Lunga gittataIsraele prepara un attacco all’Iran per aprire una crisi dentro il regime islamico

Netanyahu non cerca solo la rappresaglia nei confronti di Teheran, vuole andare oltre, perché destabilizzando e umiliando Ayatollah e Pasdaran pensa di poter fare emergere le contraddizioni nella teocrazia sciita

AP/Lapresse

Israele non prepara una rappresaglia contro l’Iran, ma un attacco militare di alto livello, ben cosciente che questa volta la sua azione non segnerà una pausa nel conflitto ma una voluta escalation. L’obiettivo non è contingente: vuole innescare una crisi interna al regime iraniano che sfoci in una radicale “ristrutturazione del Medio Oriente”.

Uno scenario, dunque, ben diverso da quello dell’aprile scorso. Uno scenario radicale che preoccupa la Casa Bianca in piena fase elettorale, con gli Stati Uniti che a causa di un’analisi totalmente errata del regime iraniano punta a una tregua con Teheran.

Ma oggi, il governo Netanyahu non ha intenzione, come la primavera scorsa, di chiudere la partita con una risposta militare solo simbolica, ma ha un obiettivo ben preciso: iniziare a destabilizzare, umiliandolo, il regime degli ayatollah e dei Pasdaran. E guarda, nel far questo, alle contraddizioni a quel regime, agendo in modo da aggravarle.

Il fine dichiarato di Israele è dunque strategico: contribuire nel tempo ad aprire una crisi di regime. Questo, peraltro, è stato il senso chiaro del discorso di Benjamin Netanyahu all’Assemblea Generale dell’Onu.

Naturalmente, né Yoav Gallant, ministro della Difesa e massimo stratega delle operazioni contro l’Iran, né altri dentro il governo di Israele, sono tanto ingenui da pensare che basti un massiccio attacco aereo per fare entrare in crisi il regime iraniano. La strategia è più complessa. La prima fase, quella in atto in queste settimane e che ha già avuto successo, obbliga ayatollah e Pasdaran a cessare di farsi scudo degli alleati a cui affidano le azioni militari dirette contro Israele. Con l’operazione a Gaza, unita ai colpi magistrali messi a segno contro Hezbollah – la cui leadership e i quadri intermedi sono stati decapitati, a partire da Nasrallah e dal suo successore Hashem Safieddin, eliminato con una rapidità eccezionale – l’Iran è stato costretto a cessare di fingere di applicare la dottrina della “pazienza strategica” ed è uscito allo scoperto con un lancio di centottantuno missili, alcuni addirittura ipersonici, che è sì fallito negli obiettivi, ma che ha dimostrato una precisa volontà bellica di fare strage.

Dunque, Yoav Gallant, Bibi Netanyahu e il consiglio di guerra sanno bene che dopo il loro imminente attacco aereo, l’Iran risponderà con la massima ferocia.

Da questa certezza deriva l’obbligo della scelta precisa degli obiettivi che presumibilmente Israele vorrà colpire nei prossimi giorni. Innanzitutto tutte le basi e i depositi di missili dei Pasdaran, poi tutte le infrastrutture militari, informatiche, in rete, di comunicazione e radaristiche, infine probabilmente in un’altra e successiva ondata di attacchi, tutti gli impianti finalizzati alla bomba atomica iraniana. Obiettivo politico, quest’ultimo, di massima sfida e di massimo scherno – che infatti l’amministrazione Biden vorrebbe evitare – finalizzato non soltanto a bloccare i progetti nucleari iraniani, ma anche a umiliare Pasdaran e ayatollah.

Le controindicazioni di Occidente e Stati Uniti per i colpi israeliani contro l’apparato petrolifero iraniano sono tali da sconsigliarli rigidamente. Questo, nella certezza di una escalation e di una nuova contro-contro risposta missilistica iraniana – che può avere un prezzo alto per Israele, anche di vite umane.

Ma la partita non può continuare con lo stillicidio di sette fronti da cui partono attacchi contro lo Stato degli ebrei: Gaza con Hamas, Cisgiordania con Hamas, Libano con Hezbollah, Siria con Hezbollah e Iran, Iraq con Kataib Hezbollah e Yemen con gli Houti.

Va coinvolto, colpito e neutralizzato l’epicentro della strategia che punta a eliminare Israele dalla faccia della terra: l’Iran. I generali israeliani e il Mossad sanno bene che non sarà questa dinamica bellica a fare ribellare per l’ennesima volta le masse di dimostranti anti-regime. Sanno anche che l’effetto può essere opposto, visto il radicato nazionalismo del popolo iraniano. Non è dunque su questo che contano.

Gli israeliani sanno infatti bene che la componente moderata del vertice iraniano, rappresentata dal presidente Masoud Pezeshkian, cerca oggi di riannodare le fila della trattativa sul nucleare non per moderazione ideologica, ma perché è cosciente che il regime rischia non solo una definitiva perdita di consenso popolare, ma anche fratture al suo interno a causa delle sanzioni internazionali e delle decine di miliardi di dollari sottratti dai Pasdaran al welfare (e destinati appunto alle spese militari e al nucleare). Grazie alla dissennata ideologia khomeinista, l’Iran, come l’Urss di Leonid Breznev, impegna le sue risorse in una politica degli armamenti e aggressiva che semplicemente non può reggere.

È peraltro vero che il regime iraniano goda di un solido consenso popolare, minoritario, da parte di un venti o trenta per cento della popolazione. Un consenso ideologico figlio della rivoluzione di massa guidata da Ruollah Khomeini, ma soprattutto basato su uno scambio con un welfare diffuso.

Incrinare la possibilità di erogare questo welfare, obbligando i Pasdaran a accentuare un’economia di guerra sul medio periodo, e insieme umiliare sul piano militare il loro orgoglio rivoluzionario, è dunque il senso della strategia israeliana contro l’Iran.

È rischiosa. Ma né la Russia, impegnata in Ucraina, né la Cina, sono oggi disposte a farsi coinvolgere da Teheran. Altri possibili alleati, i Pasdaran e gli ayatollah non ne hanno. Può dunque funzionare. Soprattutto perché dimostra di che tempra sono quegli ebrei che ayatollah e Pasdaran tanto disprezzano.

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