Quando mi chiedono quand’è che siamo diventati stupidi, ho una risposta che agli interlocutori italiani non dice granché. La mia risposta è: nel gennaio del 2006, col libro di James Frey. Chi scriveva di cose americane si ricorda quello scandalo di stagione, in anni in cui non c’era ancora uno scandalo di stagione al minuto.
“Un milione di piccoli pezzi” era uscito tre anni prima, ma a fine 2005 aveva avuto la visibilità più ambita dell’epoca: Oprah Winfrey l’aveva adottato come libro per il suo book club. Il bollino del book club ti faceva vendere fantastiliardi di copie alle altrimenti analfabete massaie per cui Oprah era la massima autorità in ogni settore, ed era quindi l’ambizione di quasi ogni autore in un’epoca in cui non esistevano né i social né il PhD di cittadinanza, e il pubblico analfabeta era una nicchia ambita e non la totalità dei lettori forti.
Per sottrarti a Oprah dovevi avere la combinazione di due fattori: una prosopopea simile a quella con cui Sinner poi rifiuterà d’andare a Sanremo; e un’opera d’una forza capace di farsi comprare senza i migliori consigli per gli acquisti che ci fossero. Lo fece un certo Jonathan Franzen, con un romanzo che forse qualcuno di voi ha letto, s’intitolava “Le correzioni”.
Dopo il casino con “Le correzioni” – il bollino di Oprah doveva essere annunciato il 13 settembre e festeggiato il 18, ma era il 2001 e non parve il caso di fare una festa a New York quella settimana, nel frattempo Franzen espresse le sue perplessità in alcune interviste, Oprah si offese, l’invito fu ritirato – Oprah aveva deciso di parlare solo di classici della letteratura nel suo programma.
Quando decise d’invitare di nuovo un contemporaneo, quattro anni dopo, chiamò Frey, il cui libro era di due anni prima: il sogno di un editore, qualcuno che promuove un libro che ormai hai dato per morto. Solo che l’attenzione di Oprah generò l’attenzione della stampa, che nei mesi successivi scoprì che la storia di Frey ventitreenne e alcolizzato da quando ne aveva tredici non era proprio esattamente autobiografica in ogni dettaglio: scandalo, contrizione, alto tradimento.
Quando dico che è allora che siamo diventati stupidi, ma non ancora stupidi come lo saremmo diventati poi, come lo siamo ora, è perché lo scandalo non fu causato dall’uscita del libro, ma dall’apparizione da Oprah. Fu solo per il passaggio da Oprah che, quando venne fuori che Frey aveva ingigantito o inventato o romanzato (romanzare, c’è il verbo apposta, ma neanche quello ci basta come indizio) i dettagli del suo memoir, l’America si sentì tradita: perché “Un milione di piccoli pezzi” aveva il bollino di garanzia di Oprah, e quindi la massaia media l’aveva acquistato in nome del sestessismo.
Da allora è stato un volo a planare dentro il peggiore motel non solo di questa vita balera, ma soprattutto di questa convinzione che chi di mestiere scrive, quando scrive «io», ci debba qualcosa, ci debba una cosa precisa e non negoziabile. Ci debba, devo fermarmi mentre scrivo queste parole perché sono scossa da scomposte risate, la verità.
Vale per Simone Cristicchi, chiunque egli sia, che ha portato a Sanremo una canzone in cui si rivolge alla madre dicendole come la accudirà quando non si ricorderà più chi è, e allora – poiché siamo sempre lì: col tema importante si vince sempre, ricattando il pubblico – tutti a dibattere per una settimana dell’Alzheimer della madre mai vista d’un tizio mai visto.
Io per la verità avevo ascoltato Cristicchi in un’intervista che gli aveva fatto un’inviata a Sanremo di F, in cui lui diceva che il commento della madre alla canzone era stato «ma io non sono mica così rincoglionita», che non mi pareva esattamente un commento da persona annebbiata da una malattia neurodegenerativa, e il fatto che il figlio riportasse quel commento non mi sembra deponesse a favore del suo voler simulare una di lei forma di demenza, ma il mio interesse per le malattie delle madri dei cantanti è così nullo che non mi sono appassionata al dibattito.
