Macchitteconosce e altri dissapori Il secolo sterilizzato, e la briosa malmostosità di Vanessa Scalera

Il litigio tra l’attrice che interpreta Imma Tataranni e l’autrice del romanzo da cui è tratta la serie ci fa (più o meno) tornare ai tempi di Arbasino che intervista Moretti e Monicelli in tv

LaPresse

A febbraio del 1972 Richard Burton è in Ungheria per girare “Barbablù”. Il 14 annota nel suo diario: che un certo fotografo va usato di nuovo perché E (nei suoi diari Liz Taylor è sempre “E”) nelle foto scattate da lui ha meno doppi menti del solito; che lui, lui Burton, ha sempre meno capelli e dovrà presto farsi un trapianto; che però non cederà al lifting come quel Rod Steiger che ora sembra un mezzo buco di culo ed è pure in bolletta giacché nessuno lo scrittura più, «Sarà perché nessuno vuol guardare un buco di culo parlante».

Cinquantatré anni dopo, non so se ci sia un attore che parla così della moglie o di sé o d’un altro esponente del mondo dello spettacolo anche privatamente: le conversazioni private sono soggette a screenshot, a intercettazioni, a fabriziocoronismi d’ogni sorta, e tutti hanno paura che l’indicibile gli si rivolti contro.

Ma, cinquantatré anni prima, nemmeno Richard Burton, che pure non era certo una mammola di questo secolo con l’ossessione reputazionale, diceva certe cose in pubblico: che poteva saperne, che nel secolo successivo il suo diario non sarebbe più stato solo suo?

È perciò con sollievo e meraviglia che, in questo secolo sterilizzato, in questo secolo in cui non esiste più lo scontro perché tutto ciò che non è «capolavoro!» «genio!» «come te nessuno mai!» è «hater», in questo secolo in cui “Match” è scomparso, ritorni “Match”.

Come molta tv di cui parliamo come avesse fatto la storia, da “Quelli della notte” in su e in giù, “Match” andò in onda per pochissime puntate, almeno una delle quali sappiamo tutti a memoria (quella in cui si affrontavano Mario Monicelli e Nanni Moretti, e avevano splendidamente torto entrambi). Alberto Arbasino introduceva le puntate dicendo che lì avevano luogo «civili confronti, interessanti dissapori», il che nel 1977 era in effetti una rivoluzione: chi li aveva mai visti, i dissapori, nell’educata tv di cinquant’anni fa.

Come tutte le rivoluzioni, durò pochissimo, restarono in tv le estensioni della realtà – dove tutto è bellissimo, libro importante, film necessario, disco seminale, capolavoro, genio – e le estensioni dell’internet, dove tutto è «capra capra capra» e altro materiale da insolenza che possa divenire gif.

Finché è arrivata Vanessa Scalera, a ribadire, casomai dopo Sanremo fosse necessario, che le conferenze stampa dei prodotti culturali sono assai più interessanti dei prodotti culturali stessi. In realtà io come sia “Imma Tataranni” non lo so, non l’ho mai visto, magari è all’altezza della splendida conferenza stampa in cui ieri la protagonista si è insolentita, in termini che Arbasino avrebbe adorato, con l’autrice dei romanzi da cui è tratta la serie.

Qualcuno, durante quella che doveva essere una noiosa conferenza promozionale, chiede come mai a Sanremo, dove era comparsa per promuovere la nuova stagione di “Imma Tataranni”, Scalera non avesse citato la romanziera, Mariolina Venezia. «Sicuramente è stato frutto dell’emozione», dice chi fa la domanda, e questa cosa dell’emozione ha un precedente, poi ci arriviamo. Vanessa Scalera dice che se l’è proprio dimenticata e se ne scusa, ma d’altra parte la serie la scrivono gli sceneggiatori (tutti maschi!) e lei è con loro che ha un rapporto.

