Donald il bulloTrump sfotte Trudeau e gli suggerisce di fare del Canada uno stato americano

Mentre il primo ministro canadese perde consensi e pezzi del governo, il presidente americano non ancora insediato semina zizzania ipotizzando dazi e accusando Ottawa di lassismo verso i traffici illegali al confine

I vicini di casa possono essere molesti, soprattutto se oltre la siepe ce n’è uno che si chiama Donald Trump. Il quale probabilmente si compiace di seminare zizzania nel Canada di Trudeau, il cui staff sembra perdere pezzi a gran velocità. Chrystia Freeland, vice primo ministro ha rassegnato le dimissioni lunedì. Era in disaccordo con il primo ministro Justin Trudeau riguardo alla risposta da adottare di fronte ai dazi minacciati da Donald Trump. La lite ha fatto rumore su X: «Nelle ultime settimane, ci siamo trovati in disaccordo sul miglior percorso da seguire per il Canada», ha scritto la Freeland. «Venerdì mi hai detto che non mi volevi più come ministra delle Finanze e mi hai offerto un altro posto. Dopo aver riflettuto, sono giunta alla conclusione che l’unica mossa onesta per me è quella di dimettermi».

Trump si è divertito a seguire e commentare la baruffa e ha sfottuto Trudeau, definendolo un semplice «governatore». Poi ha suggerito che il Canada dovrebbe considerare l’idea di diventare uno stato degli Stati Uniti. Tanto è bastato per far intravedere lo scenario di tensione al confine nel 2025.

La crisi ha riacceso dubbi sul futuro politico di Trudeau e sulla risposta diplomatica che il Canada, insieme ad altri paesi, dovrà adottare nel secondo mandato di Trump. La minaccia di imporre dazi del 25 per cento su tutti i beni e servizi provenienti da Canada e Messico è furbescamente travestita da stimolo ai due paesi nel combattere il traffico transfrontaliero di droga e di esseri umani. Di fatto però si tratta di un affronto diplomatico senza precedenti a due alleati che sono anche i principali partner commerciali degli Stati Uniti.

Le parole del presidente americano hanno subito messo sotto pressione Trudeau e la premier messicana, Claudia Sheinbaum, generando l’attesa di una reazione ufficiale. Reazione, quella messicano-canadese che sarà cruciale per le future relazioni tra i paesi, in un contesto di incertezza politica e commerciale.

Il giorno dopo le dimissioni di Chrystia Freeland, Justin Trudeau è volato in Florida per incontrare Donald Trump nel suo resort a Mar-a-Lago. Qui Trudeau ha promesso di rafforzare il confine per renderlo più sicuro, sperando di placare il bullismo del presidente eletto.

Le immagini della cena tra i due hanno fatto il giro dei social media, ma le cose non sono andate benissimo. Infatti, Trump, di fronte al piano da 1,3 miliardi di dollari per migliorare la sorveglianza alle frontiere annunciato da Trudeau, si è subito sentito il trionfatore dell’incontro, e ha poi accusato il primo ministro di aver fatto una mossa strumentale per riportare la pace nel suo governo. Poi ha definito «tossica» la dimissionaria Freeland e ha rinfacciato il fatto che gli Stati Uniti «sovvenzionano il Canada con oltre 100 milioni di dollari l’anno».

Quindi la palla è passata agli analisti: Dennis Pilon, della York University di Toronto, ha commentato: «Dare a Trump ciò che vuole non funziona mai per nessuno. Più ottiene, più vuole. Non rispetta le persone che gli cedono, rispetta soltanto seguaci religiosamente leali». 

Meno diplomatico il premier conservatore dell’Ontario, Doug Ford, che in una intervista alla CNN ha definito i dazi un grave errore per due paesi le cui economie sono strettamente legate. Pochi giorni fa lo stesso Ford aveva minacciato di interrompere le esportazioni di energia verso gli Stati Uniti come risposta a eventuali dazi, anche se poi si è addolcito, spinto da altri leader locali. I premier delle province canadesi infatti si sono riuniti per discutere della minaccia Trump, caldeggiando unità per affrontare la questione.

La reazione determinata dei premier locali è significativa, anche perché Trudeau al momento si trova in una posizione molto debole e Trump ne sta approfittando.

Nel frattempo, però, Trudeau deve affrontare crescenti richieste di dimissioni, dal suo stesso partito ma anche da chi, all’opposizione, ricopre ruoli importanti. Queste vicende sono un duro colpo per un primo ministro la cui popolarità è in calo da ben prima delle esternazioni di Trump.

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