Il Censis, con le sue ormai famose istantanee semantiche e sociologiche, quest’anno parla di una paralisi che intrappola gli italiani. Che non avanzano e non arretrano: si flettono come «legni storti e si rialzano dopo ogni inciampo, senza ammutinamenti». Siamo affetti da una «una sindrome di galleggiamento». I politici, soprattutto a sinistra, dovrebbero studiarlo bene questo Rapporto 2024 sulle fibre recondite dei nostri connazionali (gli elettori), ma che può essere esteso all’Occidente.
I forgotten men non abitano solo nel Midwest statunitense, sostiene il direttore del Censis Massimiliano Valerii. E non si tratta solo di coloro che hanno perso il lavoro e il benessere economico a causa della globalizzazione e della deindustrializzazione. È un sentimento, anzi un risentimento, di precarietà e di pessimismo sull’ascensore sociale che non ci porta più su.
Il galleggiamento è una metafora perfetta della politica dei nostri giorni. Galleggia la Francia, smarrita su un Eliseo asserragliato nei suoi stucchi d’oro. E galleggia la Germania su un’economia malandata, un Est sempre più a destra e una transizione elettorale che vedrà una socialdemocrazia minoritaria. Gli Stati Uniti galleggiano sulla disgrazia Maga, Make America Great Again, e l’Europa sui dazi di Donald Trump e sulla sorte dell’Ucraina. Galleggia il Medio Oriente sulle macerie delle varie guerre.
E poi l’Italia. Per stare ai numeri, l’85,5 per cento degli italiani è ormai convinto che sia molto difficile salire nella scala sociale. Ovviamente il Censis raccomanda di alzare la testa, spezzare la spirale di «frustrazione, il senso di impotenza, risentimento, sete di giustizia, brama di riscatto, smania di vendetta ai danni di un presunto colpevole».
Nell’individuazione del presunto colpevole sono maestri quelli di destra, perché è facile puntare il dito contro il nemico se quasi un terzo degli italiani si sente minacciato dai migranti, ed è ostile a chi ha una concezione diversa della famiglia tradizionale. Il 21,8 per cento vede il nemico in chi professa una religione diversa, il 21,5 per cento in chi appartiene a una etnia diversa, il 14,5 per cento in chi ha un diverso colore della pelle, l’11,9 per cento in chi ha un orientamento sessuale diverso. I tanti Vannacci che ci circondano totalizzano il 57,4 per cento degli italiani, che considerano l’«italianità» cristallizzata nella discendenza da progenitori italiani, dalla fede cattolica (36,4 per cento) e dai caratteri somatici (13,7 per cento).
Non c’è da stupirsi (da rabbrividire però sì) se in giro per il mondo vincono le destre. Con una nota positiva, però: l’Italia vince la classifica europea della cittadinanza italiana concessa. Negli ultimi dieci anni sono stati integrati un milione e mezzo di stranieri. Ma non è il caso di mettersi lì, con il dito alzato dei professorini della rive gauche del Tevere, a disquisire sul Paese degli ignoranti, quale in effetti emerge dal Rapporto del Censis. A partire dalle scuole, dove poco meno della metà degli studenti al termine delle superiore raggiunge i traguardi di apprendimento in italiano (negli istituti professionali la percentuale è dell’ottanta per cento). Quasi uno su tre non conosce l’anno dell’Unità d’Italia e quando è entrata in vigore la Costituzione. Il 49,7 per cento degli italiani non conosce l’anno della Rivoluzione francese, un terzo non sa chi sia Giuseppe Mazzini (per il 19,3 per cento è stato un politico della prima Repubblica). Un altro terzo pensa che per la Cappella Sistina sia stata affrescata da Giotto o da Leonardo.
E poi ci accapigliamo sull’egemonia culturale se il 20,9 per cento degli italiani è convinto che gli ebrei dominino il mondo tramite la finanza, il 15,3 che l’omosessualità sia una malattia, il 13,1 che l’intelligenza delle persone dipenda dalla loro etnia, l’8,3 per cento che islam e jihadismo siano la stessa cosa. Tanto per dare un’altra coltellata al cuore, il Censis ci dice che l’antioccidentalismo cresce e la fede nelle democrazie liberali, nell’europeismo e nell’atlantismo diminuisce. C’è addirittura il sessantasei per cento degli italiani che dà la colpa all’Occidente delle guerre in corso. Soltanto il trentuno per cento è d’accordo sulla necessità di aumentare le spese militari.
Vi risparmio, per non farvi tagliare le vene, i dati sui giovani che si sentono fragili, soli, soffrono di stati d’ansia e di attacchi di panico, disturbi alimentari, e che usano psicofarmaci. Ma non ci sono solo ombre, per fortuna. «I giovani – spiega il direttore del Censis – sono cambiati rispetto agli ultimi decenni, tra le loro priorità non hanno più obiettivi individuali ed egoistici, guardano all’ambiente. E recuperano quella dimensione collettiva che sembrava essersi estinta negli anni Settanta».
In momenti come questi serve, oltre che galleggiare, affidarsi al vecchio proverbio siciliano che invita a resistere nei momenti difficili: Calati juncu ca passa la china. Piegati, giunco, che passa la piena del fiume. Che altro ci rimane?