Quando sei il buen retiro vacanziero degli Agnelli, ma pure di una serie variegata di intellettuali che va da Thomas Mann ad Aldous Huxley, de Chirico e Guttuso, non c’è molto lavoro da fare per divenire attraente agli occhi dei turisti locali e stranieri che accorrono ogni anno sulle tue spiagge (pardon, ai bagni). E infatti, la zona, rinominata Forte dei Marmi nel 1788 dopo che il granduca di Toscana Pietro Leopoldo I di Lorena vi fece edificare il Forte Lorenese, vive ancora oggi in una sua atmosfera sospesa, con famiglie che hanno casa e tenda nel bagno di riferimento, da generazioni: ci si saluta quando ci si trova sul bagnasciuga, ci si conosce, si arriva in spiaggia con delle vecchie bici un po’ arrugginite, le stesse che i residenti estivi hanno in garage da anni, e che passano di generazione in generazione senza temere l’obsolescenza programmata.
Il forestiero è guardato di solito con una certa circospezione, quella che anche in altre località balneari così simboliche di un certo pezzo d’Italia viene riservata ai parvenu, o a chi tenta genericamente di penetrarne il sacro mistero, senza mostrare il dovuto rispetto per la sua storia. Un’atmosfera che diventa paradossalmente più accogliente quando la stagione calda finisce, le ville nascoste tra le pinete sono spesso vuote, e dalle cucine degli stabilimenti di Levante e Ponente non si leva più l’odore delicato degli spaghetti con le arselle.

Le estati a Villa Costanza (oggi Hotel Augustus) degli Agnelli, quelle che hanno ispirato Vestivamo alla marinara, sono un ricordo sbiadito, al Quarto Platano, una volta luogo d’incontro di intellettuali come Montale e Ungaretti al Caffè Roma, è rimasta solo una targa con qualche foto in bianco e nero – e però questa primavera è nato il museo omonimo, che raccoglie le opere di diversi artisti che quel luogo lo frequentavano con piacere. Non si è mai realizzato, invece, il sogno di Curzio Malaparte di aprire qui un club, il più chic della costa, Chez Malaparte.
Forse non è più consigliabile fare le sabbiature, ma l’aria benefica che ha portato qui, durante il secolo scorso, i Reali del Belgio come le nobili famiglie fiorentine, gli Antinori, i Rucellai e gli Strozzi, è probabilmente rimasta la stessa. Nel frattempo il fascino di Forte è globale e locale nello stesso tempo, la raffinata casa editrice Assouline gli ha dedicato un volume illustrato, con le migliori foto d’epoca (ed è subito tutto un fiorire di scatti à la Slim Aarons, il fotografo del jet set mondiale degli anni Cinquanta).
Su Instagram esiste un profilo unofficial della cittadina, Forte dei Marmi, da trentasettemila follower, che distilla per immagini tutto il potere aesthetic del luogo, roccaforte del Quiet Luxury prima che il Quiet Luxury sapesse persino di esistere: le buganvillee che decorano un balcone bianco latte; gli stabilimenti con ombrelloni e sdraio a righe ton sur ton; la fila di cabinati che costeggia il bordo di una piscina a cinque stelle; tramonti al pontile che a guardarli fanno apparire Forte come l’Orange County del mar Ligure, anche se qui non ci sono i Phantom Planet che si stracciano le vesti ululando “California”. Negli stabilimenti, di solito, la musica non si mette, non siamo in un villaggio vacanze.
In autunno, i resident che vengono qui per qualche weekend, a controllare che la casa sia pronta per la prossima estate, fare qualche lavoro di ristrutturazione necessario in attesa della bella stagione, si muovono con una certa calma, finalmente a loro agio quando la cittadina si svuota delle folle. Si fa colazione con le crostate ai frutti di bosco al Caffè Soldi, anche se chi è sensibile al fascino delle maison toscane ora si ritrova più spesso al Caffè Principe – di proprietà di Marchesi 1824, a sua volta asset del gruppo Prada. Nella ristrutturazione – il caffè ha riaperto lo scorso anno – l’obiettivo è rievocare gli arredi originali risalenti agli anni Cinquanta, dai lampadari ai tavoli in formica passando per le poltrone in vimini (un lavoro firmato dall’architetto fiorentino Michele Bonan).
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Ci si muove poi con una certa agilità tra i negozi, uno su tutti, la Cestaia, luogo primigenio dove i local comprano articoli per la tavola, tovagliati, porcellane colorate, ma anche e soprattutto le sedie in midollino che troneggiano in molte delle ville del posto (prezzi in Dm, si specifica sul profilo Instagram dell’esercizio commerciale). Dai Magazzini Bracchi, invece, si ritrova chi si riconosce in un gusto per l’interior design più moderno, tra lampade di Flos, vasi di Jonathan Adler e divani Baxter.
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Da Antonio Artigiano in via Roma è obbligatorio il passaggio per gli stivali in camoscio – d’altronde, il tempo delle pantofole estive che guardano ad una certa estetica Hermès, è finito da diversi mesi – mentre l’abbigliamento, ma pure i tovagliati, i local li trovano allo storico mercato del mercoledì, che poco ha a che fare, per prezzi e organizzazione, con i mercati rionali a cui si è abituati in altre parti d’Italia. Chi non può rinunciare all’esperienza in negozio va invece dal Colibrì, che dal 1986 veste signore e signori del luogo come se fossero appena atterrati a Forte dopo un viaggio in una comune boho-chic nel Rajasthan: stole floreali su motivo jacquard in colori caldi, gilet matelassé e casacche dai motivi Paisley.

Il legame con una certa intellighenzia, la stessa che affollava il Quarto Platano, è ribadita all’Hotel Principe, uno dei pochi aperti tutto l’anno, ubicato a pochi passi dall’ampio arenile sabbioso e completamente rinnovato nel 2011, in favore di un’estetica adatta a un cinque stelle lusso, ma non così sfacciatamente nostalgica. Le finestre sono alla francese, i bagni sono (spesso) in marmo, ma si predilige un approccio al design più essenziale. Forse per questo motivo non stupisce la collaborazione con la Galleria Deodato Arte, locus milanese (ma poi anche con sedi a Courmayeur, Roma, Padova, e nella vicina Pietrasanta) specializzato nella pop art.
Negli angoli comuni dell’hotel – affiliato al gruppo The Leading Hotels of the World – campeggia infatti una selezione di opere firmata da Mr. Brainwash, Marco Lodola e Richard Orlinski. Le guardano con curiosità anche alcuni clienti del luogo, che stanno pranzando al 67 Skylounge Restaurant, la terrazza panoramica dell’hotel. Poco distante, qualcuno serve bicchieri dello champagne che beveva già il secolo scorso Marilyn Monroe, il Piper-Heidsieck.

La maison ha voluto realizzare uno special blend, L’Essentiel by Principe forte dei Marmi, realizzato a quattro mani dallo Chef de Caves Emilien Boutillat e Sokol Ndreko, Maître Sommelier del Lux Lucis, il ristorante stellato guidato dallo Chef Valentino Cassanelli, allievo di Cracco. Grazie alla giornata tersa, i profili delle Alpi Apuane si riconoscono con chiarezza. E sembra ancora la Forte dei Marmi che ispirò “La lunga strada di sabbia” a Pierpaolo Pasolini: «I monti della Versilia ridenti o foschi? Ecco una cosa che non si può mai capire. Un poco folli, di forma, e inchiostrati sempre con tinte da fine del mondo, con quel rosa, quelle vampate secche del marmo che trapelano come per caso».