Questo è un articolo del nuovo numero de Linkiesta Etc dedicato al tema del tabù, in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.
Faye Toogood è una designer che ama sperimentare. Con le forme generose, con i materiali morbidi e con un’idea di femminilità a lungo trascurata nel design. Di origine inglese, si laureata in Storia dell’Arte all’Università di Bristol prima di diventare stylist della rivista The World of Interiors. Un percorso fuori dagli schemi che nel 2008 la porta a fondare Toogood, studio multidisciplinare con sede a Londra dove si passa con disinvoltura dall’arredo alla moda, dagli articoli per la casa ai progetti di interior design per negozi e spazi residenziali. «Che tu sia un designer di moda, di mobili o di interni, i materiali su cui puoi mettere le mani sono essenziali», sostiene lei. Considerata una delle donne più in vista del design contemporaneo, le sue creazioni hanno fatto il giro del mondo e oggi sono parte delle collezioni permanenti di diversi musei. Merito dell’approccio «profondamente umano», che guarda alla natura nel senso più ampio del termine.

Come descriveresti a chi non ti conosce il tuo lavoro di designer?
Non ho studiato design, ma belle arti. Perciò per molti anni, soprattutto quando ero più giovane, è stato difficile per me, ma ora mi sento più sicura della mia posizione. Direi tra gli elementi salienti c’è una certa dose di femminilità. Sto cercando di trovare un nuovo linguaggio come designer donna e di abbattere i confini per aprire la strada alle donne che verranno dopo di me, perché non ce ne sono abbastanza nel design. Ma trovo difficile descrivere il mio lavoro. Penso che sia scultoreo. Sono molto appassionata di materiali, di paesaggio e di natura. Queste sono le tre cose più importanti. E forse, dato che sono inglese, c’è sempre un leggero senso dell’umorismo. C’è anche una certa ingenuità, una qualità infantile credo.
Quello del design è ancora secondo te un mondo dominato dagli uomini?
Sicuramente. La situazione sta migliorando, ma non ci siamo affatto. Tante, tantissime aziende sono ancora dominate dagli uomini. Le donne purtroppo si occupano di accessori, di tessuti, di ceramiche. Ma a fare i mobili veri e propri, come Patricia Urquiola per esempio, non sono tante.
C’è differenza tra il modo di progettare di un uomo e quello di una donna?
Quando progettiamo, noi donne portiamo emozioni e sensibilità. Investiamo molto di noi stesse nel lavoro. E questo permette di stabilire un contatto con altre persone. Credo anche che ci interessino i materiali, forse su questo siamo più interessate alle texture, rispetto agli uomini. C’è una differenza fisica, tattile, nel modo in cui le donne si approcciano al design.
Intendi dire che gli uomini sono più freddi?
Forse. Voglio dire, non tutti gli uomini, ma io penso a come ci si sente sulla sedia che disegno, a cosa ci fa provare la sedia quando ci sediamo. Ci sono più emozioni. È per questo per esempio che la sedia Roly Poly che ho disegnato per Driade ha avuto un riscontro così positivo: perché è una sedia che parla di maternità e che si relaziona non solo con le donne, ma con il design in generale.
Come vedi invece la relazione tra design e tabù?
Un tema a me molto caro e che sto affrontando. Credo per esempio che l’estetica della collezione Squash che ho realizzato per Poltrona Frau sia in un certo senso la rottura di un tabù. Ma ho anche un altro progetto di tappeti con cc-tapis che si chiama Rude Collection e che è un’indagine sul corpo, sulla sessualità e sul genere.