Adesso però non so più chi – di questa vicenda di rara irrilevanza si sono occupati un po’ tutti, da Francesco Merlo in giù, giacché al televotante davanti al concorso canoro è dovuta la verità sulle cartelle cliniche materne: se ci devono la verità gli scrittori, figuriamoci i cantanti – dice che la madre di Cristicchi in realtà ha avuto un ictus, e mi aspetto che una di quelle pretestuose associazioni di consumatori intervenga perché vengano rimborsati tutti i televoti causa ispirazione non clinicamente esatta.
Mentre c’era sui giornali questa simpatica questione, io leggevo il probabilmente prossimo vincitore dello Strega, Andrea Bajani, il cui “L’anniversario” racconta come l’io narrante dieci anni prima abbia smesso di andare a trovare i genitori, abbia cambiato numero e indirizzo e si sia reso irreperibile e non li abbia più voluti vedere, «i dieci anni migliori della mia vita» (frase che Feltrinelli ha messo saggiamente in quarta di copertina, contando sul fatto che il libro sia il gusto proibito di tutti i lettori troppo vili per smettere di avere a che fare con genitori che detestano, troppo timorosi che poi qualcuno dica loro in tono di rimprovero «eh ma è sempre la tua mamma»).
“L’anniversario” è scritto in prima persona, che era una cosa che si poteva fare quando scrivere era un mestiere, e non come ora una cosa che fanno tutti – e, quel che è peggio, che credono di saper fare tutti – grazie agli strumenti della contemporaneità. Adesso, se scrivi «io», quello è io, quello sei tu, quella è la vera verità, che tu vada o no da Oprah a mentire sulla tua vita, che tu stia in un Meridiano o su Instagram, che tu raccolga fondi per curarti qualche malattia misteriosa o consensi per il Nobel per la Letteratura.
Come Carlo Conti ha chiesto a Vanessa Scalera se il pubblico la chiami Imma (come la Tataranni, il personaggio che interpreta alla tele), così il lettore d’oggi, se incontrasse Melville al firmacopie, gli chiederebbe una foto insieme chiamandolo Ismaele: ahò, fai il romanzo esortando a chiamarti Ismaele, cosa vuoi che sappia io della finzione narrativa, io se su TikTok chiedo di chiamarmi in un certo modo mi aspetto che poi la gente mi dia retta.
Mentre scrivo questo articolo, vedo su un social gente istruita scannarsi perché Bajani sarebbe sessista nel suo ritratto della madre, come d’altra parte lo era stato già Antonio Franchini in “Il fuoco che ti porti dentro”. Ora, io capisco che il frasifattismo è riposante e che da quando i contemporanei hanno imparato a dire «patriarcato» il dibattito è quel che è, ma vorrei sapere: se non si possono più neanche sputtanare i famigliari, che fine farà mai la letteratura?
Capisco che si faccia sempre più fatica, nella stolidità del presente, a distinguere la letteratura dalla cafonaggine dei gruppi di nuore che parlano male delle suocere su Facebook, ma insomma a me non dispiacerebbe, prima di morire, riuscire a leggere ancora una mezza dozzina di grandi romanzi in cui l’io narrante sputtana le persone a lui vicine: cercate d’essere comprensivi, non è che possa passare la vecchiaia a rileggere Proust.
Tuttavia ci tengo a dire una cosa, che valeva per James Frey e vale per Simone Cristicchi, che vale per Andrea Bajani e valeva per Virginia Woolf: chi di mestiere scrive, quando scrive, non vi deve la verità. Chi dice «io» vi deve predicati verbali non romanzati solo se lo dice in un tribunale, il resto è tutta finzione scenica, persino quella vostra che dite «io» sui social. È un concetto così ovvio che Zuckerberg promette di levare i filtri dalle foto ma poi ce li lascia, altrimenti sai che disperazione la verità, sai che bruttezza il sestessismo, sai che noia avere sempre la stessa faccia, la stessa storia, sai che mestizia se «io» volesse dire proprio «io».
Chi di mestiere scrive, quando scrive, non vi deve la verità, ma non è che non vi debba niente, figuriamoci. Vi deve moltissimo. Vi deve la capacità di tenere viva la vostra attenzione per tutto il tempo in cui la richiede. Questo dovete pretendere, miei deliziosi analfabeti contemporanei, da coloro che leggete (poco e male). Non che vi dicano la verità: che non vi rompano i coglioni.