Crescita strutturalePer far crescere occupazione e salari servono investimenti sulla produttività

A fare la differenza negli stipendi non sono le detrazioni e i bonus promossi dai governi italiani negli ultimi anni, ma il grado di istruzione, le dimensioni dell’azienda, il valore del lavoratore e quello di ciò che si produce

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Una detrazione in più a chi prende meno. Un bonus a chi ha più figli, anzi no, a tutti se ristrutturano la casa. Un taglio dei contributi a chi assume giovani, un’altra detrazione a chi non l’aveva ottenuta in precedenza, una rimodulazione delle aliquote Irpef per tutti, e così via. Il livello dell’occupazione e soprattutto dei salari, a sentire il dibattito mediatico, sembra dipendere da questi micro interventi della politica. È per questo che nessun governo si esime dal farne, anche a costo di stirare la coperta cortissima, di inventare stratagemmi improbabili e magari cancellare altri benefit, ovviamente di nascosto, pur di racimolare risorse.

E soprattutto, anche a costo di rimanere completamente inattivi e non investire nulla sull’unica determinante della crescita e quindi dei salari, la competitività del sistema. Eppure i dati mostrano come, molto più di mini bonus e detrazioni, siano alcune condizioni strutturali legate a doppio filo alla produttività ad avere un impatto sugli stipendi. Per esempio, le dimensioni aziendali.

Secondo Banca d’Italia la retribuzione netta di coloro che lavorano da dipendenti in una realtà con cinquecento o più addetti è del trentadue per cento maggiore della media, e diventa del 35,7 per cento più alta secondo i calcoli aggiornati effettuati con un campionamento nuovo, più aderente alla realtà. Viceversa, i tanti assunti nelle micro imprese con meno di cinque dipendenti guadagnano il 35,9 o, con il nuovo metodo, il 36,2 per cento in meno dello stesso valore complessivo. Ed è chiarissimo come il divario diminuisca man mano che ci si avvicina ai cinquanta addetti, soglia che divide quanti prendono uno stipendio inferiore e superiore alla media.

Dati Banca d’Italia

Si tratta di un gap molto grande che deriva da fattori noti: le imprese più grandi riescono a essere più produttive, quindi avere margini maggiori, solitamente si muovono molto più delle altre sui mercati internazionali e riescono a essere price-maker, insomma mostrano come sia la competitività la chiave per salari più pesanti. È risaputo, è sempre stato così, e anzi nel tempo questo divario per alcuni versi si è allargato, in particolare è evidente la mancata crescita delle entrate di coloro che lavorano nelle aziende più piccole, con meno di cinque addetti, che nel 2022 guadagnavano addirittura meno che nel 2016, tredicimila e ventuno euro contro tredicimila e centosette. 

Dati Banca d’Italia

Per questi lavoratori la differenza in negativo rispetto alla media, del 35,9 per cento, è stata la più grande dal 2000. Il gap è cresciuto, ma tornando a valori storici, anche per quanti sono in imprese che hanno tra i venti e i quarantanove addetti, mentre è arrivato a un record positivo, del 17,7 per cento, per coloro che sono assunti in realtà da cento a quattrocentonovantanove dipendenti. In altri casi il divario dalla media ha toccato il proprio picco pochi anni fa e ora è sceso, pur rimanendo su livelli molto alti o maggiori di quelli dell’ultimo ventennio.

Dati Banca d’Italia

Questi dati fanno il paio con quelli dei salari in base all’istruzione. Quelli dei laureati, solitamente impiegati in attività a maggior valore aggiunto, superano da sempre quelli nazionali mediamente di più del trenta per cento, nel 2022 del 32,1 per cento, del 34,6 per cento se consideriamo i calcoli effettuati con i campioni aggiornati. 

Le retribuzioni dei diplomati, una volta superiori a quelle medie del cinque-sette per cento, dal 2016 sono scese al di sotto di questo livello, diventando, secondo le stime più aggiornate, del 6,4 per cento più basse. In aumento anche il divario tra lo stipendio di chi è arrivato al massimo alla terza media e quello nazionale, due anni era del 18,1 per cento inferiore, mentre trent’anni fa tra il dieci e il tredici per cento minore. 

Dati Banca d’Italia

Naturalmente questi numeri comprendono sia quelli di chi lavora part time sia di chi è occupato full time, ma recentemente anche in questo caso c’è stato un certo incremento dei divari, che è evidente anche senza scomodare i calcoli con i campioni aggiornati. Nel 2022 le retribuzioni nette dei primi sono addirittura scese, sia in senso assoluto, che orario, passando da nove a 8,9 euro l’ora, mentre i dipendenti a tempo pieno hanno visto una crescita da 9,9 a 10,9. Sono lontanissimi i tempi di fine anni ottanta in cui il salario per ora era lo stesso e di fatto a differire era solo il numero di ore di lavoro. 

Oggi la condizione di occupato part time, oltre a essere spesso involontaria, è anche collegata a mansioni meno remunerative.

Dati Banca d’Italia

Parallelamente è cresciuto il gap più celebre, quello tra aree del Paese, almeno secondo le dichiarazioni del campione analizzato da Banca d’Italia. Gli stipendi dei dipendenti del Nord nel 2022 sono diventati del sei per cento maggiori di quelli medi, del 7,4 per cento se utilizziamo la nuova metodologia di calcolo, un record. Al contrario quelli dei meridionali sono a un livello del 12,7 o del 13,5 per cento più basso di quello nazionale, in base all’utilizzo del vecchio o del nuovo metodo di campionamento, un altro record, ma negativo. 

Dati Banca d’Italia

Questi numeri confermano che nonostante tutti gli interventi, piccoli o grandi, in realtà per la maggior parte poco più che cosmetici, a essere decisivo per ottenere salari maggiori è passare da un’azienda piccola a una grande, da un settore ad un altro, trasferirsi dal Sud al Nord, acquisire un titolo di studio più alto. Può sembrare banale dirlo, e del resto è sempre più vero, come si vede. 

Perché allora gli sforzi e le priorità del governo e della politica, quotidianamente e soprattutto in occasione delle leggi di bilancio, non sono invece indirizzate su questi aspetti? Sulla formazione scolastica, quella universitaria e per i lavoratori? Sulla competitività dei settori più maturi, sulla fusione tra micro imprese? Sono ovviamente concetti ripetuti moltissime volte, in mille articoli e convegni, nonché, in modo molto più autorevole e preciso, nel recente rapporto di Mario Draghi per la Commissione Europea.

Probabilmente la politica italiana ne ha una certa consapevolezza, ma ha anche la consapevolezza che i vantaggi di breve periodo dell’agire in queste direzioni sono pressoché zero, se non negativi, e che le colpe della prosecuzione del declino potranno essere rovesciate su qualcun altro, in un tempo sconosciuto ai più, in futuro.

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