
«Francesca, segui Giorgia Meloni – presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana presso: presidenza del Consiglio dei Ministri» (per distinguerle da quelle che sono presidenti del Consiglio dei Ministri presso Upim, presso McDonald’s, presso il Fatebenefratelli). Me lo suggerisce LinkedIn, e che lo faccia chiamandomi Francesca, vi assicuro, non è la principale delle assurdità.
Il fatto è che io non ho mai avuto LinkedIn. Ci saranno sicuramente dei settori in cui è utile averlo, ma io non ho mai lavorato in uno di quei settori. Però a un certo punto qualcuno ha aperto un LinkedIn a mio nome. Come lo so? Perché l’ha aperto con una mail che usavo in un’altra vita, e quindi mi arrivano le notifiche.
Come so che non l’ho aperto io durante un episodio di sonnambulismo? Perché dice che sono columnist presso (che uso orrendo del «presso», questo doppiaggese) Velvet, che oltre a essere chiuso da secoli è praticamente l’unico femminile italiano per cui non abbia mai lavorato.
L’unica cosa per cui è utile LinkedIn è guardare i curriculum degli altri. Ma mi hanno sempre detto (non mi fido granché di ciò che non ho controllato io stessa) che su LinkedIn ti appare chi è venuto a guardare la tua pagina, e quelli i cui affaracci voglio sapere non sono praticamente mai gente che mi fa piacere si veda apparire la notifica «Guaia Sorcioni si è fatta una forchettata d’affari tuoi».
Quindi, mentre non mi sono mai presa il disturbo di cambiare la password a chi aveva aperto un LinkedIn con la mia mail a mio nome (ma spero sempre che un giorno faccia lo sforzo d’aggiornarmi il curriculum), a un certo punto ho aperto un LinkedIn a nome di questa Francesca. Devo averle dato anche un lavoro, vatti a ricordare quale. Fatto sta che, a uno dei cento indirizzi che uso per abbonarmi a newsletter che poi non apro, ogni tanto mi arrivano notifiche entusiaste: «Francesca, il tuo profilo è apparso in sette ricerche!». Forse qualche ufficio del personale cerca sotto la categoria «gente inventata».
Ieri mi è squillato il telefono. Chiamavano da Parigi, il prefisso era un inequivocabile +33-1, e ho risposto perché ultimamente rispondo a tutti gli sconosciuti: spesso il telefono non mi mostra il nome anche se è in rubrica, e mi è capitato che fossero amiche o gente con cui lavoro e insomma tanto se è qualcuno che vuol vendermi qualcosa riattacco, mica sono il genere di persona educata che s’imbarazza a maltrattare quelli con lavori disutili.
Ho risposto ed era una voce automatizzata. Diceva: voglio parlarti di un lavoro, aggiungimi su WhatsApp. Ora, io non ho niente contro le truffe: sono cresciuta in un paese la cui coscienza critica si è formata su Totò, posso mai avere qualcosa contro le truffe? Però, figli miei, così non ci casca nessuno.
Come selezionate i contatti? Cosa vi fa venire in mente che io cerchi lavoro, io che pur di non lavorare farei qualunque cosa, persino scrivere sui giornali? Cosa vi fa pensare che vi aggiungerò su WhatsApp, io che blocco persino i miei amici se colpevoli del delitto di conversazione non brillante? Ma soprattutto, cosa ve ne fate di venire aggiunti ai contatti, ora che c’è questo incubo che su WhatsApp possa scriverti anche chi non hai in rubrica?
Capisco che, non avendovi io risposto a «Mamma sono io ho perso il telefono» poco più d’un mese fa, vi siate scoraggiati, ma – se posso permettermi d’insegnarvi a fare il vostro lavoro: lo so, noi dilettanti che ci atteggiamo a quelli che ne sanno siamo sempre fastidiosi, per i professionisti della truffa come per quelli d’altri settori – avreste dovuto insistere su quella via. Noi vegliarde è più facile che ci dimentichiamo di non aver mai partorito di quanto sia probabile che ci interessi trovare lavoro.
Tutto questo, però, tutta la goffaggine di LinkedIn, la goffaggine delle offerte di lavoro finte, la goffaggine generalizzata del settore lavoro in un paese che è quel che è ma – lo dicevo già venerdì – è determinato a percepirsi Giappone, tutto questo non spiega Giorgia Meloni su LinkedIn. Non dico spiegare il perché l’inesistente Francesca sia invitata a seguirla, ma: cosa ci faccia lei.
Presidente, ha qualcosa da dirci? È in cerca d’un nuovo impiego? Si è – giustamente – rotta i coglioni d’un paese ingovernabile, d’una compagine politica d’imbecilli così imbecilli che l’ipotesi che siano fascisti è francamente il meno, d’un’opposizione d’imbecilli così imbecilli che se fossero comunisti sarebbe francamente il loro unico pregio, d’un elettorato che vuole solo prebende, condoni, false pensioni d’invalidità, pensioni di vecchiaia a quarantacinque anni, lauree dando due esami col minimo dei voti, l’Italia degli anni Cinquanta ma col wifi degli anni Venti?
Ci dica, presidente: cosa vuole fare? La rappresentante Avon? La babysitter dei prossimi nipoti di Fiorello? La p.r. di Borgo Egnazia? L’unica azienda cui appare interessata, guardando il suo profilo LinkedIn, è la presidenza del Consiglio dei ministri, e capisce bene che così è difficile trovare alternative, è un po’ come quelle che vogliono un nuovo fidanzato ma passano il tempo a guardare le doppie spunte dell’ex.
Al cui proposito, ho un sospetto che non so come fugare, e quindi lo chiedo a lei non potendolo chiedere alle voci automatiche che mi messaggiano offrendomi lavoro o ai figli immaginari che mi chiedono soldi via sms: presidente, non è che si è messa su LinkedIn per far colpo su Elon, per mostrargli che lei non è in cerca del principe azzurro sul razzo per Marte bianco, ma è una donna autonoma, che bada a sé stessa, che vive nel progresso e nella performance, e che sa addirittura compilare un curriculum?