C’è una dinamica storica sottile, ma inesorabile, che lega la disperazione di interi popoli al fatalismo. Eppure, in un mondo che sembra destinato a ripetere cicli di corruzione e autoritarismo, emerge talvolta una figura che spezza il meccanismo, che si oppone con ostinazione e rigore morale all’ineluttabilità del declino. Maria Corina Machado è, senza dubbio, una di queste figure. In un Venezuela divorato dall’agonia del regime di Nicolás Maduro, la sua battaglia non è soltanto politica, ma etica e, in senso ampio, filosofica. Non si tratta di elezioni, perché in Venezuela le elezioni non esistono più. Si tratta della sopravvivenza della libertà, contro la tirannia travestita da democrazia.
Machado si inserisce in un contesto in cui la politica sudamericana ha spesso tradito la promessa della libertà, trasformandosi in teatro di regimi populisti e autoritari, talvolta con l’appoggio di vaste fasce della popolazione. Hugo Chávez ha inaugurato un’epoca di «socialismo del ventunesimo secolo» che ha portato il Venezuela – che un tempo era tra le nazioni più prospere dell’America Latina – a un punto di non ritorno. La distruzione del tessuto economico e sociale del Paese non è un semplice errore di gestione: è il risultato di un sistema che ha rifiutato i principi di responsabilità individuale e libertà economica in favore di un controllo statale oppressivo.
In questo deserto, Maria Corina Machado è una figura luminosa, ma non conciliatoria. È una leader che rifiuta qualsiasi compromesso con il regime. La sua lotta non è solo per cacciare Maduro, ma per liberare il Venezuela dall’intera struttura autoritaria che il chavismo ha costruito. E questo la rende diversa dagli altri leader dell’opposizione, che spesso hanno cercato una mediazione con il potere. Machado non accetta nulla che non sia una totale rottura con il passato.
Il Parlamento europeo ha appena riconosciuto la sua battaglia con il premio Sacharov 2024 per la Libertà di pensiero, assegnato a lei e al presidente eletto Edmundo González Urrutia. La presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha sottolineato la coraggiosa lotta per ripristinare la libertà e la democrazia in Venezuela, ma è evidente che questo riconoscimento non è solo un omaggio al coraggio individuale: è un segnale all’intero continente sudamericano, e al mondo, che la libertà non è una parola vuota. Questo riconoscimento è il riflesso di una visione di politica che rifiuta il fatalismo.
Eppure, il Venezuela non è solo. La storia dei regimi autoritari che hanno attraversato l’America Latina – dal Cile di Pinochet all’Argentina di Videla, fino alle odierne tentazioni autoritarie in Brasile e Nicaragua – dimostra quanto fragile possa essere la democrazia in questo continente. I populismi, di destra e di sinistra, non sono che due facce della stessa medaglia: promettono di risolvere i problemi del popolo, ma finiscono per stringere sempre di più il cappio intorno alla gola delle libertà civili.
Maria Corina Machado offre una visione alternativa, tanto radicale quanto necessaria, per il Venezuela e per l’intera regione. Propone la rinascita del Paese attraverso una fede incrollabile nella libertà economica e politica, contro l’oppressione dello Stato. Non è un caso che l’ideologia alla quale fa riferimento, che potremmo definire una forma di liberalismo economico estremo, si avvicini alla tradizione di pensatori come Ayn Rand che considerava l’individuo l’unico vero motore del progresso. Solo liberando le forze economiche e intellettuali dei venezuelani, sostiene Machado, il Paese potrà riprendersi dalla rovina in cui è stato trascinato.
La devastazione del Venezuela è di proporzioni colossali: tra il 2014 e il 2020, l’economia del Paese si è contratta del settantacinque per cento circa, rappresentando una delle più gravi recessioni della storia moderna. Il Paese con le maggiori riserve di petrolio al mondo si trova oggi a fare i conti con un tasso di povertà che supera l’ottanta per cento, mentre milioni di venezuelani sono fuggiti all’estero per sopravvivere. Il crollo economico non è stato solo una tragedia umana: ha rappresentato un fallimento totale di una visione di società basata sull’interventismo statale e sul controllo delle risorse da parte di una ristretta élite politica.
In questo scenario, Machado non offre illusioni. Non propone né rivoluzioni rapide, né soluzioni miracolose. Propone una lunga e dolorosa strada verso la libertà, fatta di responsabilità individuali, di sforzi economici e di ricostruzione del tessuto morale e politico del Paese. In un mondo dove il pragmatismo politico spesso si confonde con il cinismo, Machado si distingue per la sua intransigenza. La sua non è una lotta per il potere, ma per un’idea.
Le implicazioni della sua lotta vanno ben oltre i confini del Venezuela. Il fallimento del «socialismo del ventunesimo secolo» è un monito per tutti i Paesi dell’America Latina. L’avvicinamento di molte nazioni sudamericane al blocco del Brics+, e in particolare alla Cina e alla Russia, rischia di portare a nuove forme di dipendenza economica e politica, replicando su scala internazionale il fallimento del modello venezuelano. La storia recente ha dimostrato che l’autoritarismo non è più solo una questione nazionale: è una strategia globale, in cui le grandi potenze sfruttano le debolezze delle democrazie emergenti per estendere la loro influenza. La vera domanda, quindi, non è solo se il Venezuela possa essere liberato da Maduro, ma se l’America Latina possa finalmente liberarsi da sé stessa.