
Apple Music mi dice che dal primo gennaio 2024 al 22 dicembre 2024 ho ascoltato 1033 artisti, 4689 canzoni, 518 album, per un totale di 5366 minuti di musica, esclusi ovviamente vinili, cd, concerti e altri supporti di ascolto novecenteschi. Una buona indicazione per stilare la classifica degli album più belli dell’anno.
Rome, dei National
La band che ho ascoltato di più nel 2024 è The National, che però quest’anno non ha pubblicato nessun album di brani originali. È l’onda lunga dei due dischi del 2023, per me i migliori dell’anno scorso, e la mia personale preparazione al favoloso concerto di Milano del 2 giugno. A dicembre poi è uscito Rome, la registrazione non ripulita, ruvida, nuda e cruda del concerto del giorno dopo al Parco della musica a Roma, fotografia nitida di quel live vissuto e partecipato dei «papà tristi» dell’Ohio, con il formidabile finale del coro del pubblico su Vanderlyle crybaby geeks, e con quel genio di Roma che urla come un pazzo «chandeliers» qualche secondo prima del momento giusto, facendo ridere tutti e mettendo per un attimo pausa all’ipnotico e straziante lamento tipico dei National.
Un segno di vita, di Vasco Brondi
Nove delle prime dieci canzoni che ho ascoltato nel 2024 sono dei National, anzi dodici delle prime tredici, ma al decimo posto c’è Un segno di vita di Vasco Brondi, autore quest’anno dell’omonimo disco pieno di canzoni stupende, una più bella dell’altra, da Va’ dove ti esplode il cuore (uscita come singolo nel 2022) a Illumina tutto, da Fuoco dentro a Fuori città, da Vista mare a Incendio. Insomma un capolavoro di musica e di parole.
X’s, di Cigarettes after sex
Il disco che ho ascoltato di più, sempre secondo Apple Music, è l’ultimo dei Cigarettes after sex, una band di musica slow-core che un tempo si sarebbe detto di atmosfera. Sono texani di El Paso e ricordano i Cocteau Twins, gli Slowdive, sembrano un disco dei Mazzy Star ma con un cantante, Greg Gonzalez, al posto di Hope Sandoval, ma stessa sensualità, medesime luci soffuse, una versione bianco e nero e romantica dei Talk Talk. Insomma, ascoltate il disco, cominciando da Tejano Blues («so get in the waves, swim in your leather, I always will make it feel like you were the last one») e Dark vacay («so come on, come on, dark star, been loving you and I can’t get enough, dark star»)
Wild God, di Nick Cave & The Bad Seeds
Dopo anni di tragedie personali incredibili, sublimate in album di intensa elaborazione dei lutti, Nick Cave è tornato con un disco epico e grandioso, a tratti addirittura gioioso, sempre a modo suo, probabilmente il miglior album dell’anno. A sessantasei anni, Cave non è più l’antipatico alfiere del post punk, ossessionato da morte e violenza, ma è definitivamente entrato nel circuito dei grandi del rock, anche se è sempre visto con diffidenza per le sue posizioni anticonformiste e conservatrici, a cominciare dall’aver mandato a quel paese Roger Waters e Brian Eno che gli avevano chiesto di boicottare Israele. La canzone più bella è O wow o wow (how wonderful she is), sembra una canzone dei Lambchop (che se non li conoscete correte ad ascoltarli e poi mi ringrazierete).
Lives Outgrown, di Beth Gibbons
Un altro album favoloso è Lives Outgrown della cantante dei Portishead, Beth Gibbons. Un folk minimale, più nello stile dei Talk Talk che dei Portsihead (ci suona Lee Harris, il batterista dei Talk Talk). Una collezione di belle canzoni, tra cui spicca Whispering love.
Songs of a Lost World, dei Cure
Erano anni che non si sentiva un brano iniziale di un album così straziante come Alone dei Cure. Siamo arrivati così, a sorpresa, anche se lo si aspettava da tempo, al quattordicesimo album della band di Robert Smith, il primo dopo sedici anni di silenzio insopportabile. «This is the end of every song we sing», comincia così la canzone iniziale che suona come un epilogo e riporta i Cure e gli ascoltatori al 1989, anno di Disintegration. Quasi sette minuti di nostalgia allo stato puro che fanno il paio con i dieci minuti finali di Endsong, con in mezzo sei belle canzoni dei Cure.
Mahashmashana, di Father John Misty
Il cantautore americano (che, in realtà, si chiama Josh Tillman) è tornato con un album profetico e universale, fin dalla prima ipnotica canzone, Mahashmashana, parola in sanscrito che vuol dire “grande luogo di cremazione”, con un inciso che è preso pari pari da Viva l’Italia di Francesco De Gregori.