Parlami della collezione Squash.
Quando mi è stato chiesto di creare qualcosa per Poltrona Frau, mi sono resa conto che tutti i loro designer erano uomini e che quindi sarebbe stato importante per me portare la femminilità nei mobili. Così sono andata in fabbrica, ho consultato l’archivio e visitato il museo. Lì sono stata molto colpita da alcuni dei loro primi arredi e poi anche da alcuni pezzi degli anni Settanta per la loro forma generosa e piena. Volevo riportare in auge quella visione, perché credo che da un po’ di tempo i designer lavorino con linee molto dritte. Anche la pelle è molto “tirata”, per così dire. Io invece desideravo creare una sensazione di pelle morbida, rugosa e non perfetta, che più viene usata e più diventa bella, perché sono convinta che la pelle migliori con l’uso. Perciò volevo fornire un antidoto a quello che accade normalmente da Poltrona Frau. E loro mi hanno lasciato fare.
Qual è il segreto di una collaborazione riuscita?
Apertura, comunicazione e condivisione. Questi aspetti sono davvero importanti. Se lavori con qualcuno che non è aperto alle novità, non funziona. Se non sei in grado di comunicare all’altro ciò che è importante, anche in questo caso non funziona. E se non condividete le vostre conoscenze o le vostre idee, se non condividete lo spazio, allora è un problema. So che la mia è un’estetica piuttosto diversa per Poltrona Frau, ma loro sono stati abbastanza coraggiosi da accettare. Volevano una nuova sedia-icona, per questo sono venuti da me con la ventiquattrore.
A proposito di icone, dimmi un oggetto di design che possiedi o che vorresti possedere.
Sono una grande fan di Gaetano Pesce e mi dispiace tanto che il mondo del design lo abbia perso. Mi sento molto legata al suo lavoro, al suo approccio artistico, al suo umorismo e al suo uso del colore. Perciò, ecco, mi piacerebbe avere una sedia di Gaetano Pesce.
Disegnato da una donna invece?
Non ho niente di Charlotte Perriand, ma vorrei qualcosa.
E quello che avresti voluto disegnare tu?
La poltrona Elda di Joe Colombo, quella che ha un grande schienale, simile a una salsiccia.

Cosa ti ispira oggi?
Continuo a guardare alla scultura e all’arte più che al design e mi baso molto sul paesaggio e sulla natura. E quando parlo di natura non mi riferisco solo agli alberi, ma anche alla natura umana, al lato emotivo delle cose, aspetto quest’ultimo che mi interessa sempre di più. Il mondo non ha bisogno di altre sedie, ma come esseri umani desideriamo relazionarci con gli oggetti. Perciò credo che per noi designer sia importante usarli per entrare in contatto con le persone. È un aspetto che mi interessa approfondire: perché alcune cose entrano in sintonia con le persone più di altre? Una volta capito questo hai trovato il segreto, ma non sempre ci riesci. Quello che provo a fare quindi è stabilire un contatto con le persone attraverso un oggetto, cercando di renderlo desiderabile.
Queste fonti di ispirazione sono le stesse che avevi quando hai cominciato?
In parte sì. Molti scultori britannici che ammiravo un tempo, probabilmente sono gli stessi a cui guardo ancora oggi. Sento che la mia estetica cambia, ma in realtà la fonte di ispirazione originale è sempre uguale. E il cambiamento credo che sia un dovuto più che altro alla consapevolezza del punto esatto in cui mi trovo nella vita o di come mi sento al momento, forse potrebbe essere un fattore più autobiografico. I cambiamenti sono autobiografici più che di ispirazione.
Come si è trasformato invece il tuo modo di progettare?
Questo dovrei chiederlo agli altri, perché per me è difficile capirlo. So di aver cambiato punto di vista sul design, ma non so come sia cambiato il prodotto. Forse mi interessa meno quello che pensano gli altri. Se da giovane mi preoccupavo di impressionare i designer uomini, ora non mi interessa più se a loro piaccio o meno.
Perché sei diventata designer?
Perché mi piacciono gli oggetti che le persone possono usare. E mi piace la connessione con altre persone. Non voglio starmene sola in una stanza come una romantica creativa. Voglio realizzare oggetti che le persone usino, e migliorino la quotidianità. Penso sempre a come posso migliorare la vita quotidiana attraverso qualcosa di tangibile.

Casa tua com’è?
Fino a qualche anno fa vivevo in una casa bianca con cose bianche, molto minimalista. Ora è l’esatto contrario: colori, stampe, oggetti d’antiquariato, un sacco di cose vecchie. Ho una grande passione per l’antiquariato.
Niente design quindi?
Poco. Vivo tra molta arte e parecchie cose vecchie.
Il tuo posto del cuore.
Il Big Sur, tra San Francisco e Los Angeles mi smuove molte emozioni. Questa costa, l’Oceano e il paesaggio sono incredibili. Ma amo anche il luogo in cui vivo (vicino a Hampstead Heath, zona silenziosa e verde di Londra, ndr) È un santuario per me. Mi piace viaggiare, ma sono felice a casa con la mia famiglia. Vivo nel nulla e sono contenta di stare proprio lì, in mezzo al nulla.