Cecilia e noiIl rientro di Sala, e la fine del varietà costruito sulla sua cattura

Meno male che la giornalista del Foglio è stata riportata a casa, così adesso possiamo dire tutto quello che prima non potevamo: compreso brava Meloni a farla liberare il giorno prima della tua conferenza stampa, hai imparato dal migliore

Ufficio Stampa Palazzo Chigi

Selezione minima di messaggi da me ricevuti da gente che come me guardava, ieri pomeriggio, le incredibili dirette televisive dalla zona di Ciampino che non era quella in cui atterrava Cecilia Sala. «Hai notato che ha l’eyeliner?», «Il più grosso buco del decennio ai giornalisti gliel’ha fatto prendere una giornalista», «Per Calabresi sindaco ormai è fatta».

Didascalie minime. L’eyeliner di Cecilia Sala (bulla, non le bastava avere dopo tre settimane di prigionia denti più bianchi di quelli di Tom Cruise) una mia interlocutrice l’aveva notato nella prima immagine che si è vista, quella che le tv con inviati inutilmente lì hanno preso dal Post, che ce l’aveva perché un loro giornalista, Daniele Raineri, è il fidanzato della Sala.

In quanto tale, si trovava in una zona interdetta a chi era lì per lavoro e non per amore, ai giornalisti confinati nella parte civile dell’aeroporto che continuavano a pigolare che eh, da lì si vedevano solo i ricchi che prendevano l’aereo privato.

La frase più straziante del pomeriggio è stata quella d’un’inviata che ha detto allo studio che la Sala era atterrata ormai da un po’ e probabilmente non era neanche più a Ciampino. Le vorranno benissimo: figa, giovane, di successo, con in curriculum un arresto in una teocrazia mentre loro fanno le dirette da Ciampino, e gli ha fatto pure prendere il buco.

Io l’eyeliner non l’avevo notato perché, nella foto scattata da Raineri, si nota solo Roberto Gualtieri, che giganteggia come una controscena in un film di Blake Edwards. Però le tv la mandano tutte sui maxischermi – non avendo altro – come «la foto della storica stretta di mano tra Cecilia Sala e Giorgia Meloni» (la foto è tagliata all’altezza della vita, le mani non si vedono, Sala pare avere le braccia lungo il corpo: una diretta televisiva la vedi dal coraggio, dall’altruismo, ma soprattutto dalla fantasia).

Quanto al messaggio su Mario Calabresi, capo di Chora Media (per cui Sala fa un podcast) e firmatario della richiesta di visto di Cecilia per l’Iran (ottima idea), credo fosse legato al fatto che, mentre le troupe mestamente riprendevano aerei privati a casaccio, lui pubblicava Cecilia Sala che diceva «Ciao, sono tornata».

Giuro, hanno caricato su Spotify una puntata di “Stories” (il podcast di Cecilia che la produzione aveva mandato avanti senza di lei perché sarebbe stato un peccato sprecare il momento d’attenzione) in cui Calabresi parla con la madre di Cecilia Sala per un paio di minuti, e in apertura c’è la voce di Cecilia che dice, probabilmente all’arrivo in aeroporto, «Ciao, sono tornata». L’hanno intitolato “Ciao, sono tornata”, come si fa quando hai qualcuno nel momento di massimo successo e mungi tutto quel che puoi, se avessi la lista della spesa pubblicheresti anche quella.

Tutto questo, naturalmente, si può scrivere perché ora Cecilia Sala è a casa, non nelle prigioni del terzo mondo, e quindi si apre il capitolo “Meno male che è tornata così non devo più censurarmi”.

Meno male che è tornata, così posso raccontare che, quando i giornalisti lì inutilmente inviati dicevano che l’aereo era in ritardo, e intanto Tajani riferiva in parlamento sulla Siria, io pensavo: ma quindi non è l’aereo che è in ritardo, è l’aereo che starà girando a vuoto nei cieli di Ciampino perché bisogna aspettare che Tajani si sbrighi. Dovunque sia, Dino Risi starà pensando di fargli finire il carburante, e allora atterraggio perché non si può traccheggiare oltre, e poi portellone che resta chiuso perché Cecilia non può scendere se lì non c’è Giorgia.

Meno male che è tornata, così posso ridere dell’uso della parola «collega». La tizia che di lavoro aspetta (invano) di mettere una telecamera in faccia a Cecilia Sala per conto di La7 dice che stanno aspettando «La collega Cecilia Sala». Siamo proprio sicuri che facciano tutti lo stesso mestiere, Rino Tommasi, Cecilia Sala, la tizia che sul tappeto rosso dei Golden Globe chiede a Jeremy Strong di scegliere una merendina? Meno male che è tornata, così posso domandarmelo.

Meno male che è tornata, così posso dire che però questa idea di tenere lontani i giornalisti tranne gli affetti stabili non è stata furbissima, la foto solo al giornale del fidanzato, la voce solo sul suo podcast: poi per forza, usciti insoddisfatti da Ciampino, gli inviati dei tg le fanno gli agguati sotto casa come i varietà coi balletti.

Meno male che è tornata, così si può ridere in pubblico dei ministri, dei sindaci, dei direttori che sono andati a Ciampino certo perché erano contenti che una ragazza non fosse più prigioniera nel terzo mondo (vorrei vedere), ma anche (molto) per farsi la foto là dove contava farsela ieri, perché avere la foto con Cecilia Sala è da un paio di settimane più prezioso che avere la foto col morto del giorno, solo che finora dovevamo ridere in privato di chi postava la sua brava prova di zero gradi di separazione con un implicito «è in carcere, notatemi», e invece adesso liberi tutti di ridere della processione aeroportuale di cariche smaniose.

