Ho molte domande, ma prima di cominciare a formularle ho bisogno che facciate una cosa. Andate su TikTok, inserite nella barra di ricerca “dance party with Beyoncé”. Vi usciranno centinaia di video: qualcuno ha campionato Trump che a un comizio dice «Joe Biden dorme, Kamala è a una festa da ballo con Beyoncé», e su quella voce ha aggiunto un ritmo, ed è pieno di americane che fanno i balletti.
La prima domanda forse dovrebbe essere: “Dance party with Beyoncé” è la “Sesso e samba” dell’autunno elettorale americano? Ma invece – ammesso che riusciate a smettere di guardare quei video ipnotici e tornare a quest’articolo – vorrei chiedere a me e a voi: le elezioni si vincono coi meme?
L’altra domanda riguarda i portoricani. Quand’ero piccola avevamo degli amici di famiglia portoricani e miliardari. Ovviamente la seconda caratteristica faceva premio sulla prima, se sei ricco mica ti percepisco di etnia meno prestigiosa, e quindi a una cena mia madre, appena tornata dagli Stati Uniti, annunciò garrula: ormai fumare è da poveracci, a New York fumano solo i neri e i portoricani.
Avanzamento veloce d’una quarantina d’anni, e siamo sempre lì: alle battute offensive che forse non dovrebbero essere tali, ai portoricani ultimi statunitensi su cui si possano fare battutacce, all’americano medio che neppure sa che a Porto Rico sono americani quasi tali e quali a lui (non possono votare, ma hanno la cittadinanza).
E quindi Trump domenica scorsa organizza una manifestazione elettorale al Madison Square Garden, che come sempre origina uno di quei per niente deprimenti dibattiti da curva di stadio: da una parte quelli che «ah, come Hitler nel 1939», dall’altra quelli che «ah, come Kennedy nel 1960». Le similitudini come crampo dell’intelletto. (E nessuno che: ah, come Billy Joel tutte le settimane).
Come non bastassero queste premesse, alla manifestazione c’è un comico minore, Tony Hinchcliffe, che fa una battuta. Prima di arrivare alla quale dobbiamo soffermarci su uno dei più fessi tic del presente, ovvero la frase «Non si può più dire niente».
Non ho mai sentito una persona non dico intelligente ma anche solo non completamente cretina usare questa frase. Mai. La sento usare moltissimo in tono di scherno da chi ritiene che si faccia bene a offendersi e che invece si possa dire troppo e che allora se non-si-può-più-dire-niente come la mettiamo con Trump, con Pio e Amedeo, con chiunque la spari grossissima. E la sento usare ogni tanto (ma raramente: purtroppo ho quasi solo amici di sinistra) da gente di destra che non sa argomentare e quindi usa una sintesi pigra quale non-si-può-più-dire-niente. In “Off with his head” (è su Netflix) Hasan Minhaj fa una divisione tra le due categorie che è: da una parte gli insopportabili e dall’altra gli psicotici. Mi pare accurata. Poi ci sono i normali.
Le persone normali – quella che stanno in una zona lontana da Vannacci ma anche lontana da Ilaria Salis, per capirci – sanno che si può dire tutto; quel che non si può fare è, nel 2024, farsi prendere di sorpresa se tutto offende qualcuno; quel che non si può fare è meravigliarsi se, facendo battute simili a quelle che potevi fare a cena nell’84, oggi qualcuno s’impettisce e ti dice: tu Porto Rico non me la tocchi capitoooo; quel che non si può fare è smettere di capire il mondo, e poi meravigliarsi delle conseguenze.
Ora, c’è una ragione se non avevate mai sentito nominare Tony Hinchcliffe, ed è che egli non è né Ricky Gervais né Dave Chappelle, per dire due nomi too big to cancel: due che dicono cose grandemente offensive, e le dicono protetti dal mercato. Hanno un tale talento, e un conseguente successo, che a nessuna Netflix conviene dar retta agli offesi e revocare i loro contratti.
Si potrebbe obiettare che è un problema di contesto – Hinchcliffe era a un comizio, non nel suo monologo su Netflix – ma non è solo quello, e ne abbiamo avuto un esempio quando gli impiegati trans di Netflix si sono ritenuti offesi da Chappelle: spiacenti, il suo è il monologo più visto della piattaforma, offendetevi nel vostro giorno libero.
