Soreta loserGiambruno, Kamala e la generosità delle vittime sacrificali

Giambry e Harris analizzano la loro sconfitta non preoccupandosi per quello hanno perso loro, ma per quello che rischia il mondo

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«Io forse non sono una persona intelligente, ma non sono un cretino», ha detto a un certo punto il tizio che venerdì sera era intervistato su Rete4. Lasciando tutti noi a chiederci: se non sei intelligente e non sei cretino, cosa sei? Una via di mezzo? L’uomo qualunque? Medioman?

Quand’ero giovane, e la politica non so se fosse più interessante, forse eravamo solo meno inscorziti noialtri, e quindi ci pareva valesse la pena d’interessarsene, avevo un moroso che, ognuna delle ventisette volte a settimana in cui pretendevo di parlare di dove sbagliasse, del fatto che non mi amasse come doveva, dei suoi torti e delle mie ragioni, ogni volta lui diceva la cosa che dicevamo tutti dopo ogni elezione: no, l’analisi della sconfitta no.

Mi è tornato in mente ascoltando “Pod save America”, il podcast fatto da quattro tizi due dei quali scrivevano i discorsi a Obama (sospetto che Obama se li scrivesse da solo, ma insomma erano i tizi pagati per quel ruolo lì), che in una puntata della settimana scorsa aveva ospiti alcuni di quelli che hanno lavorato alla campagna elettorale di Kamala Harris.

Mi è tornato in mente ascoltando Andrea Giambruno, che non posso più chiamare Bellicapelli perché si è tagliato il ciuffo (sono rimasti solo anelli e braccialetti, troppi anelli e troppissimi braccialetti), che è andato ospite in un programma dello stesso canale televisivo che lo stipendia a fare anche lui la sua analisi della sconfitta.

Sembrava che non avessero in comune niente, Giambry che era stato mandato in onda mentre faceva lo scemo in una pausa pubblicitaria ed era finita che la madre di sua figlia l’aveva pubblicamente piantato (la madre di sua figlia è una certa Giorgia Meloni), e Kamala che aveva perso delle elezioni che non poteva vincere.

E invece a sentire le due analisi della sconfitta è emerso un tratto comune non solo allo staff della candidata perdente d’America e al conduttore televisivo più sbeffeggiato d’Italia, ma a tutti: influencer, politici, giornalisti, militanti, soubrette, calciatori, commercialisti, imbianchini, e soprattutto mariti che lasciano le mogli e mogli che lasciano i mariti. Tutti lo fanno per altruismo. Perché meriti di meglio. Perché le bambine ci guardano e devono potersi specchiare in una donna presidente. Perché sennò poi.

Ai gestori della sconfitta di Kamala, quelli del podcast hanno domandato una cosa di cui si era parecchio parlato, prima e dopo la sconfitta. Di quando Kamala era andata a “The View”, programma per massaie, e a una domanda su una cosa che avrebbe fatto diversamente da Joe Biden, una decisione della presidenza Biden che se fosse stata presidente lei avrebbe preso un’altra direzione, non aveva saputo rispondere.

Tutti ci si sono fissati per settimane, e a me è sembrata una fissa scema (strano, di solito la copertura stampa delle campagne elettorali è così intelligente): mica era un’eccezione, Kamala Harris non sapeva mai rispondere alle domande che non richiedessero risposte precotte (e pure le risposte precotte non è che fossero un’allegria).

Quando serviva un aneddoto, non ce l’aveva mai. A parte la storiella che si era preparata su lei che preparava i pancake con le nipoti quando Biden l’aveva chiamata per dirle che si ritirava, non aveva mai mai mai uno straccio di aneddotica, e considerato che i politici americani hanno in genere più storielle telegeniche degli attori in promozione, faceva abbastanza impressione il suo balbettante smarrimento. Mi pare sia stato Anderson Cooper che a un certo punto le ha chiesto quale errore si rimproverasse, e lei ha incespicato per poi atterrare su «è importante imparare»: uno spettacolo desolante. Però su quella non risposta pronta si son fissati tutti, e quindi gli obamiani del podcast ne hanno chiesto conto al suo staff.

E loro hanno detto delle cose ovvie – come poteva rinnegare una presidenza di cui faceva parte? – e delle cose sensate – se avesse detto io ero contraria alla tal decisione, poi sarebbero venuti fuori verbali di riunioni in cui non si era detta contraria – ma alla fine hanno detto una cosa che avrebbe potuto dire qualunque influencer: l’ha fatto per chiunque verrà in futuro.

Non è mai successo, hanno spiegato, nella storia degli Stati Uniti d’America, che un vicepresidente si candidasse prendendo le distanze dal presidente, e lei non poteva fare eccezione, non poteva farlo perché demolire queste fondamenta della politica americana poi cos’avrebbe significato per il futuro, per chi si candiderà un domani?

Tre giorni dopo, Giambry si è accomodato nello studio di Del Debbio, e agitando anelli e braccialetti ha detto qualunque cosa. «La prima volta che ho rivisto quella cosa lì io non mi ci sono riconosciuto, io ho provato imbarazzo per me stesso, ma perché ho provato imbarazzo per me stesso, Paolo? Perché io non sono così» (sì, si faceva le domande e si dava le risposte).

Ma anche «quando ti rendi conto che c’è volutamente un disegno dietro», ma anche «non potevo esercitare la professione perché a qualcuno dava fastidio», ma anche «qualunque cosa io dicessi veniva presa e passata al lanternino» (al setaccio? Al microscopio? Lanternino no, Giambry, lanternino è una frase fatta diversa, non vuol dire quel che vuoi dire te).

Ma anche «non gliene fregava niente di quanto stava succedendo in Palestina» (a noialtri frivoli che scrivevamo solo del suo ciuffo), ma anche «La Repubblica era solita uscire con le dieci domande rivolte al presidente Berlusconi, adesso in prima pagina c’è Giambruno sul lettino» (io lo dico sempre che c’è il declino delle élite), ma anche «ma perché mi devi epitetare così» (a proposito di non so chi che l’ha chiamato «ciuffo ribelle»: giuro, ha detto proprio «epitetare», e anche più di una volta).

Dice Giambry che non guarda più i commenti social, cioè ha iniziato a comportarsi tardi da persona famosa (credo che neanche Vongola75 s’illuda che qualcuno con un posto nel mondo legga i suoi commenti sull’Instagram di Repubblica o su quello di Beyoncé, li lascia per poter dire alle amiche «gliele ho cantate, ah!», ma che ci sia stata una parte della vita del marito della presidente del Consiglio che egli ha trascorso a leggere i commenti di Brocco81 sconcerterebbe Brocco e Vongola per primi).

Soprattutto, a Del Debbio ha spiegato, Giambry, che il problema non è lui, che se la cava, «io sono una persona strutturata»: «Quando ci si accanisce troppo, c’è anche una pietas cristiana, bisogna metterci un punto, perché poi le persone che non sono troppo strutturate si fanno anche del male». Loro, mica lui.

Anche lui, come Kamala, non si preoccupa per sé, ma per il pericoloso precedente. Metti che un domani un povero presidente degli Stati Uniti si ritrova con una vice che lo rinnega. Metti che un domani epitetano «ciuffo ribelle» qualcuno che nessuno intervista acciocché possa dare la sua versione. Non lo dicono per loro, ma per noi. Sono quelli che ti lasciano dicendo che lo fanno per il tuo bene. Quelli che li lasci, e se gli neghi l’analisi della sconfitta ti dicono che è ghosting.

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