Orbita bassaLe ambizioni spaziali dell’Ue e la dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti

Bruxelles ha lanciato altri due satelliti Galileo rafforzando il suo sistema di navigazione satellitare, ma deve ancora affidarsi a SpaceX per i lanci. La corsa allo spazio dell’Esa procede ancora a rilento, tra ritardi e problemi tecnici

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Il 18 settembre 2024 un razzo Falcon 9 di SpaceX decolla dalla base di Cape Canaveral. Trasporta due satelliti europei. Sono il terzo e il quarto, dopo i primi due già mandati in orbita lo scorso aprile: quella era la prima volta che dei satelliti del Sistema di posizionamento Galileo – fiore all’occhiello della strategia spaziale europea – venivano portati fuori dal territorio europeo. Carico, decollo e rilascio in orbita: in totale fanno centonovantasei milioni di dollari. Un grande costo per le tasche dell’Unione, una cifra superiore di circa il trenta per cento rispetto al prezzo standard di volo per un vettore come il Falcon 9.

Sorprende che l’Unione europea non sia ancora autonoma dal punto di vista della tecnologia spaziale. E che, anzi, abbia pure confermato a voto quasi unanime questo status quo. Infatti, il giorno dopo l’ultimo lancio, il 19 settembre, il Parlamento europeo riunito a Strasburgo in sessione plenaria ha dato il via libera all’accordo con gli Stati Uniti che regola i lanci europei dal suolo americano. Dopo il voto questi casi fino a ora isolati rischiano di diventare un’abitudine.

FM25 e FM27, ribattezzati Patrick e Julina, sono gli ultimi arrivati della costellazione Galileo, che si compone di una trentina di satelliti di navigazione satellitare e punta a sfidare il dominio americano del Gps. Con questo ultimo lancio, la flotta Galileo raggiunge quota trentadue satelliti in orbita, avvicinandosi al completamento della sua prima generazione. Ma il successo del lancio ha un retrogusto amaro per l’Europa. Nonostante gli sforzi e i miliardi investiti negli ultimi due decenni, l’Unione europea si trova ancora costretta ad affidarsi ai vettori statunitensi per mettere in orbita i propri satelliti. Una dipendenza tecnologica che mal si concilia con le ambizioni di autonomia strategica del Vecchio Continente.

Il progetto Galileo
Il sistema di posizionamento Galileo nacque proprio con l’obiettivo di garantire all’Europa un accesso indipendente allo spazio e ai servizi di geolocalizzazione. Fu avviato ufficialmente nel 2003 per rompere il monopolio statunitense del loro servizio su scala globale. A differenza del sistema Gps, sviluppato dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d’America – che si riserva il diritto di ridurre la copertura del segnale, la sua accuratezza o sospendere del tutto il servizio in qualunque momento –, Galileo è un progetto rivolto soprattutto al settore civile-commerciale. Il sistema è sempre disponibile gratuitamente sia ai civili sia ai militari e con la massima accuratezza, mentre sono in valutazione possibili servizi commerciali.

A causa delle difficoltà economiche generali, nel corso degli anni, la Commissione europea ha avuto problemi ad assicurare la copertura economica al proseguimento del progetto e ci sono state divisioni tra le nazioni coinvolte. Italia e Francia erano ampiamente favorevoli, mentre altri stati, tra cui Germania, Paesi Bassi e Inghilterra, preferivano continuare ad usare gratuitamente il sistema americano piuttosto che finanziarne uno nuovo.

Tuttavia, in seguito agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti fecero pressione perché si sospendesse lo sviluppo del progetto europeo. Pochi mesi dopo, in parte come reazione alla pressione statunitense, tutti i paesi europei si schierarono in favore del progetto Galileo e i finanziamenti – 1,1 milioni di euro – divennero più che sufficienti. La fase operativa vera e propria è iniziata con il lancio dei primi satelliti della costellazione finale nel 2011. Da allora, la costellazione è stata progressivamente ampliata fino a raggiungere la sua configurazione attuale.

Galileo offre un’accuratezza di posizionamento di 1 metro, superiore a quella del Gps. E fornisce servizi innovativi come il Galileo High Accuracy Service, che promette una precisione addirittura inferiore ai venti centimetri. Applicazioni che vanno ben oltre la semplice navigazione stradale, aprendo nuove frontiere in settori come l’agricoltura di precisione, i veicoli autonomi e la gestione delle emergenze. Un altro aspetto fondamentale di Galileo è il suo contributo alla sicurezza e alla sovranità europea. Il sistema include un servizio criptato, il Public Regulated Service (Prs), destinato a utenti autorizzati come forze dell’ordine, servizi di emergenza e infrastrutture critiche.

Il Centro Spaziale Guianese (Csg)
La decisione di ricorrere a SpaceX non è stata presa a cuor leggero. L’Agenzia Spaziale Europea (Esa) si è trovata in una situazione di emergenza dopo l’interruzione della collaborazione con la russa Roscosmos, conseguenza diretta del conflitto in Ucraina. La famiglia di lanciatori russi Soyuz – che dal 2011 al 2020, sono stati gli unici mezzi che potessero portare astronauti verso la Stazione spaziale internazionale prima dell’arrivo di Musk –, avevano come base proprio il Centro Spaziale Guianese (Csg) di Kourou nella Guyana francese: il “Porto spaziale d’Europa”.

