«La preghiera è un anelito comune, al di là delle differenze teologiche, ideologiche e politiche». Così scrive l’antropologo Franco La Cecla in “Convincere Dio- Note sul pregare” (Einaudi), il suo recente saggio sull’atto ubiquo, nello spazio e nel tempo, di rivolgersi a una presenza fuori da sé. Perché questo è, la preghiera: la facoltà di parlare con esseri e presenze invisibili. Il che poi si declina in vari modi: dal mantenere un legame con defunti alla relazione con chi non c’è ma è ancora vivo, benché distante. «Il concetto di fondo è che qui si ha a che fare con capacità di veder l’invisibile, attestata sin dalle più antiche testimonianze monoteiste degli antichi egizi».

Una costante della preghiera, dai rosari ai mantra è la ripetizione: perché la preghiera la richiede?
Fenomenologicamente la concordanza è impressionante. Moltissimi rituali religiosi prescrivono la ripetizione di una formula. Perché alla base vi è l’idea che sia necessaria l’insistenza, come se le divinità andassero convinte. Anche dal punto di vista psicanalitico, Freud ha elaborato il concetto che la ripetizione delle azioni sia la traslazione del passato dimenticato, che ci mette in rapporto con un tempo altro. Questa insistenza però apre al ruolo umano: se gli dei fossero immediatamente buoni e convinti della bontà delle nostre richieste, il nostro bene, non ci sarebbe bisogno di pregare. Invece questa azione va fatta e va fatta bene, ovvero seguendo certe regole. In tal modo diventa efficace.
Lei racconta che il rosario accomuna più religioni proprio perché è funzionale alla ripetizione.
I rosari di preghiera sono tra gli oggetti più diffusi al mondo e un mala indiano, un tesbih islamico e un rosario cristiano sono estremamente simili. Questo suggerisce che la ripetizione sia un metodo comune di indirizzarsi all’altro, che da un lato cambia la nostra interiorità, ci libera dai pensieri, svuota le parole di significato per trasformarle in parole feticcio, svuotate di significato, che possiamo ripetere anche nel dormiveglia. Dall’altro lato la ripetizione, contando i grani consente di appropriarsi del tempo, in un certo senso lo misura e lo crea. Il rosario ha alla sua base una ritmica, segna il tempo, cadenza la nostra vita.
Convincere Dio non vuol dire imporgli i nostri desideri, ovvero il contrario della preghiera, che contiene il riconoscimento del rapporto subordinato con l’altro?
Io parlerei di preghiera come riconoscimento di una relazione, che poi a seconda dei casi può essere un rapporto di sudditanza o no. Per esempio: se prego un albero o un feticcio so che non mi rivolgo a un dio supremo, ma a una forza che devo convincere. L’unica costante della preghiera è che denota una relazione di reciprocità: Dio può fare qualcosa per me, ma anche io ho qualcosa da dargli, con la mia devozione. Ecco perché Rumi, il poema mistico del sufismo (vissuto nel Tredicesimo secolo) si ribella all’impostazione islamica, che prevede che Dio ci ami e abbia misericordia di noi mentre noi non possiamo amarlo come siamo amati. Di qui nasce la sua poesia, quella di un amante di Dio, che rivendica il suo agire come possibilità per l’uomo di dare anche lui delle cose alla divinità.
È nata prima la preghiera o la fede?
La fede non esiste. Come si dice «Solo i non credenti credono che i credenti credano», perché in realtà “credere” non è un termine che ha a che fare con la religione: è una parola tipica della scienza, che impone di dimostrare che ciò che fai e di cui sei convinto è vero. Ma la fede non funziona così, è un coinvolgimento diverso, come un innamoramento, e si esprime in pratiche e non in ragionamenti, perché non vuole dimostrare nulla. Paradossalmente, mentre la Chiesa cattolica ha abbandonato le superstizioni al suo interno per avvicinarsi alla razionalità della scienza, quest’ultima è diventata meno razionale. Oggi sappiamo che la materia è indefinibile e inafferrabile, conosciamo il principio di indeterminazione per cui non è possibile misurare contemporaneamente e con estrema esattezza le proprietà che definiscono lo stato di una particella elementare. La scienza va avanti per prove ed errori e non puoi addossarle la questione delle certezze.
È diffusa l’idea di una secolarizzazione del mondo. Oggi preghiamo meno di un tempo?
Secondo una statistica americana, l’ottanta per cento delle persone che si definisce atea prega almeno una volta al giorno. Il che indica che, fuori dalle religioni ufficiali, domina l’idea che il mondo sia pieno di presenze, e che non termini con ciò che vediamo. Inoltre, al contrario, vedo un grande ritorno alla spiritualità e al risorgere dei mondi indigeni nel ritrovato rapporto con la natura, risacralizzata.
Lei prega?
Ogni tanto, le mie ex fidanzate.