inteso come tradimento della vocazione rivoluzionaria del partito ormai, a loro dire, divenuto, con la strategia del compromesso storico e la politica della solidarietà nazionale, un puntello fondamentale del capitalismo. Fu detestato dai socialisti di Bettino Craxi che non ne sopportavano la predicazione moralista e soprattutto la permanente mira (di stampo togliattiano) di voler distruggere il Psi a cui Berlinguer preferiva di gran lunga la Democrazia cristiana (nella versione di Aldo Moro). La stessa Dc, tranne le frange più aperte, lo visse sempre come l’Avversario da battere, la base democristiana del Veneto o della Calabria non se ne fidava.

Fu malvisto dai grandi capitalisti italiani (Agnelli), e anche da quelli meno grandi, che non credettero mai alla affidabilità del Pci. E poi – questo non viene mai ricordato a sufficienza – Berlinguer era molto criticato anche nel suo partito, sia nel gruppo dirigente centrale che in una buona fetta della base.

Non essendo un partito come gli altri, perché manteneva la pratica leninista per cui i dissensi non venivano esplicitati e meno che mai resi pubblici, la memoria non ha ben conservato le tracce di queste difficoltà interne del leader comunista, comunque certamente abile a mantenere quasi fino alla fine la maggioranza, giacché nell’ultima parte della sua vita in realtà Berlinguer fu lì lì per perdere il controllo della Direzione e forse del Comitato centrale. È dubbio che nelle sezioni del Pci la politica della solidarietà nazionale avesse il consenso della maggioranza degli iscritti. Non lo sapremo mai. Così come non sarà possibile verificare in che misura il consenso personale di Berlinguer fosse dovuto al fatto di essere il “capo” di una comunità ancora modellata sul calco di una “fede” laica ma che proprio per questo considerava intangibile la figura del segretario generale del Partito.

Tutto ciò non scalfisce l’immagine di un uomo di valore. Fu l’intransigenza morale più che la politica concreta, e la morte così drammaticamente politica a solidificarne il mito. Che gli sopravvive e si ingigantisce grazie a film, libri, mostre, immagini sulle tessere del Partito democratico in una sorta di marketing berlingueriano che cresce totalmente al di fuori della valutazione storica perché, appunto, la Storia ha lasciato il posto al Mito. Certo, Enrico Berlinguer fu un grande italiano. Purché non se ne faccia un santino: anche perché mai avrebbe voluto essere ricordato così, uno come lui.

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