
Se il fronte nordamericano della guerra commerciale iniziata da Donald Trump il 1° febbraio è stato subito congelato, e così rimarrà per almeno un mese, sulla linea di frontiera cinese la situazione si è accesa. Martedì, infatti, la Cina ha annunciato dazi del dieci-quindici per cento su una serie di prodotti importati dagli Stati Uniti: macchinari agricoli, veicoli pick-up, petrolio, carbone e gas liquefatto.
Pechino ha mirato a quei combustibili fossili su cui la Casa Bianca vuole basare la energy dominance americana, ma la ritorsione tutto sommato contenuta sembra segnalare la disponibilità alla trattativa: già Trump, del resto, si era indirizzato su un’aliquota più bassa – dieci per cento anziché sessanta – di quella promessa in campagna elettorale. Lui e il presidente cinese Xi Jinping dovrebbero sentirsi in settimana, anche se la telefonata non è stata ancora fissata.
America e Cina hanno le due economie più grandi al mondo e sono partner commerciali rilevantissimi l’una per l’altra. La loro relazione energetica è limitata, però, e probabilmente la rivalità politica è d’ostacolo all’approfondimento: quando si parla di approvvigionamenti di materie prime, specie di questi tempi, non è raro che si finisca per tirare in ballo la sicurezza nazionale, e nessuna delle due potenze vuole esporsi troppo.
La Cina è la maggiore acquirente al mondo di carbone, petrolio e gas naturale liquefatto; gli Stati Uniti sono invece grossi produttori di carbone – come pure i cinesi, in verità –, oltre che i primi estrattori di petrolio e i primi esportatori di Gnl. Due condizioni praticamente opposte. Tuttavia, il greggio statunitense conta poco sul totale delle importazioni cinesi (meno del due per cento a gennaio) e anche il carbone americano è marginale (neanche un milione e mezzo di tonnellate a gennaio, rispetto a un valore totale medio di 45 milioni di tonnellate al mese nel 2024). Il discorso cambia un po’ se si parla di Gnl: l’anno passato era statunitense il sei per cento del combustibile liquefatto importato dalla Repubblica popolare.
Ma i dazi cinesi sui combustibili americani non interesseranno soltanto i rapporti tra Washington e Pechino. Oltre a stimolare, forse, un decoupling energetico bilaterale, le tariffe potrebbero avere delle conseguenze più ampie, andando a esercitare una pressione al rialzo sui prezzi del Gnl e finendo per toccare anche l’Unione europea, che negli ultimi anni ha aumentato parecchio le importazioni. Le società cinesi possiedono numerosi contratti di fornitura di Gnl con gli esportatori statunitensi e spesso preferiscono rivendere i carichi su mercati più redditizi, come appunto quello europeo. I dati Eurostat dicono che nel 2023 il tasso di dipendenza dell’Unione dalle importazioni di gas era del novanta per cento.
Per gli Stati Uniti, questi dazi potrebbero complicare la realizzazione di nuovi progetti di esportazione di Gnl: ai produttori americani è utile stipulare in anticipo dei contratti a lungo termine perché sono garanzia di entrate certe e agevolano la raccolta di finanziamenti per la costruzione dei terminali; difficilmente, però, gli acquirenti cinesi ne firmeranno ancora. Tuttavia, i dazi davvero “pericolosi” per la potenza energetica americana sono gli altri, quelli sul Messico e soprattutto sul Canada.
Grazie alla cosiddetta “rivoluzione dello shale” gli Stati Uniti sono diventati i maggiori produttori di petrolio al mondo, ma circa il quaranta per cento del greggio che raffinano è comunque importato dall’estero. Questa situazione si spiega con il fatto che il petrolio statunitense è di tipo leggero (cioè ha un basso contenuto di zolfo), ma le raffinerie del Paese sono meglio attrezzate per lavorare le varietà pesanti, come quella proveniente dalle sabbie bituminose del Canada occidentale.
La possibilità di accedere al greggio canadese a basso costo, peraltro, ha consentito agli Stati Uniti di emanciparsi dal Medio Oriente, con tutto quello che ne consegue per la politica estera, e ha permesso ai raffinatori americani della costa ovest di sostituire le importazioni di petrolio dall’Iraq (nello specifico della varietà Basrah, di tipo pesante).
Oggi più della metà del petrolio importato dagli Stati Uniti proviene dal Canada e l’undici per cento dal Messico, che vale da solo più dell’Arabia Saudita (cinque per cento) e dell’Iraq (quattro per cento) messi assieme. I dazi sui due partner nordamericani, quindi, potrebbero entrare in conflitto con i piani di Trump per abbassare i prezzi nazionali dell’energia perché farebbero salire i costi della raffinazione. Gli Stati Uniti sono una superpotenza dell’oil & gas ma non sono autosufficienti né indipendenti dai mercati.