Questo è un articolo del nuovo numero de Linkiesta Etc dedicato al tema della nostalgia, in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.
La prima volta che ho visto David Horvitz dal vivo, il suo volto, proiettato dentro una finestra di Microsoft Teams, occupava l’intera parete di una stanza al sesto piano di un palazzo della Bicocca a Milano. Era la scorsa primavera e il curatore Nicola Ricciardi stava guidando me e altre 23 persone attraverso Abbandonare il locale, la prima mostra in Italia dell’artista americano. Horvitz aveva annunciato quella mattina con un post su Instagram che non sarebbe potuto essere presente alla visita per un guasto al treno che dalla Francia lo avrebbe dovuto portare in Italia. Era bloccato, letteralmente, in un “bel posto sul mare”: Beaulieu-sur-Mer. Era tutto così giusto che sarebbe potuta essere una sua performance – non inverosimile per chi ha già fatto della sua scomparsa un’opera (A disappearance from Winschoten, 2012).
Ed effettivamente la sua presenza nella forma di un grande fratello gentile si è trasformata in una performance collettiva: durante tutta la durata della visita Horvitz invitava i visitatori a riprodurre con una bomboletta spray sulle pareti della stanza frasi tratte dalla sua serie Nostalgia: brevi descrizioni di fotografie scattate dall’artista e poi cancellate. Di questo e altro abbiamo discusso qualche mese dopo da dentro una finestra di Microsoft Teams, ma più piccola.

Come è iniziato Nostalgia?
Penso che questo, come altri miei lavori, abbia molti diversi inizi. Per prima cosa va detto che Nostalgia ha molte forme: un testo su un muro o una serie di immagini proiettate per un minuto e poi cancellate. In quest’ultimo caso per esempio, durante l’installazione, devo calcolare per quanti minuti la mostra resterà aperta: se l’apertura al pubblico è di 6 ore al giorno, sono 60 immagini per 6. E se resta aperta 5 giorni a settimana sono 60 immagini per 6 per 5. E va poi calcolato esattamente quante immagini servono se si aggiungono un paio d’ore per l’opening, o per una visita fuori dall’orario di apertura. Poi la terza forma, il libro d’artista, è essenzialmente simile al testo sul muro: la descrizione di una selezione di immagini cancellate tratte dall’enorme archivio di fotografie digitali del mio telefono e delle mie macchine fotografiche.
È un modo di fare i conti con le ragioni per cui si possiedono così tante immagini. Puoi scattare foto ogni giorno della tua vita, centinaia di migliaia di foto e poi quando le guardi? Per me Nostalgia è un modo di affrontare questa sovrabbondanza di dati, questa marea, questa montagna di informazioni: farci delle opere e poi cancellarle. Inizialmente stampavo le foto digitali in una copia, in piccolo formato, poi ne cancellavo i file e raccoglievo le stampe in volumi. Era un modo per giocare con l’idea del libro fotografico, fare diversi volumi, ciascuno unico, di foto che non esistono più. E poi sono venuti i testi, attraverso i quali rimaterializzo le immagini, ma in un modo in cui ciascuno le percepirà in modo diverso da come era davvero la foto, o da come la ricordo io. I testi sono come ricordi, e come i ricordi si trasformano col tempo.

In un passaggio di un articolo intitolato “Socialism and Print” Régis Debray sostiene che ogni atto rivoluzionario nasce da un senso di nostalgia. Invece, all’inizio di ogni anno, tu cancelli tutte le immagini dal tuo profilo Instagram. Quale credi sia il rapporto tra la nostalgia del passato e la creazione di qualcosa di nuovo?
Cancellare le immagini da Instagram è una maniera di andare contro i modi in cui uno sarebbe tenuto a comportarsi sui social. Ho sempre ritenuto strano come la gente resti attaccata al proprio passato visivo, alla propria storia in immagini. Ma è anche un modo di comportarsi definito dai social stessi. Quando invece ci possono essere altri modi in cui i social network possono funzionare, si può cancellare tutte le immagini come faccio io, o potrebbe essere Instagram stesso a decidere che ogni anno le tue immagini vengono cancellate, che non puoi avere nel tuo feed immagini più vecchie di un anno. Il modo in cui si gestisce il proprio profilo è una performance pubblica: sembra un diario personale, ma è un diario che insceniamo per gli altri.
Molti dei tuoi lavori hanno a che fare con la misurazione del tempo.
In Nostalgia uso come unità il minuto per comodità, per ragioni pratiche, non c’è un vero pensiero critico rispetto alla standardizzazione del tempo. In altri lavori invece, come negli orologi, cerco di scombinare l’idea del tempo inteso come 24 ore in un giorno divise in 60 minuti ciascuna. E allora un orologio può seguire il ritmo di elementi naturali, come il vento, oppure di fattori più soggettivi, come il respiro o il battito del cuore di qualcuno (A clock whose seconds are syncronized with your heartbeat, 2020). Il tempo standardizzato che usiamo è solo utile a far funzionare il mondo, a sincronizzarci gli uni con gli altri. Questi orologi che propongo invece renderebbero la sincronizzazione impossibile. Ognuno segue il proprio ritmo, ognuno segue il proprio respiro. È caotico immaginare che ogni persona possa seguire letteralmente un tempo diverso, ma è anche bello immaginare diverse sacche di temporalità autonome.

Qual è il tuo rapporto con la fotografia? Quando hai iniziato?
Da sempre, avevo una macchina fotografica quando ero piccolo, attorno ai dieci anni. Ma non voglio nemmeno sostenere l’idea romantica che si possa essere artisti già da bambini – semplicemente ho iniziato a familiarizzare con la fotografia da allora. Avevo una Olympus manuale degli anni Settanta, me la diede mio padre. E poi una compatta digitale. Ho seguito lezioni di fotografia a scuola e poi al College ho iniziato a inserire la fotografia in un contesto artistico. Seguivo le lezioni di Uta Barth (fotografa contemporanea tedesca, ndr), e fu un momento un po’ di rottura interrogarsi su come utilizzare una macchina fotografica per fare arte. Quindi crescendo ho sempre avuto l’abitudine di scattare foto, tonnellate di foto, e senza una ragione. Non ho mai avuto un fine, erano più che altro note visive, quasi diaristiche, che però non venivano mai stampate. Mi capitava di usare la fotografia come medium per alcuni lavori, come Public Access (2011), in cui mi fotografavo in diverse spiagge della costa californiana. Ma oltre alle 49 foto usate per il progetto avevo altre mille immagini scattate in quel viaggio che non avrebbero mai trovato una collocazione. Ora finiscono in Nostalgia.
In seguito a Public Access sei stato bannato da Wikipedia – lo sei ancora?
Penso di sì, anche se continuo a editare alcune voci.

Hai una buona memoria?
Oh, una volta. Ma non più.
Alcuni tuoi lavori, come Nostalgia e Watercolors Lost in Airports affrontano in qualche modo il tema della fine, del fatto che qualcosa possa essere perduto per sempre. Come ti relazioni con la natura impermalente delle cose?
Penso che sia semplicemente la realtà della vita: tutto scomparirà, bisogna accettarlo. Puoi stampare una foto perché duri 150 anni oppure cinque, a me non interessa. Ma fai in modo che sia bella, in futuro se ne occuperà qualcun altro.