È ovvio che l’obiettivo principale di Giorgia Meloni è salvare quel che resta dell’automotive, evitare che Stellantis vada a gambe all’aria e con essa tutti i lavoratori che in Italia ci lavorano. Stabilimenti storici, da nord a sud, da tenere aperti, rilanciando la produzione, un piano industriale per evitare di desertificare il Paese in un settore che ha punte di eccellenza nell’indotto.
Uscito di scena Carlos Tavares, che chiedeva soldi allo Stato e prometteva di produrre nel nostro Paese un milione di auto, sapendo che non era in grado di farlo, lo scenario è cambiato. Come se tutto il problema fosse solo il manager portoghese.
Lo scenario è magicamente cambiato, e con esso anche i rapporti tra la premier e John Elkann. Meloni lo considerava un nemico politico per l’uso che l’erede Agnelli avrebbe fatto dei suoi giornali (La Repubblica e La Stampa). Ora nel giornale diretto da un direttore sensibile alle alchimie del potere come Mario Orfeo, che ha sostituito Maurizio Molinari («un altro regalo di Elkann, dopo Tavares», dicono perfidi i colonnelli di Meloni), la musica comincia a essere più dolce per Palazzo Chigi. Si parla in prima e terza pagina di «distensione tra l’azienda e il governo Meloni, dopo mesi sull’orlo dello scontro aperto». Si sottolineano le telefonate di Elkann con la stessa Meloni, il presidente Sergio Mattarella e il ministro delle Imprese Adolfo Urso, che il 17 dicembre incontrerà Jean Philippe Imparato, ex ad di Alfa Romeo e ora responsabile europeo di Stellantis: il messaggero di pace però a quel tavolo deve portare un piano credibile (investimenti circostanziati e l’impegno di Stellantis a non licenziare, anche nell’indotto).
Dove non è riuscito Maurizio Landini e la Fiom, pensa di riuscire Meloni. Il capo della Cgil è stato attaccato dal centrodestra e da Carlo Calenda per essere stato volutamente distratto su Stellantis. E il motivo della distrazione sarebbe che il sindacato e lo stesso Partito democratico hanno voluto tenersi stretta l’amicizia delle testate che fanno capo a Gedi. Se fosse vera questa accusa, anche se improbabile, sarebbe confermato che i dirigenti della sinistra hanno una mentalità vecchia, fuori tempo su come oggi si formano le opinioni pubbliche. Non crediamo che sia così per Elly Schlein, ma rimane il fatto che il Partito democratico ha perso la palla e, paradossalmente, Meloni sta giocando in contropiede su passaggio del proprietario di un quotidiano e un gruppo editoriale di riferimento molto critico con il governo.
Meloni, con i giornalisti che la seguono e con i direttori di Repubblica e La Stampa, ha avuto proverbiali scontri frontali, accusandoli di essere una fucina di fake news, di attacchi personali, strumento delle “toghe rosse”. Ora però si sta aprendo un altro capitolo e in tipografia si cominciano a stampare nuove pagine.
A recitare la parte dell’anti-Stellantis si attarda solo Matteo Salvini, mentre ad Atreju, la festa di Fratelli d’Italia, il 14 dicembre, saliranno sul palco il ministro Urso, il presidente di Confindustria Emanuele Orsini e il capo del personale di Stellantis Giuseppe Manca. «Separiamo la lotta politica dalla questione industriale Stellantis», ha detto la premier in un’intervista televisiva. Per lei la «distensione» è un missile a testa multipla che colpisce diversi obiettivi. Quello più importante è non chiudere le fabbriche come sta avvenendo in Germania. Poi c’è pure un po’ di libertà di criticarla.