A qualcuno il suo nome dirà poco o nulla. Ma Garth Hudson – scomparso ieri a ottantasette anni in quel di Woodstock, dove con Bob Dylan e i suoi partner della Band nella seconda metà degli anni Sessanta contribuì a fare la storia della musica – è stato senza dubbio uno dei musicisti più colti, creativi e innovativi della scena rock americana. Eccentrico nei modi (si aggirava talvolta per Woodstock con un bastone da rabdomante per scoprire sorgenti acquifere e suonava spesso scalzo) e nell’aspetto (con una barba da profeta che rimandava ai secoli passati della scoperta dell’America), Garth Hudson è stato probabilmente il tastierista più originale che sia emerso nella temperie musicale di quegli anni.
Unico tra i membri della Band ad aver svolto studi di musica classica, era stato autorizzato dai genitori a unirsi al gruppo (allora chiamato The Hawks), all’inizio degli anni Sessanta, solo a condizione che gli venisse riconosciuto dagli altri musicisti il titolo di maestro di musica, con contestuale pagamento di dieci dollari settimanali a persona (!). Era una somma non da poco, per quei tempi, ma Ronnie Hawkins, il grande rocker a capo degli Hawks, sapeva bene che con Garth Hudson il gruppo sarebbe diventato la “bar band” migliore del Canada. Così fu, e il resto è storia.
Gli Hawks vennero ingaggiati da un certo Bob Dylan per accompagnarlo nella svolta elettrica e nella controversa tournée del 1966. Dopodiché si stabilirono a Woodstock e, nel 1967, nella cantina della Big Pink, Bob Dylan e la Band si dedicarono a ridefinire il canone musicale americano. Quelle registrazioni (effettuate proprio da Garth), più tardi pubblicate nell’album “Basement Tapes”, rappresentano una delle vette più alte della musica americana, tuttora fonte di ispirazione per tanti giovani musicisti e per noi appassionati.
L’epopea musicale della Band, dal primo capolavoro “Music From Big Pink”, fino al concerto d’addio del Thanksgiving del 1976 (immortalato da Martin Scorsese nel film-monumento “The Last Waltz”), sarebbe stata impensabile senza il contributo decisivo di Garth Hudson. Polistrumentista eccezionale, ribattezzato “Honey Boy” per la sua capacità di impreziosire e raffinare con i suoi arrangiamenti le composizioni di Robbie Robertson e degli altri membri della Band, Garth Hudson fu anche un improvvisatore magistrale, grazie al suo sconfinato amore per il jazz e per i musicisti che, nei locali della 52ma strada a New York, come racconterà in “The Last Waltz”, «facevano miracoli per curare» le anime degli appassionati. Basti pensare a “The Genetic Method”, la lunghissima introduzione solista a “Chest Fever” (durava oltre dieci minuti in concerto, di norma), in cui univa richiami al jazz, a Chopin, alla psichedelia, alla musica tibetana e a tanto altro. Nessuno prima o dopo di lui probabilmente ha saputo unire in una sintesi originalissima tanti stili musicali diversi.
Richiestissimo come “session man” (tra gli altri, nel corso dei decenni, da Muddy Waters, Bobby Charles, Marianne Faithfull, Neko Case, Neil Diamond e Norah Jones), Garth ha anche pubblicato alcuni album solisti, il più interessante dei quali è “The Sea to the North”, una splendida miscela di blues, jazz, musica indiana e Grateful Dead.
Un ricordo personale. Incontrai Garth nel 2010, prima di un concerto alla Bowery Ballroom di New York della grande rock’n’roll band canadese The Sadies, in cui suonava come ospite insieme alla moglie Maud, apprezzata cantante. Fu molto cordiale. Mi disse che non dormiva da quattordici giorni. Una condizione, la narcolessia, che probabilmente si riflesse a lungo sulle sue condizioni materiali di vita. A più riprese, infatti, si trovò in bancarotta, e ha finito i suoi giorni in un ospizio. Con Garth Hudson se ne va l’ultimo dei membri originari tuttora in vita della Band, forse il gruppo più influente e importante, con i Velvet Underground, della musica americana. The music lives on.