Dopo il 2022 si sono moltiplicate in Ucraina le iniziative per documentare i crimini di guerra e contro l’umanità commessi dalle truppe di occupazione russe. La procura generale di Kyjiv si è mobilitata per raccogliere prove dei massacri, da Bucha a Mariupol, da poter usare anche in un futuro contesto di giustizia internazionale. Anche molte organizzazioni non governative ucraine si sono mosse in questa direzione, come ad esempio l’International Center for Ukrainian Victory, fondato dall’ex deputata Hanna Hopko e altre attiviste, che puntano a sensibilizzare le istituzioni europee sull’importanza di processare i gerarchi del regime russo per genocidio.
Infatti, sulla scia delle incriminazioni a Vladimir Putin e Maria Lvova-Belova per il sequestro dei bambini ucraini, emesse dalla Corte penale internazionale, sono in molti a ritenere che i tentativi russi visti nel loro insieme possano costituire un tentativo o almeno un’intenzione di genocidio del popolo ucraino. Il trasferimento forzato di bambini è una delle cinque fattispecie esplicitamente menzionate dalla Convenzione internazionale sul genocidio.
Ma abbondano altri indizi e prove a suffragio di questa tesi, a cominciare dalle dichiarazioni di Dmitry Medvedev sulla cancellazione totale dell’Ucraina dalle carte geografiche. Passando dalle parole ai fatti, nelle zone occupate l’Fsb ha messo in pratica metodi brutali con liste di rastrellamento, incarcerazione e tortura di tutti coloro che sono ritenuti fedeli a Kyjiv o con sentimenti filo ucraini. I programmi scolastici per gli studenti sotto occupazione sono stati sostituiti con quelli di Mosca e i libri in ucraino sono stati proibiti. I massacri di civili inermi, spesso negati o definiti un’invenzione anche da qualcuno sui media italiani, testimoniano la ferocia di un intento genocida da parte russa.
Il Reckoning Project, lanciato dal britannico Peter Pomerantsev, mira a fondere due mondi diversi nella raccolta delle prove sui crimini di guerra. Giuristi internazionali addestrano i giornalisti ucraini del progetto a fare domande alle vittime e ai testimoni con un metodo valido per poi presentare i risultati in una corte di giustizia. Questo approccio innovativo è uno dei tanti esempi di attivismo per ottenere giustizia.
Esiste però anche una rete impegnata in una sfida più complessa. Si tratta di raccogliere prove e documentare i casi in cui il patrimonio culturale e storico ucraino è stato deliberatamente danneggiato, distrutto o sottratto, con l’obiettivo di cancellarlo. Secondo la Lemkin Society Ukraine, questo tentativo sistematico può configurare un intento di genocidio culturale. Negli anni Trenta il giurista polacco Raphael Lemkin, infatti, aveva proposto questo concetto per definire le azioni mirate a eliminare un’identità culturale, ma non è stato inserito nella versione vigente della convenzione sul genocidio.
La Lemkin Society è stata fondata nel 2024 dall’avvocatessa ucraina Halyna Chyzhyk insieme ad altri giuristi ed esperti d’arte come Vitalii Tytych, Pavlo Dykan, Maria Zadorozhna, Vasyl Rozhko e Hanka Tretyak. Il loro obiettivo è fare in modo che i crimini contro il patrimonio ucraino vengano puniti e possibilmente riconosciuti come un unico progetto criminale di cancellazione dell’identità ucraina. Gli attivisti credono che colpire in modo sistematico i beni artistici del Paese sia un elemento chiave per dimostrare l’intento genocida russo, benché la convenzione internazionale non riconosca ancora questo aspetto.
Come spiega Halyna Chyzhyk, la Lemkin Society ha lavorato insieme all’Ukrainian Heritage Monitoring Lab per documentare millecentoquattordici casi di beni culturali danneggiati o distrutti dai russi in sedici regioni ucraine. Questi dati sono stati condivisi con la procura generale a Kyjiv, che a inizio 2024 ha creato una sezione ad hoc per indagare i reati contro il patrimonio culturale all’interno del dipartimento per i crimini di guerra.
Tra i casi più famosi della lista, c’è la distruzione deliberata del museo Hryhorii Skovoroda di Kharkiv, bersagliato dall’aviazione russa nel 2022 e raso al suolo. I servizi ucraini dell’Sbu sono stati in grado di identificare il colonnello russo Ivan Panchenko che ha ordinato l’attacco. Ma la procura generale sta indagando anche i responsabili del bombardamento della Cattedrale della Trasfigurazione di Odessa, il cui tetto viene riparato con un contributo di cinquecentomila euro del ministero degli Esteri e della cooperazione italiano, benché l’erogazione dei fondi vada a rilento.
I russi, durante l’occupazione di Kherson, hanno anche saccheggiato i musei locali e le chiese rubando numerose opere, tra cui le spoglie di Grigorij Potemkin dalla cattedrale di Santa Caterina, che hanno bombardato una volta persa la città. Anche i musei di Melitopol occupata sono stati razziati dei loro artefatti, tra cui quelli in oro della civiltà degli sciiti, come denunciato dal sindaco in esilio Ivan Fedorov. La speranza degli attivisti di Lemkin è di punire questi crimini come parte di un disegno sistematico, con il riconoscimento del genocidio culturale commesso dai russi.