T. il figlio del secoloTrump conquista gli italiani perché credono sempre meno nella democrazia

Un sondaggio dell’Ecfr rivela che in Italia il presidente degli Stati Uniti gode del maggiore gradimento in Europa. Un fenomeno che affonda le sue radici nella crisi economica, nel declino del ceto medio e nella crescente sfiducia verso il sistema liberale

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Un sondaggio dell’European council on foreign relations (Ecfr) mostra che per gli italiani gli Stati Uniti rimangono un partner strategico cruciale, mentre Donald Trump ottiene il più alto gradimento in Europa, con punte altissime (circa l’ottanta per cento) tra gli elettori di Fratelli d’Italia e intorno al quaranta per cento (che poco non è) tra quelli del Partito democratico. Tendenza che recentemente avevamo già evidenziato. C’è da chiedersene la ragione proprio perché non si tratterà di un episodio sporadico, un’infatuazione di una manciata di mesi. Temo che le radici siano profonde. Dunque: perché? Perché queste pulsioni illiberali, questo battere in testa a un sistema democratico per inneggiare alla forza, alla protervia, alla cancellazione della fraternità? La storia si ripete. 

Siccome non è un giocattolo nelle mani della Provvidenza ma è l’azione umana a determinarne il cammino, e siccome gli uomini sono mossi da passioni radicate nei secoli – interesse, potere, amore, sopravvivenza, riproduzione – la storia può ripetersi almeno nel suo orientamento generale. A partire dagli anni Novanta del secolo scorso, l’Italia ha accumulato un pesante divario in termini di competitività economica e sociale rispetto al resto d’Europa. Al divario italiano vanno sommate illegalità diffusa, debito pubblico, fragilità delle imprese, un sistema scolastico ricco di eccellenze eppure inadeguato e diseguale. 

Nel 2010, a un paio d’anni dall’esplosione della crisi bancaria americana, quando ormai l’economia presenta segni di forte rallentamento anche in Europa, il quadro italiano si complica. La paura di perdere il proprio tenore di vita si abbatte sul settantuno per cento degli italiani. L’allarme scatta ma la voglia di rimboccarsi le maniche, come era avvenuto nel 1992 e 199393, latita. Aumenta il lavoro nero, cresce la contestazione verso la politica e verso le classi dirigenti, dilaga l’individualismo. Le nuove generazioni soffrono più dei padri, l’ascensore sociale viaggia a intermittenza. Del futuro non vi è certezza. 

Con il governo Monti (novembre 2011 – aprile 2013), all’avvio di una fase di risanamento del bilancio dello Stato corrisponde un distacco ancora più profondo tra politica e cittadini. Si allarga anche il bacino dei nuovi poveri, gli italiani disertano le urne, esplode il fenomeno Grillo. Un movimento anti sistema che riempie le piazze sotto lo slogan «Vaffa…». Una sintonia perfetta, sicuramente nella propaganda e nell’uso del vocabolario, col fascismo delle origini: offese ai politici, ladri e corrotti, colpa loro se il Paese è in questo stato, attacco alle istituzioni, a cominciare dal Capo dello Stato, autentica promozione del qualunquismo. 

L’anno chiave è il 2012. È l’anno in cui dilaga la rabbia perché non si vede soluzione alla crisi che ha travolto il benessere dei cittadini. Due milioni e mezzo di famiglie ha venduto oro e preziosi, trecentomila famiglie si sono private di mobili e oggetti di antiquariato, l’ottantacinque per cento dei nuclei familiari ha limitato i consumi, il quaranta per cento delle famiglie non arriva alla quarta settimana del mese. Ci si iscrive di meno all’università, si fa strada la cultura del riciclo. L’etica collettiva si deteriora, si moltiplica la sfiducia nella democrazia rappresentativa. Dal 2012 in poi, benché timidi segnali di crescita economica si manifestino, la rabbia via via si trasforma in rancore. La società è slabbrata, difetta di un racconto corale, manca una spinta condivisa indispensabile a superare l’emergenza. 

Quando l’economia italiana ricomincia a tirare, i benefici della ripresa non atterrano sul tavolo delle famiglie più indigenti e del ceto medio, premiano il vertice della piramide. È in quel momento che il rancore si acuisce, la sfiducia abbraccia la società produttiva, il ceto medio si rifugia nei partiti anti sistema. Succede già nel voto del 2013, tuttavia il fenomeno esplode nelle elezioni del 2018. Avanza il populismo in un aggregato possente di nostalgia del passato, paura, terrore per un marcato declassamento sociale. È là dentro l’origine del desiderio diffuso di punire gli altri, di castigarli per soddisfare il «bisogno di redistribuzione, un desiderio di risarcimento per quello che si sa di dover subire» (Didier Fassin). 

Migranti, Europa, chi ha una posizione apicale viene messo nel mirino. Tutti responsabili del nostro malessere. Proprio come cento anni fa! Del resto, i numeri sono di una chiarezza lampante: il potere d’acquisto è inferiore del sei cento rispetto a dieci anni fa (il salario medio è cresciuto di appena quattrocento euro dal 2000, in Germania di cinquemila euro, in Francia di seimila). Le conseguenze: diseguaglianze sociali inaccettabili, solitudine, società di mezzo devastata. Gli effetti politici li leggi tutti nel quarantacinque-cinquanta per cento di italiani che si nascondono nell’astensione dal voto o che premiano partiti dalle posizioni più radicali. Prima i Cinquestelle, poi la Lega, infine Fratelli d’Italia. Gli italiani optano per soluzioni di tipo bonapartista. Sostiene De Rita che sia possibile addirittura un «salto nel buio». L’Italia somiglia sempre di più al paese uscito dalla Grande Guerra. 

La fine del sistema dei partiti e della società organizzata (penso al ruolo dei sindacati, dell’associazionismo corporativo) ristagna nella crisi durevole della democrazia tradizionale. Il desiderio di un cambiamento profondo viene affidato a movimenti sovranisti che fondano la loro legittimità da una parte sulla ricerca costante di un nemico, dall’altra sul nazionalismo, il contrario della società aperta voluta dai costituenti. Oggi come allora una spinta a esaltare il mito della violenza (ieri il futurismo prebellico e l’arditismo post bellico alimentato dal sangue delle trincee, oggi l’individualismo sfrenato che si sfoga nella rete, offende, lapida). 

Per larga parte degli italiani la soluzione possibile a questa deriva presenta caratteri antidemocratici. Con i partiti in crisi, in crisi la società di mezzo, in crisi la democrazia parlamentare, di fronte a una emergenza economico-sociale che da anni falcidia i redditi delle famiglie (povertà dilagante oltre i cinque milioni di italiani, crollo verticale del ceto medio non ancora interrotto), aumentano dunque le probabilità di affidarsi a uomini segnati dal destino. È alla persona che si guarda, solo alla persona. Il primo della classe è proprio Trump.

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