Poche settimane hanno drammaticamente cambiato lo scenario politico globale ed europeo che durava dal 1989, anno della caduta del muro e della fine dell’impero sovietico. La certezza della vittoria dell’Occidente guidato dagli Stati Uniti, della supremazia della libertà ancorata allo stato di diritto, al mercato e ai diritti umani, che ha resistito ancorché vacillante e in trasformazione fino a Biden, svanisce sotto i colpi della propaganda e dell’azione Maga di Trump, Musk e Vance. La post-verità programmata e praticata da Trump, avvia negli Stati Uniti la stagione della post-democrazia.
Se il presidente degli Stati Uniti, ribaltando la postura americana e del Congresso pressoché unanime fino a tre mesi fa, può dire che Zelensky è un dittatore che ha iniziato la guerra e Putin uno con cui si ha un dialogo positivo, per l’Europa suona altro che una “wake up call”: suona un allarme rosso sui ritardi e la totale impreparazione all’appuntamento con questo prevedibile e previsto tornante della storia.
Trump esercita una leadership brutale che vira verso l’autocrazia, ma la necessità per noi europei di «prendere il nostro destino nelle nostre mani» era chiara da tempo: Trump già nel suo primo mandato accusava falsamente la Ue di essere stata costruita per approfittare degli Stati Uniti, ma anche il suo predecessore Obama, che la salutava come la più grande e positiva costruzione politica del novecento, ci invitava a pensare da soli alla nostra sicurezza. Pannella, come e più di altri, già negli anni ottanta chiedeva «un esercito, una moneta e un Presidente» per l’Europa: abbiamo fatto l’Euro, per fortuna, mentre sul resto abbiamo fatto troppo poco e troppo tardi.
Ma di fronte alla accelerazione potente e prepotente di Trump, che vede l’Europa come un possibile antagonista del suo disegno di un mondo egemonizzato da poche potenze che si spartiscono terre e risorse senza l’ostacolo della piena democrazia interna e del diritto internazionale, in un mondo in cui la forza del diritto è sostituita dal diritto del più forte, la politica europea dovrebbe resettare velocemente tutto il software, aggiornare l’hardware e ripartire. Gli Stati Uniti potranno sopravvivere a Trump, ma il rischio per l’Europa è esistenziale.
Maiora premunt: la via verso gli Stati Uniti d’Europa – cioè una Unione europea che si muova come uno stato – è ormai obbligata se gli europei vogliono mantenere una sovranità sul proprio destino, essere ancora influenti nell’ordine mondiale che si sta configurando ed essere efficaci nel proteggere e promuovere sicurezza e prosperità nei rispettivi paesi. Bisogna che i cosiddetti interessi nazionali dei Paesi membri, così come le differenze culturali, di storia e di tradizione, facciano spazio ad una maggiore integrazione politica a partire dalla politica estera e di difesa. Il passato deve fare spazio al futuro e non comprometterlo. E questo vale per la politica domestica dove viviamo e cerchiamo di incidere, in Italia.
Il 24 febbraio dell’anno scorso, rispondendo all’appello di Emma Bonino, si tenne una Convention in vista delle elezioni europee per arrivare a una Lista denominata “Stati Uniti d’Europa”, da costruirsi a partire dalle forze dell’area liberaldemocratica di Renew Europe. Fu un successo, cui però seguì una fase di divisioni e conflitti, più personali che politici. Il resto è noto: non si arrivò alla auspicata lista unitaria con il risultato di sprecare e lasciare senza rappresentanza il 7 per cento dell’elettorato e senza che alcun deputato italiano sieda tra i banchi di Renew al parlamento europeo. Un danno per i partiti coinvolti e un danno, relativo ma comunque significativo, per la spinta europeista e di sostegno a Kyjiv contro l’imperialismo putiniano nelle istituzioni europee.
Non bisogna indugiare sugli errori commessi, certo. Ma non possiamo eludere la questione centrale di questo tempo: o avremo gli Stati Uniti d’Europa o ai nostri Paesi e a noi stessi resterà il destino di essere vassalli tributari per la sicurezza e la prosperità alla benevolenza di una potenza esterna.
In Italia, dobbiamo rilanciare l’appello rivolto a tutti noi un anno fa da Emma Bonino: chi condivide l’urgenza di un salto di qualità pressoché immediato dell’integrazione europea in una chiave liberal-democratica e riformatrice deve unirsi per essere punta di lancia dell’alternativa europeista alla maggioranza guidata da Meloni e Salvini, complici o corrivi con la svolta trumpiana (eccezion fatta, fino ad oggi, per il sostegno a Kyiv da parte della Presidente del Consiglio). Ci sono differenze, politiche e personali, obiettivi contingenti diversi e tutti parimenti importanti che non vanno tralasciati, ma servono il coraggio, la lungimiranza politica e la generosità per unire le forze per essere attori efficaci. Maiora Premunt.