Korean waveDa Gangnam Style al K-pop, come la Corea ha conquistato l’Occidente

In “La via coreana” (Utet), Natan Mondin racconta di come il balletto ideato dal rapper Psy nell’estate del 2012 abbia fortificato il rapporto con i suoi colleghi. Un tormentone che ha permesso di aprire gli occhi su una cultura poco conosciuta fino a quel momento

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Controllo il nodo della cravatta riflesso sul vetro della finestra, stretto nel mio completo migliore, improvviso una smorfia che vorrebbe somigliare a un sorriso mentre mi accingo a ballare il Gangnam Style insieme ai miei colleghi. Seduto davanti a noi c’è uno degli uomini più potenti della Repubblica di Corea, che ci osserva serafico; tiene il tempo battendo le mani, e con il labiale scandisce le strofe del più grande successo coreano degli ultimi anni. 

Sollevo prima un ginocchio, poi l’altro, cerco di sincronizzarmi con i colleghi, ma proprio nel momento in cui raggiungo un minimo di coordinazione il cuoio delle suole mi tradisce, e rischio di scivolare. Perdere il ritmo mi fa realizzare quello che sto facendo: soltanto ora provo imbarazzo. Prima ero troppo impegnato a confondermi nel branco, in quest’ondeggiare impacciato ma collettivo. Ero come tutti, mentre adesso l’errore mi ha reso evidente, vulnerabile bersaglio dell’occhiata di rimprovero del direttore, che si smorza soltanto quando è certo che l’espressione del potente Mr. Oh non sia cambiata. 

Mi accorgo di quanto tutto questo possa sembrare assurdo, ma che allo stesso tempo sia uno dei più importanti attimi di condivisione sperimentati finora: è qualcosa che va oltre al senso di appartenenza all’Agenzia. Mi concentro sui rimbalzi di Roberta alla mia sinistra, seguo il movimento della testa di Maria, e al secondo ritornello mi riallineo al resto dei colleghi. 

Non siamo ballerini professionisti ma un gruppo di funzionari che fanno ondeggiare le mani una sopra l’altra, come se le alternassero al governo di briglie immaginarie. Con i piedi che rimbalzano sulle cementine di questa vecchia trattoria trasformata in ristorante etnico, siamo come i milioni di altre persone che almeno una volta hanno imitato i passi di Psy nel video che, nella storia di YouTube, ha superato per primo il miliardo di visualizzazioni. 

Poco più di sette anni fa sono capitato per caso nel quartiere che dà il titolo al tormentone, uno dei più moderni di Seul: Gangnam, chiamato così per la sua posizione geografica, a sud del fiume. Allora, alla fermata della metropolitana c’era soltanto uno sfondo per selfie dedicato a Gangnam Style, la hit che ha fatto conoscere la cultura della Corea del nuovo millennio alimentando il fenomeno dell’hallyu, conosciuto anche come Korean wave, l’onda coreana. 

A distanza di qualche anno quello sfondo per selfie non c’è più, e il suo posto è stato preso da un’enorme statua che riprende la posizione delle mani di Psy, la stessa che io e gli altri colleghi stiamo imitando davanti a Mr. Oh. Da presidente dell’Agenzia si occupa di mettere in pratica le politiche commerciali del governo della Repubblica di Corea, e ha quindi un ruolo molto importante nelle dinamiche che influenzano la bilancia commerciale e il flusso di investimenti esteri del paese: sopra tutti c’è il presidente della repubblica, poi c’è il ministro dell’industria, del commercio e dell’energia, poi c’è Mr. Oh. 

Sotto Mr. Oh ci sono i direttori generali, i direttori, i senior manager, i manager, i senior specialist, gli specialist e alla base della piramide ci siamo io, Roberta, Maria e gli altri colleghi dell’ufficio di Milano e quelli che negli altri centoquaranta uffici sparsi in più di ottanta paesi del mondo, al servizio dell’economia coreana, fanno da tramite tra le istituzioni politiche ed economiche dei nostri paesi e la macchina burocratica dell’Agenzia. 

Dopo che Mr. Oh ha visitato in fretta i nostri uffici, infatti, dopo gli inchini e le fugaci presentazioni di pragmatica, ci siamo trasferiti nella saletta privata di un ristorante coreano in quel ricco calderone che a Milano si trova tra il Duomo e piazzale Loreto, dove si mescola tutta la varietà e la ricchezza umana. 

