Stato autoritarioIl governo alza il livello dello spionaggio interno, e nessuno dice nulla

Mentre lo scandalo Paragon rivela un sistema di intercettazioni ai danni di giornalisti e attivisti, ma è niente rispetto al ddl sicurezza che consegna ai servizi segreti poteri mai visti. Il premier potrà autorizzare operazioni illegali, perfino associazioni eversive. E dall’opposizione solo silenzi

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Siete preoccupati per il caso Paragon? Respirate forte: sta per franarvi addosso una montagna di merda e sangue, bene che lo sappiate. Come avrete capito esiste un luogo all’interno dell’apparato governativo in cui qualcuno ha deciso di intercettare e sorvegliare giornalisti o attivisti la cui attività era considerata fastidiosa.

Per farlo, questo qualcuno – un ministro, un sottosegretario, oppure un funzionario al loro servizio non si sa – ha violato la legge e anche il contratto di utilizzo del software ceduto dalla società Paragon. Della trasgressione della legge nessuno si era accorto, della violazione del contratto invece sì, grazie a Meta Platform, proprietaria di Whatsapp, che ha scoperto l’inserimento in alcuni cellulari del software Graphite di Paragon. Paragon si è dichiarata estranea e ha rescisso il contratto col governo italiano. Il governo ha respinto ogni responsabilità e sono state aperte due inchieste della magistratura.

Grave vicenda sì, in un Paese democratico cadrebbero teste per questo, da noi si vedrà. Ma l’affaire Paragon è uno scandaletto, un sassolino, rispetto alla montagna che sta per franare sullo Stato di diritto e sulle libertà politiche degli italiani. Merda e sangue, aveva indicato fra gli elementi costitutivi della politica un esponente illustre del Psi di allora, Rino Formica, specificando che «la politica è per gli uomini il terreno di scontro più duro e più spietato. Si dice che su questo campo ha ragione chi vince, e sa allargare e consolidare il consenso, e che le ingiustizie fanno parte del grande capitolo dei rischi prevedibili e calcolabili».

Vero, ma nessuno avrebbe immaginato che si arrivasse a istituzionalizzare, con una legge dello Stato, certamente la prima delle due sostanze, in prospettiva anche la seconda. Nel disegno di legge sicurezza è inserito un articolo, il numero 31, che dà al governo, e più precisamente al Presidente del Consiglio, poteri mai visti in uno Stato democratico.

Innanzitutto si obbligano tutte «le pubbliche amministrazioni, le società a partecipazione pubblica o a controllo pubblico e i soggetti che erogano, in regime di autorizzazione, concessione o convenzione, servizi di pubblica utilità a prestare al Dis, all’Aise e all’Aisi la collaborazione e l’assistenza richieste, anche di tipo tecnico e logistico, necessarie per la tutela della sicurezza nazionale, anche in deroga alle norme sulla privacy».

Capite bene? Dai rettori delle Università ai direttori della Rai, passando per l’infinita filiera dei soggetti statali, parastatali, in convenzione, in concessione, dovranno fornire alla cosiddetta Intelligence, su richiesta, tutte le informazioni sui loro dipendenti, o addirittura cooperare per organizzare trappole ai loro danni. Certo, tutto questo «nell’interesse superiore dello Stato», e  il caso Paragon ci aiuta a capire i confini di tale interesse.

Questa facoltà data ai servizi segreti di praticare senza limiti lo spionaggio sulle vite private di chiunque abbia un rapporto con le istituzioni di qualsiasi genere è solo il primo tempo della licenziosa sarabanda che il governo ha musicato. Il potere d’azione e le prerogative dei servizi ottengono, infatti, un’espansione mai vista né immaginata nella storia repubblicana, con piena licenza per attività illegali di ogni forma, compresa la direzione e l’organizzazione di associazioni terroristiche. Tutto verrà coperto da uno scudo tombale e preventivo.

Ecco che si rendono permanenti, come sempre accade in Italia, le disposizioni provvisorie, già considerate ai limiti della Costituzione, giustificate o almeno motivate da situazioni di particolare emergenza o apprensione, che furono introdotte con decreto legge nel 2015 e via via prorogate fino alla fine dello scorso anno. Così si rendono definitivamente scriminabili, cioè non punibili, cose come la partecipazione ad associazioni sovversive, l’assistenza a chi ne fa parte, l’arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale, l’organizzazione di viaggi in territorio estero per finalità di terrorismo, l’addestramento ad attività con finalità di terrorismo anche internazionale, il finanziamento di condotte con finalità di terrorismo, l’istigazione a commettere uno dei delitti contro la personalità interna o internazionale dello Stato, la partecipazione a banda armata, la partecipazione ad associazioni sovversive, l’istigazione a commettere delitti di terrorismo o crimini contro l’umanità o apologia degli stessi delitti.

Ma ciò non basta, dalla vulcanica fucina della democrazia illiberale, sono fuoriuscite nuove idee, più allucinate e efficaci. D’ora in avanti, approvata la legge, il presidente del Consiglio potrà autorizzare gli uomini dei servizi segreti a dirigere, a addirittura ad organizzare associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale o, leggete bene, di eversione dell’ordine democratico, e a fabbricare e detenere materiale esplosivo con finalità di terrorismo.

Non è preoccupante tutto ciò? Non vi pare il preludio di una svolta verso uno Stato autoritario, non temete che se anche vi fossero intenzioni illibate dietro tutta questa armeria di provvedimenti, il rischio che alla fine qualcuno possa pensare di farne un uso meno morigerato sia da evitare?

Devo dire la verità, alla Camera dei deputati nessuno, ma proprio nessuno, se ne è inquietato. L’opposizione si è opposta a tutta la ferraglia panpenalista che il ddl sicurezza si trascina dietro, ma su questo articolo che ci renderà immediatamente tutti prigionieri di una rete di sospetti e di controlli, gettata sulla società da una stanza di Palazzo Chigi, finora nemmeno una parola. Il disegno di legge sulla sicurezza arriverà in aula al Senato fra pochi giorni. Vediamo.

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