Pravda all’amatricianaLa grossa, grassa bufala filorussa sulla resa di Zelensky

Alcuni media nostrani hanno sintetizzato in malafede, o nei peggiori dei casi manipolato, le dichiarazioni del presidente ucraino al quotidiano Le Parisien, facendo intendere che Kyjiv sia prossima a capitolare contro la Russia. Ma in realtà ha detto tutto il contrario

LaPresse

Non potendo festeggiare la vittoria militare della Russia in Ucraina a quasi tre anni dall’invasione, i soliti giornali e giornalisti filorussi italiani provano almeno a conquistare una battaglia nella guerra della propaganda, alimentando la bufala di Volodymir Zelensky che vuole arrendersi al Cremlino, e cedere immediatamente il Donbas (con una s) e la Crimea. Una notizia sesquipedalmente infondata che viene rilanciata ciclicamente nella speranza che qualcuno abbocchi. Il pretesto per questo ennesimo stravolgimento della realtà è l’intervista concessa dal presidente ucraino al quotidiano francese Le Parisien, riassunta da alcuni media nostrani con «Abbiamo perso la guerra», «La resa di Zelensky», «Crimea e Donbass sono perduti», «Impossibile riprendere il Donbass» e altre cinquanta sfumature del putinisimo contemporaneo. 

Ma è davvero così? Zelensky ha deciso di rinunciare al venti per cento del territorio ucraino occupato dai russi pur di far terminare l’invasione russa? Stiamo assistendo alla parabola di un leader ormai piegato, pronto a cedere alle richieste del Cremlino? No, no e no. Zelensky ha dichiarato addirittura il contrario. «Non possiamo rinunciare legalmente ai nostri territori. La Costituzione ucraina ce lo vieta».

Parole adamantine, che risultano addirittura banali e ripetitive se messe in fila con tutte le dichiarazioni fatte in questi mesi da Zelenksy, che ha sempre mantenuto coerente la sua posizione diplomatica sul conflitto. Addirittura fin da qualche mese dopo l’invasione, quando intervistato da Reuters, disse che l’Ucraina avrebbe potuto vivere in pace solo se avesse riconquistato tutti i suoi territori, non escludendo mai il ricorso alla diplomazia: «Non c’è altra soluzione. Dobbiamo liberare i territori occupati. Potrebbe accadere che la Crimea venga restituita attraverso mezzi diplomatici», ha affermato Zelensky.

Per non compiere questo errore, come ha fatto notare su X la vice presidente del Parlamento europeo Pina Picierno, sarebbe bastato leggere il titolo originale dell’intervista su Le Parisien: «Il faut remettre Poutine à sa place». Ovvero: «Dobbiamo rimettere Putin al suo posto». Esattamente l’opposto di una capitolazione. E ancora: «Non perdoneremo (Putin, ndr) perché rispettiamo il diritto internazionale. Non possiamo legittimare l’occupazione. I colpevoli devono rispondere di ciò che hanno fatto. Senza giustizia, non ci può essere vittoria».

Concedendo un magnanimo beneficio del dubbio, forse qualche fraintendimento potrebbe esserci stato nelle frasi: «De facto, questi territori sono oggi controllati dai russi. Non abbiamo la forza per riconquistarli», che sintetizzate così, senza andare oltre, possono sembrare una resa. Ma per sciogliere l’equivoco bisogna leggere la frase successiva: «Possiamo contare solo sulla pressione diplomatica della comunità internazionale per costringere Putin a sedersi al tavolo delle trattative. Sono sorpreso: perché l’Occidente, che ci sostiene, è così cauto con lui? Perché non siamo stati equipaggiati in massa con armi sin dall’inizio della guerra? Le mie parole possono sembrare impertinenti, ma ho l’impressione che tutti abbiano paura della Russia di Putin. Lui gode di impunità. Abbiamo bisogno di un’America e di un’Europa forti per fare pressione su Putin e fermare questo conflitto».

Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con le dinamiche geopolitiche comprende che queste affermazioni non significano affatto resa, bensì una strategia per mantenere alta la pressione internazionale sulla Russia e a garantire il massimo sostegno a Kyjiv. E basta leggere altri stralci dell’intervista per capire che Zelensky non sta arretrando di un millimetro sulla sovranità ucraina e la scelta di entrare nella Nato: «Perché dovremmo permettere a Putin di interferire nella nostra scelta? Il tempo del colonialismo è passato. Siamo consapevoli dei pericoli e delle sfide. Chi può garantire che Putin non tornerà in Ucraina? Quale paese ci aiuterà poi con i suoi aerei, le sue truppe?».

A nostra volta non cediamo nella contro propaganda: Zelensky ha fatto capire che la situazione è tesa e che il suo paese è in pericolo, ma la resistenza continua: «Non credo che siamo in una posizione debole, ma nemmeno in una posizione forte. Siamo nella Nato? Non lo sappiamo. Faremo parte dell’Unione Europea? Sì, in futuro, ma quando? Sedersi con Putin in queste condizioni significherebbe dargli il diritto di decidere tutto nella nostra parte del mondo. Dobbiamo prima elaborare un modello, un piano d’azione o di pace, chiamatelo come volete. Poi potremo sottoporlo a Putin o, più in generale, ai russi».

Insomma, l’Ucraina non può farcela da sola: ha bisogno del sostegno deciso dei suoi alleati occidentali per sconfiggere l’aggressione russa, tanto sul campo militare quanto su quello diplomatico. Che è quanto ripetiamo da mesi anche sulle pagine de Linkiesta. «I nostri uomini non hanno bisogno di spiegazioni. Sanno che se non fermiamo Putin, lui continuerà a distruggerci. Per lui l’Ucraina non esiste. Ovviamente, dopo tre anni di guerra, c’è molta stanchezza. Soprattutto nei momenti in cui il sostegno di alcuni Paesi inizia a vacillare. Ma anche gli ucraini sono uniti. Tutti noi vogliamo che la guerra finisca il prima possibile e faremo tutto il possibile per porvi fine. Useremo la diplomazia», ha detto Zelensky.

Eppure, buona parte della stampa italiana ha sintetizzato le dichiarazioni del presidente ucraino, facendolo risultare come un burattino dell’Occidente che si è stufato di recitare la parte dell’eroe. Alcuni editorialisti hanno persino suggerito che l’apertura diplomatica del presidente ucraino sia una manovra per compiacere la futura amministrazione Trump, che potrebbe adottare un approccio più morbido nei confronti della Russia. Anche questa è una lettura fuorviante.

Il presidente ucraino ha ribadito che «nessun leader al mondo ha il diritto di avere colloqui con Putin senza l’Ucraina. Non abbiamo mai delegato questo mandato a nessuno. Noi siamo le vittime. Sarebbe ingiusto che tutti si mettessero a dire come deve vivere un Paese. I francesi in Francia, gli italiani in Italia o gli americani negli Stati Uniti sanno cosa vogliono per sé. Anche gli ucraini lo sanno. (Trump) sa anche del mio desiderio di non affrettare le cose a scapito dell’Ucraina. Questo paese sta lottando per la sua sovranità da molto tempo. Non importa quanti presidenti o primi ministri vogliano dichiarare la fine del conflitto: non ci arrenderemo e non rinunceremo alla nostra indipendenza». Anche qui pochi dubbi sulla posizione di Zelensky: ogni colloquio di pace che prescinda dalla volontà ucraina rischierebbe di minare definitivamente il principio di sovranità, alla base dell’ordine internazionale.

Invece di stravolgere le parole di Zelensky nella solita pravda all’amatriciana, la parte filorussa della stampa italiana potrebbe guardare uno degli ultimi tweet del presidente ucraino che commentando la conferenza di fine anno di Vladimir Putin ha chiamato il dittatore russo «Довбойоб» che si può tradurre come «idiota» nel più benevolo dei casi, o «testa di c.», che non sta per Crimea. Forse bisognerebbe assumersi la responsabilità di raccontare i fatti per quelli che sono: un popolo che da quasi tre anni resiste all’invasione di una potenza mondiale e un presidente che cerca ogni strada possibile per difendere l’indipendenza ucraina senza rinunciare a un futuro di pace sicura. Il resto è propaganda travestita da cronaca; ma siamo vicini al Natale, non al Carnevale.

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