
Presente in svariati prodotti, dalle creme di bellezza agli integratori per la salute, il collagene è ormai spopolato nel mercato globale e potrebbe avere un impatto finora sottovalutato sulla natura, in particolare sulle foreste in Sud America.
Il collagene è una delle proteine principali del tessuto connettivo, quindi pelle, tendini e cartilagini degli animali, e non esistono attualmente equivalenti di origine vegetale. Questo prodotto viene pubblicizzato per il suo effetto anti-age, promettendo un rallentamento del processo di invecchiamento. Si tratta chiaramente di una falsa promessa, frutto di un’abile strategia di marketing.
Infatti, l’uso diffuso di questa proteina è stato spesso accompagnato da disinformazione, soprattutto nella cosmetica, dove si promuove l’idea che assumere collagene migliori la pelle. Nei cosmetici, il collagene agisce come umettante, assorbendo liquidi in zone localizzate, ma non riesce a penetrare in profondità nella pelle, rendendo gli effetti evidenti nel breve termine ma non duraturi. Se ingerito, potrebbe potenzialmente contribuire a una maggiore produzione, ma non ci sono evidenze scientifiche che ne dimostrino effetti diretti sulla pelle.
Sulla falsa promessa di eterna giovinezza si basa tutto il mercato di prodotti contenenti collagene: polveri, caramelle gommose, capsule, bevande e persino caffè infuso di collagene. Una mania, tendente all’isteria, che ha spinto milioni di persone a fare affidamento su questi prodotti, la cui efficacia è molto difficile da verificare: quasi tutte le ricerche disponibili sono finanziate dall’industria cosmetica.
Il collagene può essere ricavato da pesci, suini e bovini. Quello proveniente dai bovini rappresenta il trentaquattro per cento del mercato e viene considerato un “sottoprodotto” dell’industria bovina, un termine fuorviante poiché ogni parte dell’animale ha un valore economico ed è integrata nel modello di business.
L’industria bovina è responsabile dell’ottanta per cento della perdita complessiva della foresta amazzonica e il collagene contribuisce al problema. Tuttavia, proprio perché considerato un sottoprodotto, il collagene non è incluso nel nuovo regolamento Ue sulla due diligence in materia di sostenibilità ambientale, esentando così le aziende produttrici dall’obbligo di tracciarne l’impatto ambientale.
Un’indagine di Global Witness ha evidenziato il collegamento tra la produzione di questa proteina con la rapida deforestazione del Gran Chaco in Paraguay, la seconda area forestale più grande del Sudamerica, divisa tra Argentina, Paraguay e Bolivia. Questa regione sta lentamente scomparendo per fare spazio alla produzione di soia e agli allevamenti di bestiame, che riforniscono aziende globali con pellame, usato anche per l’estrazione di collagene.
Il rapporto ha rivelato che due grandi aziende sudamericane di carne, Minerva Foods e Frigorifico Concepción, sono rifornite da allevamenti responsabili di oltre settantacinquemila ettari di disboscamento nel Gran Chaco. Global Witness ha tracciato le catene di approvvigionamento, collegando il collagene prodotto in Paraguay a Rousselot, uno dei principali produttori mondiali, che riceveva più di tremila tonnellate di pelli bovine da Frigorifico Concepción dal 2022. L’azienda, che ha accordi di sponsorizzazione attivi con atleti olimpici, possiede il marchio Peptan, descritto come «leader nelle soluzioni a base di collagene per l’industria alimentare, sanitaria, nutrizionale e farmaceutica».
Nel 2023, un’indagine del Bureau of Investigative Journalism in collaborazione con il Guardian ha trovato una correlazione tra la produzione di collagene alla deforestazione in Amazzonia, individuando Rousselot come fornitore di Vital Proteins, azienda di proprietà di Nestlé, il cui collagene è venduto globalmente.
Nel Gran Chaco vivono oltre venti gruppi indigeni, per i quali l’ambiente è fondamentale. Secondo il rapporto dell’Ong Global Witness, basato su immagini satellitari, catasto locale e indagini sul campo, tra il 2021 e il 2023 più di diciottomila ettari di foresta nelle aree rivendicate dagli Ayoreo Totobiegosode, un gruppo indigeno del Chaco, sono stati distrutti. Nonostante nel 2001 il Paraguay avesse riconosciuto come protette le terre ancestrali, gli allevatori hanno continuato a detenere titoli di proprietà sul territorio e le battaglie legali tra gruppi per i diritti e allevatori non hanno mai cessato di esistere.
Ciò che consente lo sfruttamento di queste aree è la legge, oltre a terreni a basso costo. In Paraguay esiste una norma sulla “deforestazione zero” per la regione orientale, che però non si applica al Chaco. Infatti, la legge del 1973 prevede che gli allevatori preservino solo il venticinque per cento della copertura forestale sulle loro proprietà e questo ha consentito di fatto il disboscamento di diversi ettari di terra. Secondo le stime di Global Witness, il Chaco potrebbe scomparire entro il 2080, con conseguenze negative per la biodiversità, le comunità indigene e il clima globale.
Il suggerimento espresso anche dall’autore del rapporto, Charlie Hammans, è quello di emanare una legge che garantisca che i prodotti utilizzati per la produzione di collagene, insieme a tutta una serie di prodotti correlati, dagli hamburger agli pneumatici, arrivino da filiere di approvvigionamento prive di deforestazione. In pratica, c’è bisogno della legge anti-deforestazione dell’Unione europea, la cui applicazione completa è stata recentemente rimandata.