
«May the force be with us». Che la forza sia con noi. Alle 22:35 di giovedì 27 febbraio, Susana Muhamad ha aperto con questo augurio “starwarsiano” la plenaria finale della Cop16.2 sulla biodiversità a Roma, nella sede della Fao. Pochi minuti dopo, i millequattrocento delegati – provenienti da circa centocinquanta Paesi diversi – si sono uniti in un applauso liberatorio. Poi sono arrivati gli abbracci e le lacrime che hanno segnato la fine di un febbraio a dir poco turbolento per Muhamad, una delle voci più influenti e illuminanti al mondo sui temi “verdi”, che circa tre settimane fa si è dimessa da ministra dell’Ambiente del governo colombiano.
I tempi supplementari romani della Cop16 di Cali, di fatto, sono terminati poco prima di mezzanotte. Merito dell’accordo sui due punti chiave dei negoziati: la mobilitazione delle risorse e il meccanismo finanziario. Il via libera su tutti gli articoli del documento conclusivo è arrivato a notte fonda.
È stato un negoziato molto tecnico, denso e complesso da “comunicare” all’esterno, non solo per via dei temi finanziari alla base delle trattative, ma anche a causa di una presenza poco massiccia della società civile (ci sono state solo un paio di piccole proteste in tre giorni) e della politica. Solo tredici Paesi, tra cui il Canada, hanno inviato ministri e viceministri. L’Italia, che ha “giocato” in casa, si è limitata ad accreditare Claudio Barbaro, sottosegretario di Stato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica.
Passando ai risultati, le Parti si sono accordate per «dare muscoli, gambe e braccia» – parole di Susana Muhamad – al Kunming-Montreal Global biodiversity framework del 2022, spesso definito l’Accordo di Parigi della lotta contro la perdita di biodiversità. Il trattato ha ventitré target, tra cui la protezione – entro il 2030 – del trenta per cento delle aree terrestri e delle aree marine del nostro pianeta. Per diventare operativo, però, ha bisogno di soldi, tanti soldi, e il negoziato di Roma ha finalmente deciso come mobilitarli.
L’appuntamento alla Fao, volutamente rapido e sobrio, ha stabilito un’architettura finanziaria per colmare il gap di risorse economiche per la biodiversità (circa settecento miliardi di dollari) e tracciare una tabella di marcia fino alla Cop19 del 2030, anno in cui dovrà essere raggiunto l’obiettivo dei duecento miliardi di dollari l’anno per la tutela della ricchezza di specie sulla Terra. Nello specifico, i Paesi sviluppati dovranno assicurare almeno venti miliardi l’anno entro il 2025 e trenta miliardi l’anno entro il 2030 ai Paesi in via di sviluppo. Sempre entro il 2030, i sussidi alle attività dannose per la biodiversità dovranno essere tagliati di almeno cinquecento miliardi di dollari l’anno.
Il tema più spinoso, però, non era la quantità di denaro da stanziare, già stabilita alla Cop15 del 2022 con la firma del Kunming-Montreal Global biodiversity framework. I Paesi in via di sviluppo puntavano infatti all’approvazione di un nuovo meccanismo finanziario controllato direttamente dalle autorità della Conferenza delle parti (Cop), così da avere meno burocrazia e più facilità di accesso ai soldi necessari per gli interventi a tutela della biodiversità (la creazione di aree protette o l’implementazione di progetti per contrastare la deforestazione, per esempio). I Paesi sviluppati, contrari alla nascita di un fondo ad hoc, ritenevano più opportuno affidare la gestione del denaro alle banche multilaterali di sviluppo.
Alla fine è stato raggiunto un compromesso. A differenza delle Cop sul clima, i Paesi in via di sviluppo hanno più potere durante i negoziati sulla biodiversità, per un motivo molto semplice: la maggior parte delle risorse naturali del pianeta si trova nei loro territori, difesi dall’incessante lavoro quotidiano delle comunità locali e dei popoli indigeni. I membri del gruppo Brics, che a Roma era rappresentato da Brasile (presidenza di turno), Russia, India, Cina e Sudafrica, hanno svolto un ruolo centrale nelle negoziazioni a porte chiuse, amplificando le richieste del blocco africano.
I delegati si sono quindi accordati sulla fondazione di un meccanismo finanziario sotto il controllo dell’autorità della Cop, che definirà in un secondo momento i criteri di accesso al denaro. Tuttavia, il meccanismo opererà provvisoriamente nel Global environment facility (Gef), un fondo multilaterale già esistente, il cui fiduciario principale è la Banca mondiale.
Questa prospettiva è stata giudicata deludente da molti Paesi in via di sviluppo, che – come detto – hanno cercato in tutti i modi di ottenere immediatamente un meccanismo finanziario nuovo e sburocratizzato: accedere al Gef può richiedere lunghi processi autorizzativi che vanno a penalizzare soprattutto le comunità indigene. Le decisioni sul nuovo fondo – da rendere operativo entro la Cop19 del 2030 – verranno adottate alla Cop17 (in Armenia nel 2026) e alla Cop18 (nel 2028 in una sede ancora da ufficializzare). La dotazione, nel migliore dei casi, verrà collocata nel perimetro del Gef, altrimenti verrà creato un nuovo ente.
Al di là del compromesso sulla finanza, da questa Cop è emerso un caso politico potenzialmente preoccupante. In rappresentanza delle economie «emergenti» del Brics, il Brasile ha proposto – riuscendoci – di lasciare al comma (d) dell’articolo 21 del testo finale il riferimento all’accesso «non discriminatorio» ai fondi per la biodiversità. Si tratta di una dicitura che permetterebbe al Global environment facility di destinare risorse anche ai Paesi sanzionati come l’Iran e la Russia, entrambi nel Brics.
Uno dei momenti di massima ipocrisia della plenaria è stato raggiunto nella giornata di ieri, giovedì 27 febbraio, quando un delegato russo ha iniziato a parlare di «cooperazione» per tutelare la ricchezza di specie sul pianeta. Il trentacinque per cento della biodiversità del continente europeo si trova però in Ucraina, invasa dall’esercito del Cremlino ormai più di tre anni fa.
Dalla Cop16 sono infine emersi risultati interessanti sul monitoraggio della biodiversità, sempre più decisivo per proteggere le nostre risorse naturali dall’estremizzazione climatica innescata dalle emissioni di gas serra. Le Parti hanno infatti approvato un corposo pacchetto di indicatori per controllare l’avanzamento dei ventitré target del Kunming-Montreal Global biodiversity framework. Il prossimo grande appuntamento della diplomazia “verde” internazionale sarà in Brasile, a Belém, sede della trentesima Cop sul clima (10-21 novembre 2025).