Una cosa che non diciamo abbastanza spesso, quando parliamo di libertà d’espressione, è che essa serve a proteggere gli scarsi. Chris Rock si protegge da solo: fa talmente ridere che ci sarà sempre qualcuno che è disposto a pagare per vederlo a teatro o nelle arene di tutto il mondo. Sono gli Hinchcliffe, quelli cui un discorso pubblico sano deve garantire la possibilità di dire le loro stronzate. Ma sto divagando: torniamo al Madison Square Garden.
Prima Hinchcliffe dice che agli ispanici piace moltissimo fare figli, non sono proprio capaci di non venire dentro, con le loro mogli o con gli Stati Uniti d’America. Una nipote offesa di Trump twitta che la mamma di Donald aveva nove fratelli. Il fact checking alle battute: cosa potrà mai andar storto.
Poi dice non so se lo sapete, ma c’è un’isola di immondizia al largo, credo si chiami Porto Rico. Apriti cielo. Tu Porto Rico me la lasci stare capitoooo. “Politico” scrive che in Pennsylvania c’è una comunità di cinquecentomila portoricani che erano indecisi se votare e ora voteranno democratico giacché offesi. Ma se erano indecisi non si saranno iscritti alle liste elettorali, che hanno chiuso dieci giorni fa, due settimane prima delle elezioni. (Obiezione che a “Politico” non è venuta in mente).
Trump si precipita a dire nei comizi che nessuno ha fatto per Porto Rico tanto quanto ha fatto lui (Trump dev’essere un mucciniano della primissima ora, la sua chiave per affrontare qualunque tema è «come me nessuno mai»).
Il povero Hinchcliffe viene difeso da Jon Stewart, tornato al “Daily Show” dopo nove anni, trascorsi in parte ad allevare capre e poi, dal 2021, a fare un podcast per Apple+ che era l’apoteosi dell’identitarismo e della suscettibilità. Si era messo attorno degli sparring partner molto più giovani, e aveva il problema che ha chiunque abbia redattori trentenni o figli ventenni: il terrore di risultare boomer.
Pur di assecondarli, era diventato più identitarista del MeToo e di Black Lives Matter messi insieme, e il risultato è che il suo pubblico ora è abituato a sentirsi dire che ha ragione a offendersi, che il mondo è cattivo e che noi siamo fragili. Si è coltivato gli insopportabili per anni. Quindi, quando ora compare alla tele e dice ma quello è un comico, ma cosa mai doveva dire, ma avete presente che battute fa di solito – quando lo fa, gli insopportabili gli si rivoltano contro e, aggravante, gli psicotici gli danno ragione. Commento medio del suo pubblico: Stewart era bravo quando c’era Bush, ma non capisce più il mondo. Traduzione: mi piacciono i comici che rispecchiano la mia visione della realtà, qualcosa di complesso e arguto come «repubblicani merda raga».
Quindi la seconda domanda è: ci è ancora chiaro che i comici e gli uomini di governo facciano mestieri diversi, o il fatto che tutte le categorie abbiano la stessa telecamera del telefono in tasca ci ha fatto perdere completamente la brocca, e ci aspettiamo che i comici liscino il pelo al loro settore di mercato incapace di ridere di sé stesso, e i politici prendano i like?
La terza domanda riguarda Joe Biden, che ben pensa di mettersi a rispondere a un comico, il che già sarebbe grave. Perdipiù, lo fa dicendo che lui vede una sola spazzatura: gli elettori di Trump (poi il suo staff tenterà di convincere il mondo che nel testo del presidente ci fosse un genitivo sassone che cambiava il senso della frase, e mai un presidente degli Stati Uniti aveva dato una versione così convincente, mai dai tempi di «I did not have sexual relations with that woman»).
Cosa potrà mai andar storto, considerato quanto bene aveva fatto a Hillary definire gli elettori di Trump «quel deplorevole ammasso». Cosa mai potrà andar storto, considerato che a Trump, da «Le prendo per la passera» in su e in giù, è tutto permesso, e i democratici invece hanno scelto d’essere quelli che si danno degli standard morali. Cosa mai potrà andar storto, nella perpetua indecisione tra «When they go low, we go high» e la tentazione di insultare l’altra parte come l’altra parte insulta te.
La terza domanda, quindi, non è se le elezioni si vincano rispondendo ai comici (proprio no) o insultando gli avversari (forse no) o puntando sui portoricani offesi (vai a sapere se sì o no). La terza domanda è: non sarà il caso che Kamala si appropri del meme e del trending topic e di tutte le altre brutture di questo tempo sbandato, e dica a Biden di tacere e filmare con lei un TikTok in cui ballano “All the single ladies”?