
In Germania, il presidente della Repubblica, Frank-Walter Steinmeier, ha denunciato pubblicamente il pericolo per la democrazia rappresentato da «influenze esterne» come quelle provenienti dalla piattaforma di Elon Musk (il quale, da parte sua, ha subito replicato definendolo «un tiranno»). In Francia, Emmanuel Macron ha accusato il proprietario di X di sostenere «una nuova internazionale reazionaria» e di intervenire direttamente nelle elezioni, a cominciare proprio dalla Germania, dove Musk fa esplicitamente campagna per Alternative für Deutschland, partito di estrema destra i cui massimi dirigenti hanno espresso in varie occasioni spiccate simpatie naziste. In Gran Bretagna, il primo ministro Keir Starmer ha dovuto respingere una martellante campagna di Musk, tesa ad attribuirgli la responsabilità per l’insabbiamento di una serie di adescamenti, violenze sessuali e omicidi a danno di minorenni perpetrati, in un arco di tempo compreso tra il 1997 e il 2013, da gruppi di pakistani in diverse città del paese (vicenda terribile su cui giustamente sono state condotte negli anni fior di inchieste giornalistiche e giudiziarie, processi penali e dibattiti politici).
In Italia, da due giorni stiamo seriamente discutendo l’ipotesi di affidare alla società e ai satelliti di questo soggetto le comunicazioni più delicate per la sicurezza nazionale, come è stato di fatto nuovamente confermato, dopo le indignate smentite di Palazzo Chigi, dai tweet entusiasti di Matteo Salvini e dalle repliche dello stesso Musk. Il fatto che sia anche solo ipotizzabile è un eloquente segnale della solidità del nostro sistema politico, del nostro dibattito pubblico e della nostra – con rispetto parlando – società civile.
Non è rassicurante l’idea di consegnare la sicurezza della Repubblica a un personaggio che passa le sue giornate a chiedere le dimissioni di primi ministri e presidenti di mezza Europa sulla base di teorie complottiste modello Bibbiano, mentre impegna la sua piattaforma globale, i suoi soldi e la sua influenza, anche come esponente della prossima amministrazione Trump, a sostegno di tutti i peggiori estremisti di quegli stessi paesi. In Gran Bretagna, per dire, ha lanciato una campagna in favore del neofascista Tommy Robinson, dipingendolo come un perseguitato politico messo in carcere per avere detto la verità sulla grande cospirazione di cui sopra, una scelta talmente estrema da avere suscitato la presa di distanza persino di Nigel Farage, motivo per cui il giorno dopo Musk ha invitato pubblicamente il suo partito a sostituirlo (fino a un momento prima i giornali parlavano di una sua possibile donazione al partito di Farage, Reform Uk, da ben 100 milioni di dollari). Come scrive Michelle Goldberg sul New York Times, Musk sta usando un reale caso di violenze atroci per portare avanti le sue campagne contro Starmer, con cui ha un dissidio di lunga data sulla regolamentazione dei social media, e contro l’immigrazione.
Con ogni evidenza, quello che abbiamo davanti è un serio problema democratico, ed è anzitutto un problema europeo, cui giustamente le Monde dedica l’apertura di prima pagina, con un titolo non proprio ottimista: «L’Europa divisa davanti alle ingerenze di Elon Musk».
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.