Valley of Abandoned Songs, dei Felice Brothers
I dischi dei Felice Brothers entrano sempre nei miei listoni annuali: sono una band di upstate New York che non ha mai avuto un successo adeguato al talento, ma che da molti artisti indie è considerata un punto di riferimento, capace di suonare una versione iconoclasta dell’abusato genere Americana. Coner Oberst (Bright Eyes) li ha voluti nella sua etichetta, e li porta spesso con sé, mentre i Lumineers hanno deciso di diventare una band dove averli ascoltati dal vivo in New Jersey e, ancora adesso, si fanno produrre i dischi da uno dei fratelli Felice, Simone, batterista che dopo un problema personale è uscito dal gruppo. Sono rimasti Ian, carismatico cantante e chitarrista e pittore, e James, multistrumentista e cantante, accompagnati dalla bassista Jesske Hume e dal batterista Will Lawrence.
As it ever was, so it will be again, dei Decemberists
Anche i Decemberists, band di Portland, sono spesso citati da questa rubrica, ma dopo una serie di dischi formidabili si erano un po’ persi, quasi incapaci di trovare una strada nuova. All’improvviso è arrivato questo disco, che è un bel disco dei Decemberists, ma che si conclude con un brano di quasi venti minuti, che non è un brano, ma un mondo, un disco a parte, dove al folk rock tradizionale dei Decemberists e alle melodie simili a quelle dei National e dei Rem (ci suona anche Mike Mills), si aggiungono atmosfere prog rock, epica alla Pink Floyd, e struttura sinfonica alla King Crimson.
The Golden Time, dei Villagers
L’art rock melodico della band dublinese, con testi ermetici e ballad minimaliste.
Blu Wav, dei Grandaddy
Una versione californiana dei Radiohead, però mista ai Beach Boys, e con la steel guitar tipica della musica country, insomma una meraviglia.
When I’m Called, di Jake Xerxes Fussell
Jake Xerxes Fussell è un collezionista di antiche canzoni popolari del profondo sud americano, capace di rivitalizzarle in una forma rispettosa e nuova allo stesso tempo. When I’m called è un’ode antropologica alle tradizioni perdute della Georgia.
Bright Future, di Adrianne Lenker
Canzoni folk autentiche, senza filtri né orpelli, registrate direttamente su nastro assieme a musicisti amici, dei quali ogni tanto si sentono le voci, scritte, dirette e interpretate dalla cantante dei Big Thief.
Wall of Eyes, degli Smile
Il gruppo post Radiohead che non è i Radiohead finalmente sembra davvero i Radiohead, e così la coppia Thom Yorke e Jonny Greenwood ci regala un disco al livello del loro passato.
Liam Gallagher & John Squire, di Liam Gallagher e John Squire
John Squire è il chitarrista degli Stone Roses, band di Manchester degli anni Ottanta anticipatrice del Brit Pop di cui i mancuniani Oasis dei fratelli Gallagher sono stati i principali protagonisti. In attesa del ritorno sulle scene di Liam e Noel, Liam ha pubblicato questo disco col quasi dimenticato Squire, ed è una bella raccolta di canzoni rock inglesi.
Polaroid Lovers, di Sarah Jarosz
Sarah Jarosz è Taylor Swift che è rimasta a Nashville, capace di scrivere canzoni pop radicate nella tradizione country, ma senza l’ansia e le pretese dello star system.
The Tortured Poets Department, di Taylor Swift
È stato anche l’anno di Taylor Swift, è sempre l’anno di Taylor Swift, viviamo nell’era di Taylor Swift. Il dipartimento dei poeti tormentati è un gran disco, come tutti quelli in cui a darle una mano con la musica c’è quel genio di Aaron Dessner dei National, ascoltate per esempio loml che sembra «love of my life» ma che col classico colpo di scena di TS diventa «loss of my life». Ci sono belle canzoni e canzoni dimenticabili, ma Taylor Swift non sbaglia un colpo.
Words Unspoken, di John Surman
Apre la breve lista di dischi jazz, il nuovo lavoro del leggendario sassofonista inglese John Surman, come al solito per la Ecm di Manfred Eicher. In Words Unspoken Surman, 80 anni, suona con un quartetto come quando era il prodigioso ragazzo del jazz contemporaneo europeo
The Old Country, di Keith Jarrett, Gary Peacock e Paul Motian
Keith Jarrett non suona più, questa è una registrazione del 1992 al Deer Head Inn, un hotel sul fiume Delaware dove da ragazzino andava ad ascoltare jazz. Nel 1992 ci tornò col suo trio, con Paul Motian occasionalmente al posto di Jack DeJohnette alla batteria, e due anni dopo uscì il leggendario disco At the Deer Head Inn. Trent’anni dopo la Ecm pubblica questo “more from the Deer Head Inn”, e siamo tutti più felici.
Solid Jackson, di M.T.B.
M sta per Brad Mehldau. T per Mark Turner, B per Peter Bernstein, tre dei più importanti musicisti jazz della scena newyorchese, pianista il primo, sassofonista il secondo e chitarrista il terzo, qui accompagnati da Larry Grenadier al contrabbasso e Bill Stewart alla batteria. Jazz solido, radicato nella tradizione, ma contemporaneo.