GastroarcheologiaIl lungo viaggio del pane, dall’Egitto al Covid-19

Gabriele Rosso in “Storia del pane” (Il Saggiatore) ripercorre l’evoluzione dei prodotti da forno dalla loro origine fino ai giorni nostri: come sono nati, come sono cambiati nel tempo e in che modo hanno influenzato le società e le religioni

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Non è immediatamente intuitivo il filo logico che lega Jonathan «Seamus» Blackley, l’inventore della celebre console di gaming Xbox, all’epidemia di Covid-19 e al pane dell’antico Egitto, ma quel filo esiste e ha anche un nodo tutto sommato stretto. Blackley, nella sua prima vita studioso di fisica e ricercatore al Fermi National Accelerator Laboratory di Batavia, in Illinois, dopo il 1993 è diventato noto come geniale protagonista dell’industria dei videogiochi, e non solo sul versante Xbox. 

Non è questa però l’unica causa della sua fama: il 30 marzo del 2020, mentre un po’ ovunque nel mondo occidentale riscoprivamo la panificazione casalinga allo scopo di riempire le lunghe giornate trascorse in lockdown tra le mura domestiche, ha pubblicato un tweet in cui annunciava la riuscita produzione di un pane realizzato con lieviti dell’antico Egitto, recuperati da contenitori di ceramica di quattromilacinquecento anni fa, una farina uguale a quella lavorata all’epoca, e la tecnica di cottura presumibilmente utilizzata dai panificatori, come si suol dire, «all’ombra delle piramidi».

L’annuncio ovviamente attirò parecchia attenzione da parte dei mezzi di informazione, affamati di notizie di colore nel pieno dell’ansia globale di inizio pandemia, e contribuì a consolidare la notorietà di Blackley al di fuori della bolla dei videogiochi, facendolo entrare all’interno di un’altra bolla, allora in prepotente espansione: quella dei nerd della panificazione e del lievito madre.

Ho scritto «consolidare» e non «determinare» perché Blackley stava lavorando a questo progetto da tempo, e già ad agosto 2019 aveva annunciato in pompa magna, sempre su Twitter, di essere riuscito a moltiplicare e utilizzare nella panificazione quel lievito proveniente direttamente dall’antico Egitto, con il contributo dell’archeologa Serena Love, del microbiologo Rich Bowman e del Peabody Museum dell’Università di Harvard, dove è conservato il contenitore di ceramica da cui sono stati prelevati i microrganismi monocellulari che erano rimasti dormienti per secoli. 

Ma fu nelle prime settimane della pandemia di Covid-19 che Blackley chiuse davvero il cerchio: non si trattava solo di donare nuova vita a un lievito ancestrale, quanto piuttosto di ricostruire ogni passaggio dei processi di panificazione degli Egizi, replicando il più fedelmente possibile ogni condizione, dalle farine al metodo e agli strumenti di cottura.

L’esperimento di Blackley è paragonabile a una sorta di viaggio nel tempo, e forse l’interesse che ha sollevato è anche frutto del fascino che questo topos riesce a stimolare. D’altronde, da quando lo scrittore britannico H.G. Wells nel 1895 pubblicò la prima edizione del romanzo fantascientifico La macchina del tempo, e ancor di più, perlomeno per noi che abbiamo vissuto gli anni ottanta e novanta del secolo scorso, da quando nel 1985 è uscito il film di Robert Zemeckis Ritorno al futuro, l’idea di viaggiare a ritroso o in avanti nel tempo ha conquistato l’immaginario di milioni di persone, siano esse scienziati o semplici sognatori.

Inoltre, se fino a circa una decina di anni fa la fiducia nelle «magnifiche sorti e progressive» dell’umanità, nonostante gli ammonimenti di Giacomo Leopardi, ci spingeva a una maggiore curiosità verso ciò che avremmo potuto vedere viaggiando nel futuro, oggi probabilmente le prospettive si sono un po’ rovesciate, causa l’apocalisse ambientale (ma non solo) che ci si sta parando di fronte in tutta la sua crudezza, e il recupero di ciò che è stato e non c’è più sembra aver preso il sopravvento. 

Forse, quindi, si spiegano anche così il relativo e recente successo della gastroarcheologia, e nel nostro caso specifico della gastroegittologia, e quello di tutto il subdolo e martellante marketing alimentare intorno alla tradizione e alle antiche ricette.

In questo contesto Blackley ci ha restituito in modo tangibile ed edibile un pane di quattromilacinquecento anni fa, riempiendo una casella vuota, un buco storico come a dire il vero ne esistono a migliaia, e in ogni campo del sapere.  Ha replicato – poi vedremo quanto fedelmente – un’invenzione dai natali incerti, per non dire oscuri. Perché in effetti, e qui veniamo al dunque, alla domanda «chi ha inventato il pane?» le risposte fornite di volta in volta sono state decine, forse centinaia, e tutte hanno conservato una più o meno grande percentuale di approssimazione nella ricerca della verità storica.



Tratto da “Storia del pane” (Il Saggiatore) di Gabriele Rosso, pp. 188, 17,00€

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