A quel punto non pare vero, agli organizzatori che come noi non vedono da decenni un civile dissapore, che ci sia un guizzo di quelli che di solito solo alle conferenze sanremesi, e quindi il microfono viene passato alla Venezia che è lì in platea. E che si presta al dissapore: «Avendo io creato il personaggio di Imma Tataranni, non posso che essere una fan di tutti gli ingrati. La gratitudine è spesso il primo passo per la connivenza. Ringrazio Vanessa Scalera per la sua ingratitudine».

«Non voglio entrare nella tua volgare polemica, ma io ricordo la tua ingratitudine», dice la Scalera quando le ridanno il microfono, ed è tutto bellissimo, non abbiamo più Monicelli, e Moretti è diventato accomodante come spesso accade invecchiando, ma Vanessa Scalera usa le parole «comportamento malmostoso», e io stasera recupero tutte le stagioni di “Imma Tataranni” perché se lo merita, perché in un paese senza star system la cosa più burtoniana che potesse fare un’attrice era articolare una variazione beneducata di «macchitteconosce» nei confronti d’una romanziera che, invece di contare come faremmo tutti i dobloni quando i tuoi romanzi divengono una serie di successo, vuol essere ringraziata a Sanremo. E anche perché non me ne importa niente degli attori, ma una che usa l’aggettivo «malmostoso» è già la mia preferita.

Naturalmente noi tifosi delle conferenze stampa, del tutto disinteressati a chi la Scalera abbia ringraziato durante la finale di Sanremo, l’avevamo però notata durante la conferenza del sabato. La prima domanda che le avevano rivolto era andata così: «Ovviamente Valeria Scalera è nei nostri cuori», «Vanessa: iniziamo benissimo», «Scusa ma ho la stampella e sono anche emozionata».

C’era già tutto lì: tutto il secolo dei giornalisti che si emozionano di fronte alle star come fossero i “Piccoli fan” di Sandra Milo (e a quel punto proiettano e pensano che l’emozione faccia dimenticare i ringraziamenti), tutto il «fàmo a capìsse» con cui vengono fatti i giornali in Italia, tutta l’Ungheria di Burton.

Che, annota sempre sul suo diario, quando nel ’72 arriva a Budapest trova all’aeroporto un giornalista che gli chiede cosa faccia lì. Lui chiede se non legga i giornali: è lì a girare un film. Lo sventurato insiste: che film? Ma allora i giornali proprio non li legge. A quel punto “E” lo guarda storto, e Burton cede a dire allo sventurato cronista il titolo del film.

A Sanremo non c’era una Liz Taylor a guardare storto la Scalera, quindi quando una sventurata (non quella emozionata, un’altra) ha sostenuto che «una volta mi disse che lei aveva avuto molti problemi per riuscire a bucare un muro, nel teatro soprattutto, che l’intelligentsia imperante le aveva creato intorno», la Scalera ha risposto «io non ho parlato di intelligentsia».

Per un attimo è di nuovo “Palombella rossa” e «trend negativo, ma come parla», con quella che insiste «allora la ricordiamo diversa», e la Scalera spietata: «Ma io la rileggo volentieri, però è la traduzione che lei allora ha fatto delle mie parole».

La sventurata è dispiaciuta, «mi dice che non ricorda queste parole, per cui la mia domanda decade completamente», il che converrete è un peccato, eppure Vanessa (o forse Valeria) Scalera non si lascia commuovere e non cede alla rappresentazione di sé stessa come una che si sia detta ostacolata dall’intelligentsia (qualunque cosa essa sia).

È un momento eroico, in un paese in cui i giornalisti fanno parlare gli intervistati col lessico e il tono di chi fa loro le domande, e nessuno vuole sembrare così Michele Apicella da rimarcare che io non parlo così, io non penso così. Era il preludio all’interessante dissapore di ieri, che speriamo tracci un solco in cui possano d’ora in poi rientrare tutti gli scambi pubblici: meno «sono tanto emozionata», più «sei un’ingrata», grazie.

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