Ho infine accettato la morte dei giornali giovedì mattina, mentre ripassavo Edmondo Berselli di cui avrei dovuto dibattere la sera, e rileggendo “Post italiani – Cronache di un paese provvisorio” mi sono resa conto che i ventun anni passati da quel libro sono in realtà ventuno secoli.
Ho infine accettato la morte dei giornali e forse pure dei libri girando il cappuccino e soffermandomi su quelle pagine in cui sfilettava Baricco, Baricco che io amavo e veneravo probabilmente più di ora (lo zelo che hai coi santini a trent’anni è difficile avercelo da adulta), eppure mi faceva ridere tantissimo la precisione con cui Berselli metteva a fuoco le debolezze del venerato autore che poi erano le debolezze di noi adoratori, in cui ci diceva che eravamo scemi senza che questo ci facesse venire voglia di dirgli ma come ti permetti, brucio il libro, disdico l’abbonamento al giornale.
Quando qualcuno le scrive che brucerà i suoi libri perché ritiene inaccettabile la sua posizione nel dibattito intorno ai due sessi (due o duecento, a seconda della posizione che avete nel dibattito, appunto), J.K. Rowling risponde che da un libro lei incassa la stessa percentuale, sia che dopo averlo comprato lo bruciamo sia che lo mandiamo a memoria.
Credo sia anche qui una questione di anni, da quando Rowling ha iniziato ad accumulare fantastiliardi con “Harry Potter” ne sono passati ventisette, la metà dei quali senza telefoni con la telecamera e senza social, se volevano insultarti mandavano un fax o andavano a comprare un francobollo, era un mondo più selettivo per i poveri picchiatelli determinati a dirti quanto non gli piacevi, e con una soglia d’attenzione che ti permetteva persino di leggere se eri lettore, e con una distanza che ti permetteva di fottertene delle isterie dei lettori se eri uno che scriveva.
Ho infine accettato la morte dei giornali nonché il mio (mio e di altri) essere un relitto d’un secolo più paziente, più concentrato, più disposto a sentire cos’hanno da dire gli altri invece di aspettare solo che sia il mio turno per dire la mia, ho infine accettato che l’ora del decesso di quei beati anni in cui «notifica» era una parola che riguardava il messo comunale, ho infine accettato che quell’ora fosse trascorsa da un pezzo ieri mattina, guardando la prima pagina di Repubblica dove iniziava l’editoriale del nuovo direttore.
Le venti righe in prima finivano con una specie di slogan, «Un’idea moderna di giornale per un’idea di Paese moderno», e certo: ho subito pensato alla «certa idea di mondo» di Ezio Mauro; e certo: ho subito desiderato un Bartezzaghi che spiegasse ai lettori cosa fa alla cadenza della frase quello spostamento dell’aggettivo; ma, subitissimo, ho notato quel novecentesco «continua a pagina 25», come fosse ancora quel mondo lì, come ci fosse qualcuno che a pagina 25 ci va, come non ci sentissimo tutti lettori forti già ad aver letto per intero i due paragrafi in prima, invece di limitarci alle cinque righe sui social e al titolo, cioè quel che il paese moderno leggerà e commenterà, appassionatissimo al suono della propria voce e pochissimo alla lettura, appassionatissimo al momento in cui ti arriva la notifica e sei costretto ad accorgerti che lui esiste.
Ho infine accettato la morte dei giornali giovedì pomeriggio, a lettura di Berselli fresca, e in “Post italiani” c’è un capitolo sui giornali e il loro esercizio del potere che se non vuoi dare di matto leggendolo devi concentrarti a pensare che poco più di vent’anni sono la distanza tra la seconda guerra mondiale e il Sessantotto, è normale che in poco più di vent’anni cambi il mondo, forse «normale» non è l’aggettivo giusto, ma insomma: era già successo.
Giovedì pomeriggio ero con un gruppo di conoscenti e un tizio ha detto che era molto preoccupato per il cambio di direzione di Repubblica, io e altri abbiamo chiesto cosa gliene importasse, lui ha detto qualcosa sui nuovi direttori che si portano dietro nuovi collaboratori, e io mi sono resa conto che stava accadendo una cosa che vent’anni fa, trent’anni fa, forse persino dieci anni fa sarebbe stata impensabile: avevo davanti un tizio di cui conoscevo il nome, e non mi ero mai accorta che quel nome comparisse sulle pagine di Repubblica, un giornale al quale continuo a pagare un abbonamento, come a molti altri, e che però ho smesso non dico di leggere ma anche di sfogliare, come tutti gli altri.
Mentre il discorso scivolava su «i giornali non contano più niente», il tizio si metteva sulla difensiva pensando stessimo criticando il suo orticello, e diceva «adesso vorrete dirmi che i dibattiti culturali si aprono su Linkiesta e non su Repubblica», e io non sapevo come spiegargli che no, stavamo – stavo io, ma mi sa anche altri – dicendo che è tutto finito, che a nessuno frega più niente di leggere niente, neppure a noi che di mestiere scriviamo, che i dibattiti culturali non si aprono, al massimo si apre TikTok.