Sta infatti in Sudamerica la più importante base spaziale europea. Situato a soli cinque gradi a nord dell’equatore, offre condizioni ideali per i lanci orbitali, sfruttando la rotazione terrestre per ridurre i costi di carburante fino al quindici per cento rispetto ai lanci da latitudini più alte. Dal 1968, questa base in territorio francese d’oltremare ha ospitato generazioni di razzi europei, dagli storici Ariane ai più recenti Vega. Ma la rampa di lancio Soyuz russa a Kourou, un investimento da settecento milioni di euro, giace ora inutilizzata sia per i russi che per gli europei.

Per riempire questo vuoto, l’Europa aveva riposto grandi speranze in Ariane 6, il nuovo lanciatore pesante destinato a sostituire sia Ariane 5 (vettore europeo ormai in pensione) che i Soyuz. Tuttavia, lo sviluppo di questo lanciatore all’avanguardia è stato pieno da ritardi e difficoltà tecniche. Il suo volo inaugurale, inizialmente previsto per il 2020, è slittato al 9 luglio 2024, con risultati non del tutto soddisfacenti. Come riportato dal New York Times, «a circa due ore dal decollo, un problema non meglio identificato all’unità di propulsione ausiliaria, o Apu, ha fatto perdere la traiettoria corretta al secondo stadio del razzo e impedito la terza riaccensione del suo motore, il Vinci».

Questo malfunzionamento ha impedito ad Ariane 6 di raggiungere l’altitudine necessaria per rilasciare l’ultimo carico, sollevando dubbi sulla sua affidabilità. Nonostante queste difficoltà, il centro in Guyana francese continua a mantenere una certa operatività grazie ai lanci dei Vega italiani. Questi lanciatori leggeri, prodotti dall’azienda Avio, rappresentano un’importante capacità residua per l’Europa. Tuttavia, anche il programma Vega ha affrontato delle sfide, con una pausa nei lanci dopo il fallimento della missione VV22 nel dicembre 2022.

L’accordo con gli Stati Uniti
Per permettere il lancio dei satelliti Galileo dal suolo americano, l’Unione europea ha dovuto negoziare un apposito accordo con gli Stati Uniti. Il Parlamento europeo ha approvato a larga maggioranza la ratifica di questo accordo, che stabilisce «procedure di sicurezza per il lancio dei satelliti Galileo a partire dal territorio degli Stati Uniti». Un passaggio necessario per proteggere le informazioni sensibili contenute nei satelliti europei e per proteggere la tecnologia proprietaria integrata nei satelliti, il cui costo di costruzione ammonta a centinaia di milioni di euro.

Ma perché l’Europa fatica ancora a raggiungere una vera autonomia nel settore spaziale, nonostante gli ingenti investimenti? Le ragioni sono molteplici e affondano le radici nella frammentazione del panorama industriale e istituzionale del Vecchio Continente. Gli Stati Uniti possono contare su un ecosistema spaziale integrato, con una forte sinergia tra settore pubblico e privato. La Nasa collabora strettamente con aziende come SpaceX e Boeing, creando un circolo virtuoso di innovazione. In Europa, invece, la filiera spaziale è più frammentata, con diversi attori nazionali che faticano a coordinarsi a livello continentale. Inoltre, il budget spaziale europeo resta inferiore a quello americano. Nel 2021, l’Unione europea ha lanciato un ambizioso programma spaziale settennale da 14,8 miliardi di euro. Una cifra importante, ma ancora lontana dai 22,6 miliardi di dollari stanziati dalla Nasa per il solo 2022.

Il nuovo Commissario
Con la nomina di Andrius Kubilius come primo Commissario europeo per la Difesa e lo Spazio, Bruxelles ha voluto dare nuovo slancio al settore. Tuttavia, come riportato da Politico, la lettera di missione della presidente della Commissione Ursula von der Leyen non menziona grandi nuovi programmi spaziali, puntando piuttosto sull’efficienza dei costi e sul miglioramento della cooperazione con l’Esa. Kubilius si trova di fronte a sfide complesse: dovrà gestire programmi cruciali come Galileo, Copernicus e IRIS², elaborare nuove norme per le attività spaziali e sviluppare una strategia per l’economia dei dati spaziali. Tutto questo in un contesto di tensioni istituzionali tra Unione europea e Esa e con risorse finanziarie limitate rispetto ai competitor globali. Come sottolineato da Hermann Ludwig Moeller, direttore dell’European Space Policy Institute di Vienna, «I finanziamenti europei in quest’area restano molto modesti. C’è un’esigenza straordinaria di avere una direzione chiara verso le priorità di alto livello». Una sfida che Kubilius dovrà affrontare per riportare l’Europa al centro della corsa allo spazio del ventunesimo secolo.

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