A tavola ci siamo disposti indirizzati da Mr. Kim, il vice del direttore generale, secondo uno schema preciso che rispecchiava il nostro grado di importanza. I due posti a capotavola sono rimasti vuoti; io mi sono messo all’estremità del tavolo, con davanti lo stagista e accanto Kiara, che è entrata nell’Agenzia un anno prima di me: l’anzianità aziendale del collega cresce con la vicinanza al centro della tavolata. 

Mr. Kim si è seduto di fronte all’accompagnatore di Mr. Oh in modo che restassero solo due posti vuoti al centro, destinati a Mr. Oh e al direttore generale degli uffici di Milano. Quando i due sono entrati nel salone ci siamo alzati tutti in piedi, e ci siamo nuovamente seduti soltanto dopo che si sono accomodati. Mr. Oh ha preso la cartella blu che si trovava davanti a lui, sopra il tovagliolo e le posate – una coppia di bacchette e un cucchiaio dal manico lungo –, l’ha aperta e a uno a uno ha iniziato a chiamarci per nome e cognome. 

La luce filtrava appena dalle finestre semiaperte su una traversa di corso Buenos Aires: prende il nome da un compositore che io non ho mai sentito nominare, ma Mr. Oh lo ha usato per rompere il ghiaccio, facendo sfoggio della sua conoscenza della musica barocca italiana. Nonostante i suoi ampi sorrisi da Gatto del Cheshire, la stanza sembrava farsi sempre più buia e il fresco che arrivava da fuori non riusciva a dissolvere il caldo soffocante alimentato dalla tensione generale. 

«Da quanti anni lavori nell’Agenzia? Sei sposato? Hai figli? Ti trovi bene in ufficio? Hai qualche suggerimento da dare su come migliorare il lavoro?» Con domande precise e sempre uguali, Mr. Oh ha preso le misure per capire in che modo relazionarsi con l’interlocutore, quale grado di cortesia adottare o che parole usare, un riguardo nei confronti dei suoi sottoposti che in modo differente meritano un appropriato e calibrato rispetto. Terminate le presentazioni, non si è dilungato molto nel mettere in evidenza le caratteristiche che accomunano Italia e Corea: entrambe penisole, al centro di aree geografiche importanti per gli interessi e gli scambi che le percorrono, si sono mostrate capaci di superare periodi di difficoltà attraverso lo sviluppo economico. 

Mr. Oh ha sorriso, consapevole dell’unicità del “miracolo coreano”. Ha proseguito facendo il punto sulle relazioni commerciali tra i due paesi, e mettendo in evidenza il ruolo che deve svolgere l’Agenzia nella crescita costante di casi virtuosi di collaborazione economica. «Design e tecnologia si devono incontrare: se nasce l’amore, le loro nozze possono portare a entrambi benefici incalcolabili. Per la Corea ora è tempo di creative economy, e può imparare molto dalla creatività italiana». 

Al termine del discorso è stato servito il pranzo; al centro tutte le portate principali, e di fronte a ognuno di noi i banchan, le porzioni di contorno: il rafano sottaceto, i germogli di soia, le patate in piccoli cubetti condite con salsa di soia e semi di sesamo, gli spinaci, la ciotola di riso bianco e infine il re della tavola coreana, il kimchi, cavolo fermentato dal profumo e sapore inconfondibili. 

Arrivati al dolce – una concessione al costume occidentale –, Mr. Oh si è alzato rompendo le etichette. Il direttore ha notato l’espressione di noi sottoposti e ha allargato le mani con circospezione, prima di rivolgere un’occhiata interrogativa ai collaboratori del capo supremo, che si sono nascosti dietro a una maschera neutra. Il presidente dell’Agenzia è uscito dalla stanza ed è tornato con un cameriere e una prezzolatissima cassa bluetooth: una scarica di led ha annunciato la connessione del suo smartphone.

La tensione della visita ufficiale si è sciolta nella horse dance collettiva: questo istante è la celebrazione di un dato di fatto incontrovertibile, ovvero che facciamo parte della stessa famiglia. Più delle presentazioni e del contratto di lavoro, lo sancisce il legame creato dal cibo e dallo spasso condiviso.

Tratto da “La via coreana. Come la Corea del Sud sta conquistando l’Occidente” (UTET), di Natan Mondin, pp. 208, 18.00 €

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