Meno male che è tornata, così posso raccontare quanto facessero ridere i picchiatelli di destra che sui social scrivevano cose come «vi brucia, eh, che l’abbia riportata a casa Giorgia?», mentre i telefoni di tutto l’elettorato medio riflessivo, di quelli che non hanno mai votato un partito non di sinistra in vita loro, erano pieni di messaggi in entrata e in uscita che dicevano «ma Giorgia è un genio», «ma io la voto», «ma diamole un mandato a vita». (Con un grande esercizio di continenza, ai picchiatelli nessuna professoressa democratica rispondeva: «No guarda, meno male che Giorgia c’è, se aspettavamo che la liberasse Renzi pretendendo riunioni stavamo freschi»).

Meno male che è tornata, prima di quanto chiunque pensasse (un po’ come nelle fantasie di Elly Schlein, nella realtà di Giorgia Meloni la liberazione in sole tre settimane di Cecilia Sala davvero non l’abbiamo vista arrivare), meno male che è tornata, così posso dire: furba, la ragazza, ha scansato tutte le rotture di coglioni dei «cosa fai a capodanno?».

Meno male che è tornata, così si può ridere proprio di tutto, anche di quanto sarà disperato Fabio Fazio che sarebbe il luogo naturale della sua prima uscita pubblica, ma questa domenica non è in onda, e non è più il Fazio d’una volta che aveva la forza d’imporre nessun’altra ospitata per dieci giorni perché la prima dev’essere da me.

Meno male che è tornata, così torneranno i rancori e finiranno i pezzi “Cecilia e io” di gente che l’aveva sempre mal sopportata ma per tre settimane si è autocertificata sua migliore amica o suo scopritore o suo consigliere o sua sorella di latte. Funziona sempre nello stesso modo, gli intimi tacciono e i mitomani ostentano confidenza, ma in questo caso faceva ancora più ridere perché si sono lette dichiarazioni di stima e amicizia da gente che, fino alla settimana prima, avrebbe volentieri cucinato Cecilia Sala allo spiedo (comprensibilmente: perché non dovresti detestare una più giovane, più figa, più di successo, e che teoricamente fa il tuo stesso mestiere?).

Meno male che è tornata così ora potranno riprendere a detestarla (essere detestate è certificato di salute e sicurezza: se ti detestano non sei in pericolo, non sei fragile, non sei irrilevante), meno male che è tornata così possono recriminare, io ho fatto tutti quegli hashtag solidali e lei non mi è abbastanza grata, chi si crede di essere.

Meno male che è tornata, così ora invece di leggere i pezzi “Cecilia e io”, e i pezzi “I genitori di Cecilia Sala hanno chiesto il silenzio stampa, quindi eccovi le mie cento righe su Cecilia Sala”, possiamo leggere i consigli tripadvisor del carcere di Teheran, i pezzi su com’era vestita Giorgia Meloni a Ciampino, le analisi di quant’è dimagrita Cecilia e dell’uso dell’Ozempic nelle carceri iraniane, gli editoriali che sbraitano che con quel che c’è costata ora vuole tornare in dei posti dimmerda a fare i reportage invece di starsene buonina a Pinarella di Cervia, i retroscena su Cecilia Sala che dopo il rapimento cambia giornale, le recensioni del nuovo libro di Cecilia Sala “Leggere Murakami a Teheran”, e soprattutto, vero segnale di normalità, sentire gente che dica che s’è montata la testa.

Cecilia Sala è tornata in tempo per il rientro a scuola ma soprattutto per la conferenza stampa di Giorgia Meloni prevista per oggi, e il fatto che la bionda sia riuscita a farla liberare il giorno prima della conferenza, alla quale ora può presentarsi come una cui è difficilissimo dire altro che «brava bravissima», mi ha fatto tornare in mente quella storia che avevo già raccontato. Quando, vent’anni fa, gli ostaggi italiani ce li aveva l’Iraq. E D’Alema, in una conversazione privata, disse «verranno liberati tre giorni prima delle elezioni, e noi non potremo dire niente, perché quello è un genio». E «quello», cioè Berlusconi, si presentò alle elezioni europee il 12 giugno e gli ostaggi erano stati liberati l’8. Una non vorrebbe pensare che a destra sono più bravi, ma ce la costringono.

Il mattino del 27 dicembre, quando è stata resa pubblica la carcerazione di Cecilia Sala in Iran, un suo amico – che come tutte le persone veramente buone si farebbe cavare un occhio piuttosto che ostentare sentimentalismo per rendersi protagonista dolente delle sfighe altrui – mi ha detto una cosa della quale ho pensato «questa quando torna la scrivo». Ma pensavo l’avrei scritta tra sei mesi, tra un anno, chissà quando la liberavano.

Era la cosa più affettuosa che si potesse dire di una persona in pericolo, era una cosa che voleva pensare al ritorno della normalità: ecco, poi quando la liberano il suo podcast fa più ascolti del mio, uffa. Meno male che è tornata, così posso scriverla subito. Adesso però vorrei unirmi alla mozione Pinarella di Cervia. Non perché sia qui a sbraitare il volo di Stato con le nostre tasseeee, ma per una ragione più banale. Tutto bello – i reportage, il giornalismo, il fronte – ma noialtre vegliarde non ci possiam prendere certi spaventi.

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