Ho infine accettato che l’idea che i lettori leggano sia finita domenica sera, quando Claudio Bisio è andato a “Che tempo che fa” a presentare il suo romanzo, “Il talento degli scomparsi”. A un certo punto Fazio ha detto che sono 288 pagine, e Bisio l’ha fermato come facevano le nostre zie quando dicevamo le parolacce. «Non dirlo perché la gente poi…»; e poi, rivolto al pubblico in studio: «Sono un centinaio di pagine». Pensa scrivere in anni in cui siamo consapevoli che la gente a leggere si rompe i coglioni, che cento pagine sono un Everest, che non dipende da quel che scrivi, è proprio l’atto di leggere che è residuale nell’epoca in cui tutti leggono molto più di prima, ma in forma di frammenti, di messaggi sgrammaticati, di libri con le figure (in neolingua: graphic novel), di caroselli d’immagini con didascalie. Pensa all’epoca in cui nessuno ha intenzione di leggere e tutti abbiamo intenzione di scrivere. Pensa Bisio. Pensa io. Pensa tutti.
Ho infine accettato che sia tutto finito giovedì sera, alla Festa del Racconto, nello sprofondo modenese (la settimana scorsa avrei scritto «allo sprofondo della Bassa», ma ho scoperto che Campogalliano, il comune dove era nato Berselli, tecnicamente non si trova nella Bassa: un’altra giornata in cui ho svuotato col cucchiaino l’oceano della mia ignoranza). Sul palco con me c’era Beppe Cottafavi, che quando vuol darsi un tono di fronte a chi gli rinfaccia d’aver fatto il libro di Khaby Lame dice o che è stato l’editor di Berselli o che ha studiato con Umberto Eco.
(Berselli su Eco, sempre da “Post italiani”: «Viene spacciato per un idéologue della sinistra, e quindi anche successi iperpopolari come “Il nome della rosa” vengono osservati sotto un’altra luce, e lui sembra immusonirsi, come se non lo confortasse più nemmeno il calcolo delle royalty»).
Cottafavi illustrava la differenza tra amare davvero il pop, come faceva Berselli, e spiegare James Bond con Hegel solo per far pensare ai lettori «Guarda che figo Eco che mi mette insieme Hegel e James Bond», e intanto io pensavo a Ezio Mauro. Pensavo a Ezio Mauro, l’uomo che capisce meno il pop al mondo, che dei riferimenti alle canzonette nei pezzi di Berselli non ne avrà colto mai mezzo, e mi veniva una gran nostalgia.
Una gran nostalgia di quando andava esattamente come va adesso – che un direttore che non capisce ma si fida non si preoccupa minimamente se non capisce i tuoi riferimenti – ma con esiti diversi: là fuori c’era un pubblico che coglieva ogni canzonetta, ogni riferimento televisivo, ogni guizzo che faceva d’un editoriale politico una cosa che avessero voglia di leggere quelli che non hanno la perversione sessuale di voler sapere cosa pensano i sottosegretari.
Ma soprattutto una gran nostalgia di quando andava molto diversamente da adesso. A un certo punto ci siamo messi a parlare di TikTok, è stato inevitabile infierire sulle due pagine che Robinson – il dorso culturale che Repubblica allega la domenica: è stato necessario specificarlo al pubblico della Festa del racconto e immagino di doverlo spiegare anche a voi – dedica ogni settimana alle booktoker, Cottafavi ha detto «invece di provare a vendere i loro prodotti su TikTok hanno messo le tiktoker nelle pagine culturali», io stavo per mettermi a piangere, e mi sono sentita come quel cretino di Holden Caulfield quando gli mancano tutti.
Mi mancava Ezio Mauro, che se gli avessero proposto di mettere TikTok nelle pagine culturali avrebbe chiamato la buoncostume. Mi mancava Edmondo Berselli, che è morto sei mesi prima che nascesse Instagram e sei anni prima che arrivasse TikTok, e quindi teoricamente non poteva sapere dove potesse arrivare la nostra scemenza, ma in qualche modo questa infantilizzazione l’aveva già diagnosticata: «Non abbiamo mai creduto nella possibilità della guerra. Siamo la prima generazione che non è stata nemmeno capace di immaginarla. Se mi veniva in mente la mobilitazione generale, progettavo infantili strategie per la renitenza e la defezione» (da “Adulti con riserva”).
Mi mancava la me che sarebbe andata a pagina 25 a leggere il seguito dell’editoriale, mi mancava Roberto Calasso e mi mancavano Pericoli&Pirella e mi mancava quella striscia di “Tutti da Fulvia” in cui Calasso diceva «La nostra idea, qui all’Adelphi, era pubblicare libri per pochissimi. Oggi purtroppo ci tocca pubblicare libri per pochi».
Poi si sa come va con le fasi del lutto, alla depressione segue l’accettazione, e quindi eccomi qui, è mercoledì e ho accettato che sia tutto finito. Vado a guardare qualcuna che mi spieghi la geopolitica truccandosi su TikTok; diversamente da quanto accadeva quando leggevamo gli editoriali, con la divulgatrice di TikTok posso sentirmi informata girando il sugo: poteva mai questo meno impegnativo modello non trionfare?